I venerdì a casa con Ismail

Una volta (ieri l’altro?) mi piaceva tornare a casa dai miei perché con la mamma facevamo il gioco delle galline. Andiamo a letto presto come piace a te, mi diceva.

Adesso ci gioco comunque, ma da sola, lei guarda the young pope.

E adesso a casa c’è Ismail.

Arrivo a casa dopo l’interminabile giornata di lavoro, finita a cercare ciokocrem diverse da natura si, pensando solo: non voglio cenare, un bicchiere di vino e poi crollare. Madre, intramontabile, cucina verdure, cavoli cime di rapa il tofu che le ho fatto comprare prima una frittata senza farsi vedere del riso basmati integrale. Siamo tre a casa adesso, più uno, giovane bello e nero come il carbone.

Salgo in camera a provarmi il nuovo cappotto preso su yoox, che ovviamente non va bene, e sbircio nella sua camera. Letto perfetto. Tutto ordinato. Una sedia al posto del comodino, con sopra un cuscino e il computer ereditato, come ereditata la camera in cui dorme.

Mi aveva detto la mamma che l’altra mattina, mentre provava a svegliarlo per andare a scuola, era entrata e lo aveva visto dormire sul letto. Ma sopra non dentro. Sopra il piumone, con solo la coperta leggera avvolta, e lui vestito. Gli ha spiegato che si può dormire sotto, per essere più caldi, ma credo che abbia dormito ancora sopra.

Lui avrà più fame di noi penso sempre, perché è maschio, e noi siamo tutte femmine, e perché sta arrivando in bici sotto la pioggia, vicino ai cinghiali. Si muove in bici quando i miei non possono andarlo a prendere, o quando vuole andare a giocare a calcetto e finisce troppo tardi. Ora non ha più paura del buio qui fuori (e forse non ha ancora visto i cinghiali). Un giorno, prima, quando aveva paura, aveva chiesto a mio babbo come facesse a girare tranquillo di notte se potevano esserci i leoni nel bosco.

La fame spinge nella pancia della mamma e lo chiamo. Dove sei Ismail? Vicino. Vicino quanto? Vicino 5 minuti o vicino 20 minuti? Vicino 5 minuti. Quanti saranno 5 per lui? 5 come per noi?

Aspettiamo un po’ e ci sediamo a tavola, e lui arriva.

La frittata era per lui. E poi le verdure.

Non capisco bene quanto italiano capisca perché non te lo dice, quando non capisce.

Gli piacerà il cavolfiore? E le cime di rapa?

Il babbo azzarda la domanda, ma non capiamo bene la risposta.

In questo momento, la mamma, che era felice, fa una domanda strana, che il babbo riassume in: C’è un portiere in porta e uno tira una gran pallonata a sinistra e becca il palo. Poi chiede: Che tempo farà domani?

Qui ridiamo, noi tre tanto, un po’ fino alle lacrime. E qui vedo quello che la mamma mi aveva solo raccontato. Vedo Ismail, abbassa gli occhi e guarda il piatto. Diventa blu, blu scuro, con gli occhi ancora più bianchi come dentro un mare di latte, liquidi.

Forse crede che stiamo ridendo di lui, anche se non penso. Non avremmo motivo per farlo, e direi che lo sa. Lì, ho visto la frustrazione della mancanza. Di quando ridi con la pancia, con quella naturalità per cui basta uno sguardo per piangere dal ridere, di quando sei in famiglia, di quando stai bene. Di quanto sai di poterne fare parte, ma non parte da subito. Di quanto lo vuoi.

Una lezione di storia quasi. Di storia per quanto è stato semplice capire, dopo, che lui è così piccolo che non riesce, come non ci riusciamo spesso neanche noi, a contrastare questi sentimenti, invece che ridere per finta. Di quanto sia diversa la comunicazione con lui. Sta finendo la terza media in un istituto professionale.

Il linguaggio, i gesti, le parole devono essere controllate, nessuna parola al caso, che possa confondersi con il francese o con l’inglese, attenzione.

E lo recuperiamo:)

Le cime di rapa gli fanno schifo e le lascia al bordo del piatto.

La mamma gli offre pane e ciokocrem. Lui, che la prima spesa che fece con il babbo comprò latte e sacchetto di biscotti da 3 kg, dice: vorrei dei biscotti. Quelli di alce nero però.

Hihi cazzo molto più buoni:) ora mangia solo quelli, il chilo avanzato degli altri rimarrà lì all’infinito.

E intanto impariamo i contrari. Salato, insipido. Fortunato, sfortunato.

Mentre puliamo la cucina osservo come si muove. La cura che mette, è quella che metti solo a casa tua. E che io non ho mai messo, a casa dei miei. Stava mettendo via una coppa, e nel cassetto vede delle briciole. Toglie tutti i piatti, e con la spugna pulisce tutto. L’ho guardato.. io non l’ho mai fatto in 20 anni che ero a casa. Gliel’ho detto:)

Mi chiedo perché lo faccia lui. Davvero. Non è sotto esame. Non ‘deve’ pulire non più di quanto non faccia chiunque a casa propria. Amore? Come fa ad esserci già amore In così poco tempo? Riconoscenza? Come fa a sapere che per mia mamma è davvero la cosa più bella avere qualcuno a casa che se vuole fare qualcosa la fa senza chiedere dove sono i bicchieri? Come fa a sapere quando forse non è troppo? A lasciare quel profumo che non dà fastidio? A mettere le mani nei posti più nascosti e profondi senza che ti senti un po’ invaso?

Finiamo di pulire la cucina, domani deve lavorare alle 10, anche se quel posto non gli piace. Lavora tanto, gratis, e non gli offrono neanche un panino.

Gli propongo di accompagnarlo io, però usciamo un po’ prima, così facciamo la colazione al bar.

Va bene alle 9 e mezza? Anche 9.40 se vuoi, però pronto eh?

Sofi, facciamo alle 9, mi dice lui.

9.15, così un po’ dormiamo!

Sei le numero uno, mi dice, e mi abbraccia.

L’ho visto 3 volte. Così nero con gli occhi di latte.

Sofia