[Come il giochino del panda tra i pupazzi di neve: cercami]

Fino a perdere il controllo

Uno dei miei buoni propositi per il 2016 consisteva nel riuscire piano piano a lasciarmi andare. E per lasciarmi andare intendo perdere quella ostinata, dura a morire, mania del controllo che mi porto dietro fin da piccola, un atteggiamento sicuramente di autoconservazione che non poche volte mi ha permesso di soffrire meno ma, contemporaneamente, di sperimentare meno. E, forse, godermi meno la vita.

Non so dire con certezza se sia nata così. Fatto sta che da un certo punto in poi devo aver sviluppato una capacità inconscia di essere sempre presente a me stessa e di avere la situazione sottomano in ogni circostanza.

Forse questo spiega in parte la mia misofonia, poiché si concretizza su qualcosa che gli adulti potrebbero controllare e invece non controllano; oppure il mio leggerissimo sonno, più uno stato di veglia semi-incosciente che mi rende sensibile a ogni piccolo rumore e che non si trasforma quasi mai in un crollo profondo.

Ancora di più spiega la mia indifferenza verso gli alcolici in generale: a parte il gusto in sé, che proprio non si sposa con il mio palato, credo che in fondo non mi farebbe piacere ritrovarmi in situazioni imbarazzanti, riversa con il capo sul water senza quasi più coscienza a bofonchiare parole incomprensibili (scene a cui ho dovuto assistere più volte fornendo primo soccorso).

Per non parlare poi della mia estrema paura di volare (o, come si dice, di cadere), che mal si concilia con l’illimitata, incondizionata fiducia che occorre dare a una terza persona che sta di là, chiusa in cabina di pilotaggio, senza volto, a decidere se arriverai o meno a destinazione. Mentre tu nel frattempo sei sospesa per aria, stretta in una cintura di sicurezza, senza neanche un finestrino da spaccare e da cui gettarti o un mare da affrontare a bracciate. Qualcosa che — se si crede tantissimo nelle proprie forze — si possa anche solo immaginare di fare.

Idem si dica del lavoro: ho sempre fatto tutto da me e mal tollerato essere obbligata a fare cose in cui non credessi. Ho sempre desiderato essere padrona al 100% delle mie decisioni e questo spiega l’abbandono seriale dei precedenti impieghi fino a trovare un equilibrio naturale nel lavoro da freelance.

Mettiamoci infine il fatto di essere cresciuta in un ambiente di soli maschi. Facile comprendere come, una volta grande, gesti quali portarmi le valigie o guidare l’auto per me o volermi offrire la cena mi sono suonati il più delle volte quasi più dimostrazioni di comando che di galanteria, quali invece volevano essere.

Quindi guido io, mi trascino le valigie io, offro io. Quasi sempre.

Sono la classica persona che fa fatica a delegare il controllo della situazione. A cui non viene naturale farsi aiutare dagli altri. Quella che non riesce ad abbandonarsi all’indietro tra le braccia di qualcuno nel classico giochino della fiducia, tanto per intenderci.

Perché ho il terrore che alla fine mi lasceranno cadere e che non avranno la costanza di aspettarmi fino alla fine. Perché tanto sanno che me la saprò cavare ugualmente, anche con un osso rotto.


Ora che l’ho ammesso — e l’ho ammesso pubblicamente — passiamo alla fase costruttiva di questa storia che, dicevamo, era iniziata con un buon proposito. Da quest’anno, infatti, complice anche il cambio d’aria, ho iniziato ad allentare un po’ le corde per verificare se sto ugualmente in piedi (e fino a che punto) anche con un po’ di controllo in meno.

La prima notizia è che certe convinzioni si possono cambiare
Oggi infatti sono una ex astemia (sì, solitamente si festeggia il passaggio inverso ma tant’è). Diciamo che ho preso un po’ più confidenza con il vino, fino ad apprezzarne sfumature e retrogusto, anche se per il momento i superalcolici sono ancora quasi totalmente off-limits. Ma almeno mi sento meno asociale durante i momenti conviviali e ne sto guadagnando in “leggerezza” generale.

