La stagione dell’amore
Si dice che un nuovo taglio di capelli per una donna sia il segno di un cambiamento in corso. Io, che fin da piccola sono stata sempre un po’ maschiaccio, ho il vizio di andarci un po’ più pesante e così di solito o mi licenzio oppure cambio città. Ora, siccome mi sono licenziata da tutti i posti in cui ho avuto la fortuna di lavorare — facendo emergere la mia vera, profonda, scalpitante, natura da freelance — non mi restava che cambiare nuovamente ambiente per vedere sotto-sotto l’effetto che fa.
Così ho colto al volo l’occasione di Cagliari.
Alcuni amici si sono stupiti della decisione, maturata quasi all’improvviso (forse non ci credevo neanche io fino in fondo mentre facevo i bagagli).
E una delle persone più importanti della mia vita qualche giorno fa mi ha scritto “Ad Alghero non stavi così male. Insomma, ne eri innamorata”. Vero. Lo sono tuttora. E allora dove sono finiti il mio #voglioviverecosì, le mie pause pranzo, il mio gigante disteso sulla linea dell’orizzonte?
Il fatto è che per amare occorre essere in due e Alghero negli ultimi tempi si era un po’ rilassata. È vero che posso svolgere il mio lavoro da dove voglio, alla fine mi basta un portatile. Ma per me, figlia di una generazione di incertezze, gli stimoli erano diventati davvero pochi e rari i gesti d’amore ricevuti. Sentirsi una vedova bianca alla fine può crearti il deserto dentro, se non anche farti ammalare. Così ho approfittato di un nuovo incarico che mi costringeva a frequenti trasferte per testare la vita in questa nuova città. Né troppo vicina né troppo distante. Né troppo piccola da starmi stretta né troppo vasta da sentirmi infinitesimale.
Nonostante questo mio slancio, Cagliari le ha tentate tutte per mettermi alla prova: la città del sole eterno a marzo mi ha accolta con due delle settimane più fredde e umide che abbia mai conosciuto negli ultimi anni e un cielo mestamente lattiginoso; il caso ha voluto che contemporaneamente l’impianto di riscaldamento mi piantasse improvvisamente in asso regalandomi una repentina quanto inattesa influenza; per farmi poi sentire una cittadina a tutti gli effetti non ha mancato di omaggiarmi con una multa per sosta in zona disco orario (io sono tuttora convinta che il cartello sia spuntato solo dopo che ho parcheggiato); nel frattempo ho continuato a perdermi incessantemente nel traffico cittadino, chiamando a raccolta tutti i santi del paradiso a ogni deviazione cannata che comportava il periplo dell’intera zona centrale (scoprendo che tutte le strade portano all’asse mediano); e infine il peggio, un infortunio durante una corsa che mi è costato la sedentarietà obbligata per una decina di giorni.
Una relazione complicata, insomma. Tutto il contrario della cittadina catalana in cui ho vissuto negli ultimi 11 anni, calma e regolare, prevedibile, raccolta, a misura d’uomo.
Eppure Cagliari è un posto ideale per il mio lavoro: in questa zona della Sardegna tecnologia e innovazione trovano terreno favorevole e tante delle aziende con cui collaboro tutti i giorni si trovano qui. E poi ci sono tanti amici. In più c’è il mare. Quindi perché questa ostilità nei miei confronti?
Mi ci è voluto quasi un mese per capire che forse avevo preso un po’ troppo di punta questa città, scaricandole addosso tutta la stanchezza dell’ultimo anno nella speranza che mi regalasse immediate e nuove energie. E che in realtà non la stavo amando abbastanza: forse mi sentivo ancora legata ad Alghero e vivevo come un tradimento questo nuovo corso, sebbene il vecchio non mi desse quasi più niente.
Ma ciò che cercavo difficilmente avrei potuto trovarlo intorno a me.
Si trovava dentro.
Così ho iniziato a farla pian piano mia, ad amarla senza aspettarmi niente in cambio, grazie anche ad alcune persone splendide che vivono qui e che ce l’hanno messa davvero tutta per farmi sentire a casa. Da quando ho iniziato ad accettare il loro aiuto tutto ha iniziato a essere in discesa.
Fino a che oggi è uscito il sole. Il sole vero, quello caldo, che ho assorbito fino all’ultimo raggio nel mio primo bikini di stagione nell’immensa spiaggia del Poetto. Una bella giornata, fatta di confronto e risate, piacevoli sorprese e abbandono totale. In un posto che non è mio ma che comincio ad avere voglia di esplorare.
Rientrando dal mare ho spento il navigatore e mi sono lasciata guidare dall’istinto: ho cannato ovviamente la strada del ritorno ma solo il poco che è servito a scoprire il Parco di Monte Claro, inaspettata rivelazione. Mi sono fermata davanti all’ingresso che apriva lo sguardo a tutto quel verde e mi son detta che, sì, meritava una sosta. L’ho girato in lungo e in largo, tra cigni, oche, galli (sì, galli!) e tartarughe. Mi sono fermata in un’area attrezzata e ho fatto qualche trazione alla sbarra. Davanti a me solo alberi e prati, orde di bambini che rincorrevano anatre e genitori che rincorrevano bambini che rincorrevano anatre. Chi leggeva, chi si godeva il sole, chi camminava.
Più vicino, sotto un albero, due ragazzini distesi su su un fianco, avranno avuto 17 anni. Lui da dietro le accarezzava i capelli. Lei guardava rigidamente avanti con quel sorriso che ho già visto tante altre volte.
Potevo quasi sentire il suo cuore battere all’impazzata.
Me ne sono andata via felice, attraversando laghetti e ponticelli, tra i runner della domenica stretti nei loro capi fluorescenti. E con La stagione dell’amore di Battiato che mi rimbalzava in testa a colonna sonora del momento.
So che Alghero è sempre lì che mi aspetta ma per ora, Cagliari, ti propongo di ricominciare da capo.







