Memorie

Ho avuto un’infanzia difficile, ricordo ancora quella volta che mi investirono, non fu un bel periodo, la crisi e la stagnazione dei mercati fecero sì che non rendessi come sperato, appena un misero 0,3 per cento in due anni. Mio padre, che non mi aveva mai stimato, se lo avesse fatto avrebbe capito che non ero un buon investimento, mi fece notare che rendevo meno dei BOT e decise di mandarmi in un collegio condotto da suore in Svizzera

Non fraintendetemi, io non sono un maschilista, ma quella cosa che le donne non sanno guidare, un po’ è vera, e infatti ci schiantammo contro un grosso platano all’uscita di una curva. Fu lì che capii l’importanza delle virgole, se fosse stato un collegio condotto da suore, in Svizzera, non avremmo dovuto muoverci, e invece era un collegio condotto da suore in Svizzera. A dire la verità in Svizzera ci eravamo quasi, quando Suor Retta si schiantò contro il platano, che poi Suor Retta era un drago sui percorsi rettilinei, ma quando si trattava di girare la forza centripeta la faceva addormentare.

Si dice che il platano quando vide arrivare il collegio lanciato a tutta birra, con una suora addormentata alla guida, abbia pensato questa sì che è una bella seccatura e si sia tutto raggrinzito, seccandosi per davvero. Ma questa è solo una congettura, chi può sapere cosa sia realmente passato fra le fronde della povera pianta in quel momento, magari anche lei si è vista passare davanti tutta la vita.

Le povere sorelle erano disperate, ma la più disperata era Suor Pòta, anche lei come me aveva avuto un’infanzia infelice. Era nata con il pollice verde, le piacevano un sacco le piante, le piaceva curarle, sfoltirle, cambiarne la forma con pochi, misurati, colpi di forbici. Per questo il babbo, quando finalmente si decise a registrarla all’anagrafe, scelse il nome di Póta, il poveretto però non aveva tenuto conto delle origini bergamasche dell’impiegato comunale, il quale invece di una o chiusa ne mise una aperta.

Da quel giorno la povera bimba, ogni volta che impugnava le forbici, iniziava ad inveire in bergamasco contro le piante che potava, perché anche gli accenti hanno la loro importanza. Così quando la giovane suora vide il platano rinsecchirsi, come un pezzo di carta che brucia, esclamò un sonoro Pòta a cui seguirono due ave maria e un padre nostro a segno di espiazione.

Provammo a far ripartire il convento, ma non ci fu nulla da fare, l’impatto con il platano aveva fatto crollare il muro anteriore e il portone d’ingresso era ripiegato sui cardini, come un vecchio sofferente di artrite.

Dopo un veloce consulto, Suor del Capitano, che aveva sempre l’alito profumato di menta, annunciò che sarebbero rimaste lì, al confine con la Svizzera, e cambiò nome al convento in “Convento del vecchio Platano rinsecchito”.

Io, onestamente, non sapevo cosa fare, avevo passato tutto il viaggio a fantasticare sul mio futuro elvetico, mi vedevo ora costruttore di orologi di alta precisione, ora maitre chocolatier, alla fine per non scontentarmi avevo deciso che avrei fabbricato orologi di alta precisione di cioccolato.

Lo dissi alle suore, che capirono e mi augurarono buona fortuna, non avevo fatto però i conti con la precisione svizzera. Arrivato alla dogana i Finanzieri italiani mi salutarono calorosamente, impressionati dalla mia idea, a loro dire nessuno aveva mai osato tanto, loro gli orologi li avevano sempre visti di metallo. Gli svizzeri, invece, mi guardarono di traverso, stavo tentando di portare in Svizzera rendite finanziarie senza averci pagato le tasse, il maledetto 0,3 per cento mi stava ancora una volta rovinando la vita.

Così invece di fabbricare orologi di cioccolato finì in una prigione Svizzera. Là dentro ero molto rispettato, solo uno che non ha paura di nulla o un folle poteva tentare quello che avevo tentato io, almeno così dicevano gli altri detenuti, e quando io facevo notare che era solo un misero 0,3 per cento loro ribadivano che non importava la quantità, ma era l’audacia dell’azione che meritava rispetto.

Della mia vita da detenuto ho un buon ricordo, ma questa è un’altra storia…


Originally published at www.fraublucher.it.

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