Webeti e telescemi

Si è scritto e parlato molto negli ultimi giorni dell’appellativo “webete” che Enrico Mentana ha rivolto ad una tipologia specifica di frequentatori della rete e dei social: quelli che sono soliti esprimere giudizi, spesso carichi di emotività, senza prima aver compreso le opinioni altrui che si trovavano a giudicare; quelli che riversano in rete parole piene di aggressività, intolleranza, a volte odio, senza prima aver cercato di capire, analizzare, ponderare; quelli che condividono e retwittano senza neppure avere letto. E’ un fenomeno noto, studiato da sociologi, psicologi, linguisti (io stessa ne ho scritto in Fiumi di parole. Discorso e grammatica delle conversazioni scritte in Twitter).
La tipologia esiste, tutti noi ne abbiamo esperienza quotidiana se frequentiamo, anche solo saltuariamente, gli ambienti connessi in cui entriamo in rapporto con gli altri. Eppure, quella indicata da Mentana è solo una parte della verità, che mette in ombra la parte più antica, più radicata, e per questo più preoccupante del nostro rapporto coi media.
Prima degli webeti, già da decenni esistono schiere di telescemi: eserciti di persone incollate per ore ad un altro schermo, quello della televisione, che giorno dopo giorno assorbono quello che vedono e ascoltano senza la mediazione di un ragionamento, senza un tentativo di elaborazione critica. “L’ha detto la televisione”, “l’ho sentito al telegiornale”, e per questo deve essere vero, intelligente, sensato. Poco importa se la fonte è l’albaparietti di turno, chiamata a discettare di tutto e su tutto, o se il contesto è quello non della narrazione accurata di fatti, ma della ricerca a tutti i costi del patetico, del “cosa si prova?”, della lacrimuccia facile da versare a caldo, per poi dimenticarsene dieci minuti dopo. A guidare questa mistificazione di massa ci sono i professionisti della telescemenza: alcuni sono proprio i colleghi di Mentana, che propinano ai telescemi in modo sistematico e organizzato un insieme di panzane, sapiente mix di superficialità spicciole e storielle patetiche.
La differenza tra webeti e telescemi è che i primi esternano, si infervorano, urlano, insultano, sbandierando la loro webetaggine al mondo intero, mentre i secondi se ne stanno silenti, passivi ricettori di scemenze che al massimo commentano frettolosamente al bar, in ufficio o dal parrucchiere. Ma sia chiaro: questo silenzio non li rende meno telescemi. Al contrario, non palesata, la loro telescemenza non rischia nemmeno di essere attenuata dal confronto con gli altri: rimane com’è, giorno dopo giorno si stratifica e dunque, semmai, si rafforza.