La rivolta catalana è una lotta antifascista (e i piccioni non ci divoreranno).

Sostenere che il movimento indipendentista catalano affondi le proprie radici nel fascismo degli anni trenta, come fanno Mayayo e Lo Cascio nel loro ultimo articolo su Il Manifesto, ha senso come temere di essere sbranati da un piccione. O sostenere che il PD è di sinistra.

Fabio Barteri
Oct 31, 2019 · 8 min read
Disegno originale di https://twitter.com/NEBU_KURO

Saranno almeno un paio di giorni che il mio telefono trabocca di messaggi e commenti indignati sull’ultimo articolo de Il Manifesto dedicato alla Catalogna e alla rivolta contro le sentenze comminate ai leader indipendentisti. Vivo a Barcellona da quasi cinque anni e sono politicamente attivo nel diffondere all’estero le ragioni della lotta per l’autodeterminazione dei Paesi Catalani. Questo mi ha dato modo di conoscere diverse persone, partecipare ad associazioni e collettivi e soprattutto ficcare il mio numero in una quantità sovverchiante di gruppi Whatsapp e Telegram. Gruppi popolati sostanzialmente da altri immigrati che, come me, provano a far capire all’estero l’importanza di questa lotta per la democrazia e contro uno stato che non ha ancora tagliato i ponti col suo passato franchista. Tutta gente che ha comprensibilmente reagito con furiosissimo sdegno al pezzo a firma di Paola Lo Cascio e Andreu Mayayo e pubblicato un paio di giorni fa sul celebre “Quotidiano Comunista”, in cui non solo si afferma apertamente che l’indipendentismo catalano sia eterodiretto da una destra legata ai poteri forti locali, ma si paventa addirittura che abbia una genesi fascista.

Risposte circostanziate a questo ennesimo capolavoro del Manifesto e critiche in giro per il web non mancano di certo, e un mio contributo in tal senso finirebbe per essere superfluo. Vi segnalo questo filo twitter di Stefano Portelli, antropologo romano che ha studiato a fondo le periferie barcellonesi e che sintetizza con chiarezza le maggiori criticità dell’articolo di Lo Cascio e Mayayo.

Chiunque abbia preso parte a questa lotta, chiunque sia sceso in piazza o abbia semplicemente avuto la pazienza e la decenza di staccare lo sguardo dallo schermo del computer o del telefono e guardare in faccia chi sta scendendo nelle strade in Barcellona, sa bene che il movimento a supporto della Repubblica Catalana è autorganizzato, radicato nel territorio e profondamente popolare. Ma, soprattutto, indiscutibilmente antifascista. L’idea (sbagliata e mai provata come ogni complottismo) secondo cui la destra catalana abbia organizzato il tutto per nascondere alcuni scandali finanziari, e coprire i tagli al welfare, gira da tempo e, ad essere onesti, il centro-destra catalanista ha effettivamente cavalcato l’onda per sopravvivere politicamente a scandali e austerity. Un’onda che ha cavalcato, ma che non ha di certo generato, né tantomeno alimentato.

https://www.youtube.com/watch?v=NtBbeoIiePg

Però, fin qui, come detto, siamo alle solite. Avendo sguazzato per anni in queste polemiche so bene che, a sinistra, il ruolo della destra catalanista nell’indipendentismo è un argomento classico di dibattito. Il tormentone dei fan di Podemos è sempre quello: vi alleate con la destra catalana, pensiamo al welfare e via dicendo. Se scrivo è per commentare la seconda parte, quella delle radici fasciste. Perché se è vero che i detrattori di sinistra dell’indipendentismo catalano hanno sempre provato ad appioppargli un’aurea di centro-destra o di leghismo, per quel che ricordo io nessuno si era spinto a legare apertamente il movimento ad un lignaggio fascista.

La cosa mi interessa particolarmente perché si tratta di storia. Paola Lo Cascio e Andreu Mayayo sono docenti di storia contemporanea all’Università di Barcellona, e un approccio coerente con la loro formazione ed attività non stupisce affatto. Nello specifico, gli autori scrivono quanto segue:

Bisogna ricordare che, mentre i soldati italiani della Brigata Garibaldi lottavano e morivano al fronte in difesa della Repubblica spagnola, gli indipendentisti catalani degli anni Trenta tentavano di negoziare sottobanco con Mussolini la costruzione di uno stato indipendente catalano satellite del fascismo italiano.

