Il destino di Twitter è nelle nostre mani

Negli ultimi mesi abbiamo letto molte cose sul declino di Twitter, sulla sua crescente inadeguatezza a svolgere il suo ruolo originario, quello di una piazza in cui le persone interagiscono e conversano tra loro. La colpa, secondo molti, è dello slittamento progressivo di Twitter verso un ambiente adatto a scambiare informazioni in tempo reale (un News Network, secondo Luca Alagna); un ambiente meno sociale, quindi, e sempre più controllato da poche figure dominanti del mondo dell’informazione, della politica, dello sport e dello spettacolo.

Mi sono iscritta a Twitter nel 2007; da allora, entrare e leggere la mia timeline è diventato stabilmente uno dei primi gesti mattutini che ripeto ogni giorno, e lo stream di Twitter accompagna sullo sfondo tutto il corso della mia giornata. Non ho difficoltà ad affermare che Twitter è uno strumento che mi è stato prezioso, che mi ha aiutata a crescere anche professionalmente e che mi ha fatto amare ancora di più un mondo a cui sono molto legata da anni, quello della rete. Come la rete, Twitter è diventato nel tempo parte integrante della mia vita quotidiana.

La metafora che mi viene sempre in mente quando penso a Twitter, o quando provo a spiegare che cos’è a chi non lo conosce, è quella di un treno affollato: a chi lo attraversa nel senso della lunghezza arrivano da ogni scompartimento frammenti di discorso, spezzoni di frasi, pronunciate dai tanti viaggiatori sconosciuti che lo affollano. Alcune ci fanno sorridere, altre arrabbiare; alcune non le capiamo, altre non le condividiamo. Possiamo sentir parlare di calcio, di politica, di quello che abbiamo cucinato oggi o delle preoccupazioni per la salute, per il lavoro, o per una storia d’amore.

La differenza sostanziale è che in Twitter possiamo scegliere i viaggiatori che affollano il treno: le persone che seguiamo non ci sono imposte da nessuno, sono solo frutto delle nostre scelte consapevoli. In più, abbiamo la possibilità di tornare su queste scelte, e di smettere di seguire qualcuno, di toglierlo dallo scompartimento, se ci accorgiamo che quello che scrive non ci piace o non ci interessa (come scrive Barbara Sgarzi: “Se dite che i social network sono pieni di stupidaggini, state seguendo le persone sbagliate” (Twitter, news e comunicazione, p. 5).

Ma c’è di più: abbiamo nelle nostre mani il potere non indifferente di alzare il volume della voce dei singoli viaggiatori, facendo in modo che quello che dicono sia percepito e ascoltato più facilmente anche da altri passeggeri che, come noi, attraversano il treno. Retwittando i loro testi, li mettiamo in evidenza, li facciamo emergere dalla massa di tutti gli altri, e in questo modo contribuiamo a decretare la diffusione dei loro contenuti.

Ora, quello che sempre più si verifica in Twitter è che scegliamo di popolare i nostri scompartimenti di viaggiatori noti, che tutti conoscono perché si sono già affermati in altri contesti comunicativi (la stampa, la tv). E, quel che è peggio, scegliamo sempre più spesso di alzare il volume proprio di questi viaggiatori celebri, proprio perché sono conosciuti, e questo ci gratifica, ci dà la sensazione di condividere un po’ della loro notorietà.

Pensate che noia mortale: attraversare un treno dai cui scompartimenti ci arrivano voci che pronunciano a volume elevato i titoloni dei giornali (sempre gli stessi, quelli più ad effetto), le sparate o le frasi fatte dei politici (quelli più in vista, che vediamo sempre anche in tv) o le banalità delle celebrità di turno (che ci raggiungono per altri versi dalla tv e dalla stampa). Ma quel che è peggio è che, a parte la noia, questo modo di vivere Twitter è un’occasione persa, direi sprecata: da protagonisti potenziali diventiamo spettatori stupidi di un pubblico ristretto di celebrità (proprio come in tv), da costruttori di contenuti originali riduciamo il nostro ruolo a quello di riproduttori di contenuti altrui, da partecipanti ad interazioni tra pari ci trasformiamo in passivi fruitori subalterni di monologhi propinati da chi la sua fama se l’è costruita altrove, e ci impone questo suo ruolo dominante trasferendolo in Twitter.

Una ricerca recente ha dimostrato che attraverso i social, e Twitter in particolare, accediamo ad informazioni molto meno differenziate di quelle a cui accediamo attraverso i motori di ricerca. Stiamo diventando progressivamente prigionieri di “social bubbles”, che filtrano il nostro accesso all’informazione e ci indirizzano verso fonti sempre meno diversificate (vedi fig. 1). Un bel problema, dato il ruolo sempre più preponderante dei social nella diffusione dell’informazione.

Fig. 1 — DOI: 10.7717/peerj-cs.38/fig-1

Sono sempre stata convinta che molte cose si possano ottenere con una forte spinta dal basso; in Twitter questo è già avvenuto, più volte: le persone hanno iniziato ad usare la chiocciola per riferirsi ad altre persone, o a redistribuire i tweet di altri facendoli precedere da una sigla convenzionale, o ancora a segnalare il tema dei tweet con un #; nel tempo, e grazie alla spinta dal basso dei partecipanti, questi tre meccanismi sono diventati parte integrante dell’ecosistema di Twitter, contribuendo in modo sensibile ad imporlo come un ambiente speciale, diverso da tutti gli altri. Bello da frequentare.

Questa spinta dal basso ha almeno in teoria la possibilità di evitare ciò che sta avvenendo: che Twitter diventi un insieme di pochi canali monologanti, iper-seguiti e iper-retwittati da un pubblico passivo, ebete e ignaro delle proprie potenzialità, che si accontenta della possibilità di prendere a parolacce qualche celebrità che gli sta antipatica. Basterebbe prendere coscienza del fatto che ciascuno sconosciuto partecipante è un mattoncino della coda lunga di Twitter, una nicchia in grado di produrre a volte idee originali, intelligenti, diverse da quelle dominanti, che altrove non avrebbe mai la possibilità di emergere.

Non ho mai provato tanta soddisfazione frequentando Twitter di quando ho scoperto, quasi sempre per caso, alcune di queste nicchie: persone che non conoscevo, poco seguite e quasi mai retwittate, ma brillanti, ironiche, e soprattutto originali. Scoprire e diffondere queste nicchie, e parallelamente sottrarsi al passivo ed anestetizzante retweet di ciò che ci bombarda anche altrove, sempre uguale a se stesso: solo per questo — forse — il destino di Twitter è nelle nostre mani.