Sottosopra: Monfalcone vista da fuori, tra integrazione e rimozione

Abbiamo incontrato e condiviso in questi giorni alcuni ragazzi giovani, italiani e stranieri, che ci hanno parlato della loro vita e dei loro auspici per il futuro: è stata un’esperienza affascinante che ci permette di individuare alcuni tratti comuni su cui proviamo a riflettere assieme.

Monfalcone vista da fuori (foto di Pierpaolo Freschi)

Il primo dato di riflessione, sia pur banale, è utile per partire: Monfalcone è scelta dagli stranieri come luogo di lavoro; contemporaneamente gli italiani che vi sono nati e vi resiedono la vivono anch’essi nello stesso modo. 
Tutti i ragazzi con cui abbiamo parlato ci hanno fatto notare, direttamente o indirettamente, che la loro famiglia individua la nostra città come spazio di emancipazione professionale: i lavoratori stranieri del Cantiere la vivono come uno “strumento” con il quale elevare il livello sociale proprio e dei propri famigliari (che abitino con loro in Italia o nel loro paese di origine), mentre i giovani italiani la vedono come un luogo strettamente legato alle industrie locali. In questo senso i ragazzi nati in Italia sperano di uscirne per costruirsi un futuro diverso -in particolare quelli che hanno una vocazione maggiormente artistica- o di essere coinvolti in un percorso lavorativo adeguato alle proprie aspettative sul territorio.

Possiamo quindi dedurne che il primo punto in comune individuabile è proprio l’emancipazione: costruire un percorso di vita per se stessi diverso e maggiormente dignitoso. Lo abbiamo sentito dalle parole della videointervista di Nadim, ma anche dal senso complessivo del percorso di vita di Anjeza, e riusciamo ad interpretarlo anche dalla voce di Pasquale.

“E’ da un bel po’ che non faccio sport, ci sono tante preoccupazioni, cerco lavoro…” (Nadim)

Il secondo aspetto è la lettura che le persone intervistate danno della diversità: l’ironia che traspare dalle parole dei ragazzi di FDI e dal testo del loro pezzo sulla rimozione delle panchine di Monfalcone è tagliente, e vuole mettere a nudo una mossa di arrocco di chi crede che nascondendosi la realtà si possa modificarla. E’ proprio Anjeza che, riportando un esempio della propria esperienza scolastica in Albania, ci fa notare che dovrebbero essere evitati atteggiamenti discriminanti. Affascinante come la visione più “pessimistica”, anche se ammantata di dolcezza e nostalgia, sia quella del giovane bengalese, con la sua frase “ci sono certe persone, non tutti, che guardano male, che pensano male degli stranieri e questa è una sfortuna. Di mattina ti svegli, vai fuori e ci sono persone che ti guardano male: è una sfortuna.”

I ragazzi di FDi durante l’intervista (foto di Sottosopra)

Noi siamo davvero d’accordo con lui, crediamo che la situazione sociale attuale sia un fatto immodificabile, connesso ai flussi migratori internazionali e alla vocazione industriale di Monfalcone rappresentata da Pasquale: “Monfalcone è una città che esiste perchè c’è il cantiere: una città così va vissuta in tranquillità sotto tutti i punti di vista, senza cercare di ammazzarsi o emarginare qualcuno o qualcosa”. 
Se è vero questo assunto, allora bisogna costruire una serie di azioni che possano dare strumenti alla coesione sociale, destinando risorse e coinvolgendo tutti i livelli di governo della città: l’amministrazione comunale, il terzo settore, le società sportive, le imprese e chiunque abbia a cuore il futuro (economico, sociale e culturale) di Monfalcone. Si tratta di scegliere, di fatto, tra una integrazione difficile ma a nostro avviso auspicabile e la rimozione: del problema, e delle panchine.

(Testo di Francesco Martinelli)