Quegli indipendentisti di Nosaltres Sols! cantavano più che altro Giovinezza, non Bella ciao!.

Nei decenni seguenti, una parte significativa della destra nazionalista catalana collaborò con la dittatura franchista (la classe viene prima della nazione, come sempre). E gli indipendentisti dell’epoca dell’antifranchismo erano di sinistra, ma assolutamente marginali.

Nel paragrafo successivo, gli autori indulgono in un accostamento con i movimenti sovranisti, lasciando intendere — senza mai affermare apertamente — che tutto sommato il movimento repubblicano catalano è sostanzialmente un’altra diramazione dei vari Salvini, Le Pen, Wilders e via dicendo. In questo passaggio, gli autori tradiscono tutta la vigliaccheria di chi lancia il sasso e nasconde la mano, di chi evoca senza affermare, lascia intendere senza sostenere e prestarsi a dover difendere quanto detto. Dicono senza dire che gli indipendentisti nascono come fascisti, che oggi coincidono con i sovranisti e che quindi, tutto sommato… niente. Siete voi ad averlo pensato, non loro ad averlo scritto.

Il mondo si divide in tre tipi di persone: gli storici, quelli che sono riusciti ad evitare di prendere il debito in storia alle superiori, e quelli che ascoltano Vasco Rossi. Sia chiaro, io appartengo al secondo gruppo. Non sono uno storico, e non mi infilerò di certo in una discussione storiografica. Però, nel mio piccolo, faccio un lavoro che tutto sommato non è tanto lontano da quello dello storico. Sono un biologo evolutivo, e questo vuol dire che studio la storia di come le specie viventi che oggi osserviamo si sono differenziate le une dalle altre. Sono un biologo evolutivo e considero nettamente improbabile di uscire per strada e venir divorato da un piccione. Cosa c’entra con le connessioni tra indipendentismo catalano e antifascismo? Ci arriviamo.

Albero evolutivo (cladogramma) dei dinosauri teropodi. In alto a destra vengono inclusi gli uccelli.

La disciplina nota come tassonomia cladistica si occupa di raggruppare gli esseri viventi secondo le loro relazioni evolutive. Gli appassionati di Jurassic Park ricorderanno di come il paleontologo Alan Grant fosse sostenitore del fatto che i dinosauri si fossero “trasformati in uccelli”.

Alan Grant mentre si caga sotto alla vista dell’ennesima bestiaccia assassina.

Se traduciamo questa affermazione dal contorto linguaggio di Spielberg, troviamo conferme proprio nella cladistica, che non solo sostiene questa relazione evolutiva ma si spinge oltre, classificando gli uccelli proprio come dinosauri, o meglio ancora come dinosauri teropodi. Quei grigi colombi che ti cagano sui panni stesi, e attirano la pietà di gente che ha molliche da sprecare, sono quindi “parenti” dei tirannosauri, dei velociraptor e degli spinosauri. In pratica, i piccioni hanno nell’album di famiglia tutti i “cattivi” della trilogia di Jurassic Park. Ma restano pur sempre degli stupidi e relativamente innocui piccioni.

Manifestanti del PCI negli anni settanta tutto sommato convinti di stare in piazza a difendere i diritti dei lavoratori.

Bisogna far chiarezza su concetti come eredità ed evoluzione. Quando si litiga con un elettore del PD, quello prima o poi tirerà fuori la storia dell’eredità politica, sostenendo che il PD è “erede” del PCI di Berlinguer, del Compromesso Storico, di Togliatti, di Pajetta, di una supposta “grande storia” della sinistra, e via dicendo. Succede sempre, fin quando tu lo fermi e gli dici: “tutto bello, ma avete approvato il Jobs Act e distrutto l’Articolo 18”. La verità è che non basta parlare di “eredità” in termini generici. Quel che conta è l’evoluzione, ovvero il cambiamento nel tempo della configurazione di un sistema complesso, sia esso un organismo, un gruppo di specie evolutivamente correlate, o un movimento politico. Il fatto che una forma ancestrale abbia avuto certe caratteristiche non implica affatto che le forme contemporanee debbano per forza averle “ereditate”, né in toto, né in parte, né in tracce. Cento milioni di anni fa, un incontro con un dinosauro teropode poteva significare la morte per animali delle nostre dimensioni. Cinquant’anni fa, un intervento parlamentare di un esponente del PCI poteva essere animato dalla volontà di difendere i diritti della classe operaia. Oggi, le cose sono molto diverse. Tanto per i piccioni, quanto per i PCIoti.

