L’abbaiare di una noce di cocco

Premetto che quanto segue non è il rant di un nostalgico dell’era pre-social, quanto piuttosto un punto di vista di chi ha sperimentato due diversi paradigmi di comunicazione in Rete e vuole esprimere la sua opinione sui lati negativi della più recente.

Negli anni passati si è molto fomentato il mito della Rete che rende liberi. Ad ingigantirlo hanno in buona parte contribuito i ruoli che Internet ha avuto in storie come la primavera araba, da alcuni ritenuti sopravvalutati o mistificati.

Non ritengo, come alcuni, ininfluente il ruolo di Internet in quella particolare situazione, ma allo stesso tempo non lo si può ritenere neppure determinante. Come al solito la verità sta nel mezzo, e per chi volesse approfondire invito a leggere “L’ingenuità della Rete”, interessante punto di vista firmato Evgeny. Sicuramente l’opera di Evgeny rientra a buon titolo nella categoria delle tesi che vorrebbero Internet ininfluente — o quasi — nel determinare cambiamenti sociali di qualsivoglia genere.

Senza volermi spingere nell’analisi di una singola storia, peraltro politicamente e socialmente abbastanza complessa da non ritenermi in possesso degli strumenti atti ad osservarla con cognizione, mi interessa l’aspetto generale della percezione che l’utente medio ha di Internet, rimasto sostanzialmente al teorema incardinatosi nella prima decade degli anni 2000, quello della Rete che rende liberi, che rende democratica una società, che attua la partecipazione diretta del cittadino.

Questo teorema si basa sostanzialmente sul presupposto che se tutti hanno voce allora tutti contano in egual misura. Il famoso uno vale uno di grilliana memoria. La nozione può avere un senso sulle internet boards, in cui effettivamente — quasi — tutti gli utenti hanno pari dignità, pari libertà di espressione e, ciò che più conta, pari visibilità. Questo è un punto su cui oggi non ci si sofferma a sufficienza, ed è la questione dirimente della comunicazione moderna e del mito della democrazia diretta dove uno vale uno.

Quando tutti hanno diritto di parola, è come se non ce lo avesse nessuno. Abbiamo soltanto spostato la questione dal chi ha diritto di espressione a chi ha la possibilità di essere ascoltato.

Passo indietro. Chi non ha iniziato solo da poco a frequentare internet — i giovanissimi — è sicuramente capitato, in passato, in alcuni forum e boards a tema. I meccanismi che regolano questi spazi sono abbastanza semplici: tutti i contenuti hanno pari rilevanza, visibilità e dignità. Certo, esistono dei moderatori e degli amministratori che hanno più potere degli altri utenti, ma quasi mai è capitato di vedere un super utente abusare di questo “potere”, per la semplice ragione che la comunità lo avrebbe rigettato immediatamente. Le board ed i forum erano (sono) piccole isole con i loro confini delimitati da un hobby, un interesse, un tema; i loro amministratori rispondono sostanzialmente agli utenti, e non a qualche azionista di Wall Street. La meccanica del far vedere all’utente quello che un qualche algoritmo ritiene possa interessargli è semplicemente del tutto aliena a queste comunità virtuali.

Spostandoci sul fronte dei social networks la visione è completamente rovesciata: algoritmi sofisticatissimi decidono cosa vediamo appena apriamo le applicazioni sui nostri cellulari e cosa viene nascosto in un trafiletto. È la natura del mezzo che deve fare cassa: tenere l’utente incollato alla piattaforma. Ed il modo migliore per farlo è mostrargli continuamente cose che sai già che per lui sono interessanti. Questo ha già di per sé il lato negativo che si tende a perdere punti di vista ed opinione diverse dalla nostra. Inoltre, se tutti i contenuti sono veicolati da piattaforme private come Facebook, cosa impedisce a questa azienda privata di censurare contenuti a propria discrezione? Un caso semplice è quello dei gruppi di neo-nazi che proliferano mentre una foto che mostra un capezzolo viene eliminata senza pietà, ma tecnicamente nulla vieta che questa censura venga applicata discrezionalmente a qualsiasi altro tipo di contenuto. È già accaduto su altre piattaforme come PayPal, in occasione dei War Diaries rilasciati da Wikileaks, dove per volontà politica si voleva impedire il sostentamento economico della creatura di Assange. Qualcuno potrà obbiettare che anche sulle boards gli admin hanno poteri di censura del tutto discrezionali: è verissimo, ma la natura del mezzo rende di fatto inapplicabile la censura immotivata ed insensata per la semplice ragione che l’utenza si ribella. E non esistendo mai una singola board per un determinato topic, esiste sempre l’alternativa, e questo ti obbliga a fare i conti con la responsabilità etica che ti viene affidata nel momento in cui hai il potere di censura su dei contenuti. Questo, in una qualche misura, rende l’attività degli amministratori sottoposta a controllo pubblico, se per pubblico si intende l’utenza.

Quale alternativa esiste, oggi, a Facebook? Certo, esistono ancora le boards ed i forum. Ma la piattaforma di Zuckerberg ha fatto del miliardo — e passa — di utenti la propria ricchezza, capitalizzando la pigrizia dei suoi utenti: vai su Facebook perché sei sicuro di trovarci i tuoi contatti. E questo è un capitale che nessuna piattaforma eroderà nel breve o medio termine.

Ritengo che il potere di evidenziare un contenuto rispetto ad altri sia molto più grande del potere di censurarlo. È molto più efficace, esercita un controllo di opinione indiretto e subdolo. Se si parla di opinione di consumatore Facebook la fa da padrone sfruttando il meccanismo per vendere pubblicità. Nel momento in cui si parla di opinione politica la cosa diventa un problema etico e sociale — vi invito a leggere, a questo proposito, l’interessante digressione di Alessio Banini sul perché abbiamo bisogno di un “Facebook pubblico” — su cui il controllo non può essere privato, tanto meno se l’obbiettivo del privato in questione è il mero profitto. Sorvolo su quali scenari si apriranno nel momento in cui Facebook possiederà anche i mezzi di comunicazione fisici per l’accesso — vedi l’iniziativa internet.org.

Questo fattore sposta la questione non su chi ha diritto di espressione — oggi ce l’hanno tutti, anche le capre — ma su chi riesce ad essere ascoltato. Chi è messo in evidenza? Chi viene censurato? E, soprattutto, chi lo decide e su quali basi?

Per citare Luttazzi:

Puoi avere le idee più belle del mondo, ma è inutile se nessuno ti sta ascoltando. In quel caso sei solo l’abbaiare di una noce di cocco.