La seconda è che si può imparare a fidarsi più degli altri che di se stessi. Qualche giorno fa sono andata al mare con un amico e con mia grandissima sorpresa mi sono ritrovata a nuotare nel profondo blu, sopra gli scogli, cosa che avevo smesso di fare all’improvviso, tanti anni fa, non so di preciso quando né perché. So solo che ero bloccata. Magicamente mi sono ritrovata nuovamente sospesa a filo d’acqua a guardare il fondale e a incantarmi della sua bellezza. C’è voluta un’altra persona, una che mi trasmettesse fiducia, per ritrovare quello che avevo perso. Da sola probabilmente non ci sarei mai più riuscita.

Tuffarsi nel profondo blu

La terza è che non c’è niente di male, di tanto in tanto, a farsi guidare da un uomo. L’epifania di tutto questo è stato Neoneli, un piccolo paese in provincia di Oristano, regione del Barigadu, che ho visitato un mesetto fa per partecipare a una passeggiata ecologica. Al termine dei 12 km e dopo un pranzo da rivelazione (consiglio vivamente a tutti un tour enogastronomico dei luoghi con tanto di assaggio della famosa “pecora a cassola”) è partita la musica dal vivo. Avevo sempre snobbato profondamente il ballo sardo: lo ritenevo monotono, scarsamente impegnativo, troppo folk, esageratamente rigido. Ho scoperto invece essere di grande complessità, con una variazione infinita di generi e passi che cambiano di paese in paese. E, con grande sorpresa, anche molto intimo, sebbene l’unico punto di contatto tra l’uomo e la donna sia limitato a mano e avambraccio (ai tempi il massimo dell’intimità dimostrabile in pubblico). La donna è guidata dall’uomo solo attraverso impercettibili movimenti di questa zona, come allentamenti o tensioni della presa, i busti restano rigidi, gli occhi fissi davanti, mentre i piedi danno vita a variazioni spesso molto complicate da seguire.

Occorre una perfetta sincronia per potersi muovere elegantemente in una posizione come questa e occorre quindi riporre molta fiducia in chi guida. Mi sono buttata: l’esperienza è stata illuminante.

Ma ancor più lo è stato il mio recente approccio con il ballo latino-americano, un genere che ho sempre amato tantissimo ma che per vari motivi — tra i quali l’essermi circondata di persone alle quali non interessava — avevo messo per anni da parte. In passato ho sempre improvvisato senza mai prendere una lezione, convinta di non esser in grado di gestire una situazione in cui non fossi io a guidare. Oggi invece il ballo di coppia si sta rivelando un’esperienza al di sopra delle mie aspettative, una specie di terapia anti-controllo. Una volta tanto sono obbligata a non decidere, a non guidare, a non assumermi responsabilità: devo fidarmi totalmente del mio compagno e cercare di seguirlo, chiunque lui sia, qualunque stile abbia. E perché questo accada occorre che io esca da me per ascoltare il suo corpo, senza chiedermi se sia il momento giusto per avvicinarmi o allontanarmi o se stare così vicini e così stretti, tanto da poter sentire l’una il profumo dell’altro, sia più imbarazzante o seducente.

Quello che penso è che sia uno straordinario gioco delle parti in cui l’uomo non prevarica la donna — lei segue i movimenti, non esegue ordini — semmai ne viene nobilitato in luce, carattere e bellezza. Un gioco in cui la sintonia tra due persone può raggiungere livelli estremi di eleganza e sensualità, fino a un abbandono totale, per me molto raro.

Una metafora della vita coppia, verrebbe da pensare, ma forse ancor più di se stessi e di come si possa imparare, lentamente, ad andare incontro agli altri prima di volerli cambiare. Fino a perdere totalmente il controllo.