Chi in queste settimane sta scendendo in piazza per protestare contro le assurde condanne politiche dei leader indipendentisti lo fa con parole d’ordine radicalmente antifasciste, antirazziste e femministe. Lo fa con metodi d’organizzazione orizzontali e soprattutto lo fa perché sente di dover rispondere agli attacchi di uno stato autoritario che non ha mai tagliato i ponti con il suo passato franchista, che quindi non è “evoluto” in quello che ci si attenderebbe essere una democrazia occidentale.

Manifesto del 2017 di un incontro-dibattito organizzato dalla piattaforma Feministes per la Independència (Femministe per l’indipendenza)

Non mi metterò a questionare la legittimità storiografica di quanto affermato nell’articolo del Manifesto perché, come già detto, non sono uno storico. Ma mi rivolgerei a Lo Cascio e Mayayo come profano — e cioè come cittadino, come antifascista e come biologo — porgendo una domanda relativamente semplice. Alla luce delle decine di persone arrestate, delle condanne e della polizia che spara in piazza, alla luce di un movimento di resistenza profondamente radicato a sinistra e nella tradizione antifascista catalana, potete gentilmente spiegarmi cosa cazzo ce ne dovrebbe fregare se, negli anni trenta del secolo scorso, qualche esponente di Estat Català o di Nosaltres Sols! coltivasse rapporti con il regime di Mussolini? Non è tanto il merito della cosa, che non discuto, quanto il rapporto di causa effetto che non si comprende. State davvero sostenendo che qualcosa di quei posizionamenti si sia conservato nell’attuale movimento catalanista? E se sì, dove? Come? Chi?

Sostenete che alcuni “geni” (inteso come plurale di “gene”) di quel fascismo ancestrale siano stati ereditati da chi oggi perde occhi e testicoli sotto i proiettili dello stato che vi candidate a governare? E, se si, su cosa influiscono, che conseguenze hanno sul ruolo politico del movimento?

Occhio, perché se non si comprende il nesso logico, allora vengono in testa strane idee. Cose buttate lì che sembrano voler dire e non dire, riferimenti impropri, richami vaghi ma tendenziosi. Se la semplice lettura di un articolo tanto confuso e farneticante è sufficiente a togliere ogni dubbio sulla sua scarsissima qualità, queste domande instillano dubbi sulla buona fede e sull’onestà intellettuale di chi scrive. Dubbi che forse avreste interesse a provare a fugare.

Lasciate che concluda questo articolo fin troppo caustico con un tentativo sincero di mediazione e conciliazione. Nonostante mi riesca sia sempre più difficile credere che si possa riformare lo stato spagnolo, e quindi accettare l’approccio federalista dei Comuns o le iniziative di Podemos a Madrid, credo che sia mio dovere come antifascista quello di mantenere aperto il dialogo fra chi, anche con soluzioni diverse, si propone di contrastare la deriva autoritaria dello stato spagnolo. Questo implica uno sforzo di conciliazione ed autocrica che non è immediato. Però mi impegno a farlo, e vi chiederei di fare lo stesso.

Magari un punto di partenza può essere quello di riconoscerci a vicenda come antifascisti ed evitare denigrazioni e criminalizzazioni sulla stampa internazionale. Ho partecipato alle manifestazioni di questi giorni, esattamente come molte mie vicine di casa, colleghi di lavoro, compagne e compagni in tutta la città. Persone con cui condivido la mia quotidianità, le lotte e il rischio di venir pestato dalla Policia Nacional. L’idea che qualcuno mi dica che la mia lotta è funzionale all’interesse della speculazione può infastidirmi, ma la accetto come critica politica e la ascolto con attenzione. Sapere che qualcuno si metta ad instillare l’idea secondo cui sotto sotto siamo fascisti è un’altra cosa.

Piccioni a parte, tentate di capire che esistono dei limiti.

Fabio Barteri

Written by

Bioinformatician at UPF — Barcelona and antifascist activist.

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