Punto di riferimento

Parlavano in continuazione del cambiamento del clima, del surriscaldamento terrestre e dell’alzamento del livello dei mari. Effettivamente quando ero piccolo mia madre comprava sempre i capi da “mezza stagione” perché c’erano quei periodi dell’anno, compresi tra inverno/primavera e estate/autunno, in cui non sapevi cosa mettere. << Vestiti a cipolla>> borbottava mima madre ogni santa volta che dovevo scendere giù in strada a giocare, mentre mia nonna era del partito <<metti qualcosa in testa>>. Di fatto da un po’ di anni non usavo più comprare quei capi mezzi leggeri (o mezzi pesanti). Però era venuta la stagione delle piogge. Sì, che fosse con strascichi di freddo o di caldo, pioveva. I negozi avevano fatti presto ad attrezzarsi con indumenti impermeabili, ma all’inizio non ci si faceva caso. Quindi arrivò per me l’età dell’università, quell’età in cui cominci ad evitare le cose che tua madre ti diceva, in nome di una presunta libertà che spesso fa rima con la voglia di imparare a stare al mondo da soli.

Il guardaroba si componeva di pochi vestiti ma scelti ad hoc per essere sempre fresco ed asciutto, senza troppe pretese. Certo, bisognava avere quel capo un po’ strano trovato per caso in qualche negozio del centro, ma in ogni caso la cosa non diventava mai maniacale. Come al solito prendevo il treno per tornare a casa. La stazione era abbastanza distante da casa mia, circa mezz’ora di strada, ma il più delle volte non mi pesava. <<Sai mi piace molto muovermi a piedi per la città>> dicevo, nascondendo il disagio di indossare spesso e volentieri, una volta arrivato, abiti zuppi di sudore. O di pioggia, per l’appunto. La valigia trascinata, col carico pieno di panni sporchi. Bella invenzione il trolley, se non fosse che il marciapiede è più simile ad una grattugia che ad un tappeto. Il rumore costante delle ruote cadenzato con accenti variabili a seconda dei passi. La borsa del PC, come dimenticarla! Appesa alla spalla, protetta come un bambino in fasce. Lì dentro c’è metà della tua vita. È triste dirlo, ma è vero. 
Quando pioveva dovevi destreggiarti con l’uso dell’ombrello. La città era molto ventosa, qualità che apprezzavo molto in primavera, ma che mi aveva costretto a dannarla ogni qual volta iniziava a piovere. Serviva a poco l’ombrello tenuto in posizione eretta: bisognava piegarlo controvento per garantirsi la migliore copertura contro le gocce di pioggia che, soprattutto d’inverno, tendevano a bagnare il jeans dalle ginocchia in giù. È così che avanzavo verso la stazione, senza auricolari per evitare ulteriori preoccupazioni, facendomi largo contro questo meteo infernale. Poi sì, la lotta era estenuante e ti ci trovavi comunque bagnato, sotto la maglia interna.

Prendevo il treno che scendeva lungo il tratto ad Ovest della mia regione. Mi affacciavo sempre al finestrino di sinistra <<così evito il sole>>. Anche se pioveva. Le fermate delle prime stazioni erano consuete. Non riuscivo a prendere subito sonno per via dell’adrenalina di quel combattimento, ma piano piano mi mollavo al frastuono delle rotaie che nei regionali è sempre molto alto. Così attraversavo lunghi tratti in campagna, periferie di città e centri abitati. Poi ancora periferie, campagne, periferie e centri abitati. Prendevo i punti di riferimento lungo il percorso, così sapevo sempre dove mi trovavo. Fu allora che mi accorsi di questa costruzione rurale, di alcun valore architettonico, con una di quelle coperture in lamiera fatte per metterci gli attrezzi, o per parcheggiarci la macchina. L’edificio si trovava alla mezzeria del cateto maggiore di un lotto triangolare. Era evidente che la costruzione della ferrovia aveva spento i sogni di gloria del proprietario, di costruire un recinto a rettangolo aureo. Dietro passava una strada comunale su cui a volte intravedevo dei ciclisti della domenica, oppure qualche macchina diretta in aperta campagna. Mi chiedevo sempre cosa ci facessero in quell’angolo morto, proprio vicino al passaggio a livello. Spesso ci vedevo bruciare della sterpaglia, in quei plumbei pomeriggi d’inverno. Facevano tanto fumo, perciò non passavano inosservati. Poi appena accanto c’era una di quelle discariche spontanee ed abusive ed ogni volta mi chiedevo quanto fosse vicino il giorno in cui anche i rifiuti avrebbero preso fuoco. Mi ci ero quasi affezionato a quell’edificio agreste, sincero e posizionato in un lotto così strambo. Era uno dei punti di riferimento architettonici più accurati per la sua originalità ed unicità. E poi mi ero anche affezionato allo sconosciuto proprietario che sicuramente avrà avuto i suoi pensieri a confrontarsi con quella strana forma triangolare.

Poi venne l’autunno e di nuovo le interminabili piogge. Si allagavano le città ma non si sapeva bene se la colpa fosse del tempo o del comune. Pioveva sempre a vento ed in poco tempo piccole chiazze d’acqua diventavano enormi pozzanghere, insidiose per i pedoni. Mi bagnai completamente le gambe una volta, perché ancora portavo i calzoni corti. Ma tutto sommato ero felice di starmene nella mia piccola stanza mentre fuori pioveva. Decisi nel fine settimana di tornare al mio paese ed andai in stazione, come sempre. Era un bel giorno di sole, con un po’ di vento, perciò al binario arrivai parzialmente sudato. Salito sul treno mi piazzai sul lato sinistro, stavolta sì che era per evitare i raggi diretti del sole. Il treno fece le solite fermate ed io nella mia mente ripassavo i punti di riferimento. Il treno esitò un paio di volte ma mi accorsi che ci avvicinammo a quello strambo lotto triangolare. Mi preparai per guardare fuori: ecco il muro, i suoi alberi.

Ma l’edificio era crollato.

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