Sonata in riva al mare


È giorno ed una luce soffusa penetra tra le imposte chiuse di un locale, attutita dall’aria lattiginosa per del fumo che galleggia sul soffitto. Riconosco l’ambiente in cui mi trovo, ma non riesco ad identificarlo.

Con me c’è una ragazza che non conosco, dai capelli corti, castani, la quale ride per qualche motivo ignoto; la cosa mi rende inquieto e non mi sento a mio agio. Siamo seduti su dei tavoli a cavalletto, lei è alla mia destra, ed attorno a noi ci sono una decina di persone, che però appaiono sfocate e le cui voci sono come ovattate.

Tengo lo sguardo fisso su una parete rosa di fronte a me, finché la ragazza non si alza di scatto e dice di voler uscire. Mi sento poco a mio agio. La mia tensione aumenta e, nonostante l’imminente tachicardia ed il sudore freddo, le apro la porta di legno a due passi dal tavolo e la conduco fuori dalla stanza.

Ci ritroviamo a camminare su una spiaggia, adesso il sole è appena tramontato, e dopo pochi passi mi accorgo che la ragazza è scomparsa.

La tensione non diminuisce e inizio a sudare tanto, troppo, girandomi continuamente a destra e a manca nel vano tentativo di trovarla, ma in tutti i lati si staglia il nulla, e la stanza da cui eravamo usciti sembra non trovarsi più lì.

Dopo poco mi ritrovo davanti una sorta di cupola di legno, sotto la quale un quartetto d’archi sta accordando gli strumenti. Avvicinandomi di più mi accorgo che la ragazza sta suonando la viola e mi chiede di mettermi al contrabbasso ancora prima che possa chiederle una qualunque spiegazione.

Tutto finisce con noi che intoniamo una sinfonia e l’alta marea che ci travolge.

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