TI6: videogames, sport e riflessioni sparse

L’ultima settimana l’ho passata sostanzialmente senza dormire, e per una volta non è stata l’ansia, la rabbia o altre amenità. Per i non appassionati dire che si sono svolti i mondiali — The International, sesta edizione — di un gioco chiamato DOTA 2 vorrà dire poco o niente, e nemmeno io ne ho mai scritto prima pur seguendo la cosa ormai da anni ed essendo io stesso un giocatore accanito. Quello che si è svolto quest’anno però mi solleva un paio di riflessioni che vorrei mettere nero su bianco, e che muovono da vari aspetti della manifestazione.


L’aspetto economico
Ogni tanto qualcuno mi chiede cosa saranno mai queste manifestazioni, perché alla fine “sono solo videogames”. Quando gli rispondo che il montepremi è in crescita costante da 5 anni a questa parte e che quest’anno ammontava a venti milioni di dollari di solito sgranano gli occhi, credendo li stia prendendo in giro. È una cifra che testimonia quanto questo mercato sia cresciuto, e non parlo di roba tipo pokemon e altre menate (lo ammetto, li odio e sono antipatico in merito, per questo non ne parlo mai, semplicemente è una cosa che non mi interessa) quanto piuttosto di una visione del gioco elettronico come vera e propria professione sportiva.


L’aspetto sportivo
Citando di nuovo l’aspetto economico e l’ammontare del montepremi, questa notizia ovviamente oltre a non sorprendere un appassionato ormai sorprende più che altro in quei paesi, fra cui curiosamente il nostro, in cui ancora non si concepisce il gaming come sport. ESports, come li definiscono, per essere precisi. Anni fa, quando numeri e cifre iniziavano a salire rendendo di fatto gli esports un terreno dove potersi costruire una carriera sostenibile, mi sono trovato a riflettere su questa definizione di sport. L’obiezione più naturale che il 99% delle persone muove a questa riflessione — e che anche io ho considerato — è che non si possa mettere sullo stesso piano la fatica di tenere il culo inchiodato ad una sedia e gli occhi sul monitor a quella di un atleta che si allena per infrangere il record mondiale dei cento metri su pista.
Fin troppo ovvio, giusto? Per un po’ anche io sono stato di questo avviso, pur se con delle forti riserve dato che gioco dalla tenera età di 6 anni, quando i miei fecero l’errore di regalarmi il glorioso Amiga 500.
A questa filosofia sfugge tuttavia l’ovvio: il fatto che non si possano paragonare i due mondi non significa che uno sia meno impegnativo, esigente o competitivo dell’altro. È come quando un tipico sociopatico reazionario ti dice che un non puoi essere stressato se lavori in ufficio perché “mica fai il muratore”, come se il fatto di non bruciarmi la testa al sole sedici ore al giorno possa togliere qualcosa ad un tipo diverso di fatica che faccio. Essere competitivi su certi videogiochi richiede molte ore di allenamento e dedizione, coordinazione occhio-mano, abilità decisionali, riflessi veloci. Non è forse un tratto distintivo di ogni gioco di squadra?
C’è poi l’aspetto della competitività: al netto dello “shit talking” che alla fine fa parte dell’esperienza di gioco per certi titoli, e sempre entro certi limiti, manifestazioni come TI sono sì una importante competizione che mette in palio milioni di dollari, ma restano principalmente celebrazioni di una comunità. Una comunità che compete, che si sfida magari anche in modo aspro, ma che alla fine resta una comunità. L’ho visto succedere quasi sempre, dal CCG del Trono di Spade — amministrando una comunità di 12000 giocatori qualcosa ho imparato — a videgames come questo ed altri. Eppure i numeri critici continuano ad essere su manifestazioni che non lasciano passare un weekend sportivo senza che qualcuno si prende a mazzate, bottigliate o peggio, e spesso sono gli stessi personaggi che danno degli sfigati a chi preferisce cose tipo quella di cui stiamo parlando in queste righe. Penso che la situazione si spieghi perfettamente da sola.


L’aspetto sociale
Tornando a TI6, c’è stato quest’anno un siparietto interessante. Per farla breve un player — alla fine qualificatosi secondo con la sua squadra — ha avuto per tutto il torneo il tifo della madre presente sugli spalti, sempre più emozionata man mano che la squadra del figlio procedeva contro ogni pronostico verso la finale. La giornalista di Q13Fox Kaci Aitchison intervista i due insieme, ed ovviamente ci scappa la domanda scontata: se la signora è fiera del figlio. La risposta positiva è altrettanto scontata — e grazie al cazzo, il figlio ora porterà a casa i milioni — come scontato è il commento di sottofondo del figlio che borbotta, a metà fra la battuta e la frecciata, che non è sempre stato proprio così. Al che io mi aspetto di vedere la madre arrossire, impallidire, scoppiare a ridere, tirargli un ceffone in mondovisione per qualcosa tipo 600.000 spettatori. E invece lei risponde, con tutta la spontaneità e la sincerità del mondo stampata in faccia, che prima non capiva quello che il figlio faceva, che insisteva che studiasse ed andasse a scuola — e che continuerà a farlo, ci mancherebbe altro — ma che, alla fine, aveva capito che il figlio faceva ciò che amava, che era qualcosa che lo impegnava allo sfinimento, che poteva offrirgli una carriera ed una prospettiva di futuro valida e sostenibile, e che essendo di un’altra “epoca” aveva solo avuto bisogno di vederlo per rendersene conto. D’accordo o meno che si possa essere col suo punto di vista sono contento di vedere che esistono ancora genitori che, in tempi come questi in cui conta solo il successo ed lo stipendio fisso, lasciano i figli liberi di fare ciò che amano veramente, che siano i videogiochi o che siano l’arte e la musica, sempre più sacrificate e messe all’angolo nel civilissimo occidente capitalista. E, a volte, arrivano anche i risultati più interessanti.

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