Il Vero Amore

Lui cercava il vero amore, però non era un fisionomista e riconoscerlo non era affatto facile. Qualche volta gli era sembrato di averlo intravisto nell’ombra di un sorriso o in una mano che aggiustava una ciocca di capelli, ma era stato solo un’attimo e poi non era sicuro che fosse lui, gli somigliava, certo, ma forse si sbagliava.

Qualcuno gli aveva detto che quando l’avesse trovato l’avrebbe riconosciuto subito, ma lui non era convinto che fosse così semplice, e se si fosse sbagliato? Era un rischio davvero grande, passare una vita intera a cercarlo e poi, alla fine, scambiarlo per qualcos’altro.

Così ogni giorno si sedeva di fronte alla finestra e osservava la strada, guardava la gente passare e sperava che fra loro ci fosse anche il vero amore, quello che si incontra una volta sola nella vita, quello che riconosci a prima vista, ma la domanda che gli frullava in testa era sempre la stessa, come l’avrebbe riconosciuto? Aveva anche provato a farne uno schizzo, qualche anno prima, una specie di identikit che teneva appeso alla parete, accanto alla finestra, ma nessuno di quelli che passavano gli somigliava minimamente.

Gli anni scorrevano veloci e ognuno di loro stendeva una nuova mano di giallo sul foglio appeso accanto ai vetri, lui non si arrendeva e continuava a sezionare quella marea in movimento che animava la strada di fronte alla sua casa, era sicuro che prima o poi l’avrebbe visto camminare attraverso l’angolo di mondo delimitato dalla finestra, non si sarebbe lasciato morire senza averlo visto, sarebbe stato davvero sciocco.

Aveva quasi perso la speranza, quando lo vide, staccò l’identikit e lo avvicinò al vetro finché non si sovrappose all’ombra che passava in strada, era lui, non c’erano dubbi, anche il suo cuore malandato glie lo confermò con un sussulto simile ad un battito d’ali di farfalla proprio in centro al petto. Si infilò il foglio in tasca e corse verso la porta, le mani gli tremavano talmente che quasi non riuscì ad afferrare la maniglia, aprì e si precipitò giù per le scale.

Arrivò in strada con le ginocchia che gli dolevano e il respiro che gli usciva in un sibilo roco come quello di una vecchia locomotiva a vapore che funziona male, dell’ombra non c’era più nessuna traccia. Venne preso dal panico e una fitta di dolore gli trafisse il petto, gli sembrò di sentire il cuore che si divideva a metà spaccato da una lama precisa ed affilata, le gambe non ce la fecero più a reggere il peso di quell’involucro malandato e crollò a terra come una marionetta a cui avevano tagliato i fili.

Con la testa sul marciapiede guardò per un’ultima volta le nubi dense e grigie che affollavano il cielo, sentiva che la vita lo stava abbandonando e voleva portarsi con se l’immagine più bella che fosse riuscito a catturare con i suoi occhi stanchi. Si sentiva preso in giro, derubato da una vita di solitudine che lo stava abbandonando proprio nel momento in cui ne aveva più bisogno.

Pian, piano delle teste iniziarono a portargli via fette di cielo, avrebbe voluto urlargli di lasciarlo morire in pace, di non portargli via l’unica immagine bella che gli restava da vedere, ma dalla bocca gli uscì solo un rantolo, stava per chiudere gli occhi e abbandonarsi al nulla quando fra le teste spuntò anche la sua, era bellissimo, provò a prendere il foglio dalla tasca ma ormai le forze lo avevano abbandonato allora allungò la mano, gli sfiorò una guancia ed esalò il suo ultimo respiro.

Quando arrivarono i paramedici ormai non c’era più niente da fare, nessuno si accorse del foglio ingiallito e spiegazzato che era volato poco distante sul marciapiede, sopra c’era il disegno di un viso stilizzato, chi lo avesse visto avrebbe detto che era stato fatto da un bambino di quattro anni, un enorme cerchio, con delle piccole linee sulla sommità per i capelli, due occhi grandi quasi quanto tutta la faccia e una mezza luna che doveva essere una bocca sorridente.

Nessuno guardandolo avrebbe mai detto che quello era il ritratto del vero amore.

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