28 maggio 2057

“Ehi nonno, ma perché mi hai portato qui?”

“Eh, caro Kevinstrootman, qui è dove giocava il Capitano”

“Che capitano? Alessandro Paroletti, il capitano della e-Roma? Quello che ha vinto il campionato di e-soccer nel 2055?”

“Ma che stai a di’?”

“Nonno, ma non li segui gli e-sports? Eppure sono nati quando eri giovane tu”

“Senti, qua stiamo parlando di cose serie, ‘sti e-sports tietteli pe’ te. Ora ti racconto una storia che parla di amore, guerra e rivoluzioni, come tutte le grandi storie.

Ricominciamo. Questo è lo Stadio Olimpico, dove per 25 anni ha giocato il Capitano, e in questa città se dici Capitano parli di una persona sola: Francesco Totti”

“Ah, ma dici quello della statua a piazza Venezia?”

“Oh, finalmente inizi a capire, cazzo.

Continuiamo.

Tu non lo sai chi era Totti, te lo racconto io. Prima che inventassero queste cazzate degli e-sports la gente giocava davvero, a calcio, a basket, a quello che voleva. Qui a Roma siamo sempre stati pazzi per il calcio: il gioco più bello del mondo, senza dubbio.

Devi sapere che per noi romani, e romanisti (perché questa storia parla anche e soprattutto di Roma e dei romanisti), il calcio e la Roma erano la cosa più importante fra le cose non importanti. Era un segno distintivo, essere della Roma. C’era una canzone che diceva tutto… dimmi cos’è che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo, dimmi cos’è che ci fa sentire uniti anche se siamo lontani…

Era un codice condiviso, un’identità, un amore che ti era stato impiantato dentro da piccolo, quando sapevi recitare a memoria la formazione dello scudetto dell’83. E tutti sapevamo che non sarebbe mai andato via. Un amore a volte doloroso (più spesso), a volte esaltante; un amore che poteva farti stare male ma che quando funzionava ti faceva dimenticare tutto quello che non andava nella tua vita di ogni giorno”

“Sì, nonno ho capito. Un po’ come quando guardo i miei olo-attori preferiti. Ma stringi, che mamma ci aspetta per pranzo. Oggi ha preparato la lasagna di soia idroponica”

“Oh, Kevinstroo’, porta pazienza. A noi vecchi piace divagare quando raccontiamo qualcosa. Sta’ bono.

Allora, dicevo. C’è sempre stato questo amore che riempiva i cuori di tante persone in questa città che non ha mai creduto a niente ma che ha portato agli altari parimerito ladri ed eroi.

Però noi, la Roma (perché noi tutti eravamo la Roma), rispetto alle grandi squadre del Nord, vittorie poche, sconfitte e delusioni tante. Ma orgoglio a non finire. Perché il romanista era così.

Di campioni ne abbiamo visti tanti, più o meno grandi. Nonni e padri raccontavano ai figli le gesta di chi giocava ai loro tempi. Poi venne la Roma di Viola, Liedholm, Conti, Falcao, Di Bartolomei e Pruzzo… una squadra fortissima, che vinse un campionato contro la Juventus [sì, quelli che rubano, bravo K., qualcosa hai imparato a scuola] ma perse una Coppa dei Campioni in finale qui, allo stadio Olimpico. Una cosa da suicidio collettivo.

Ma i romanisti hanno superato anche quella e continuato a sperare di vedere ancora dei grandi campioni così.

Poi un giorno successe qualcosa di incredibile. Il 28 marzo 1993, la Roma giocava a Brescia e Boskov, il nostro allenatore, fece alzare dalla panchina un ragazzino di 16 anni e mezzo, biondissimo, magro ma con la faccia da paraculo già allora. Era Francesco Totti che entrava per la prima volta in campo. Io ne avevo 14, di anni.

Ora, devi sapere, chi seguiva la Roma allora sentiva parlare di questo ragazzino che giocava con la squadra Primavera sotto età e si diceva fosse davvero forte.

Ma così forte… Bastarono poche partite per farci capire cosa avevamo davanti. Un talento così cristallino, pulito e naturale noi a Roma non l’avevamo mai visto.

E poi un ragazzo nato e cresciuto a Roma! Per quelli che come me erano più o meno coetanei di Totti è stata come un’epifania: uno che potrebbe essere mio compagno di scuola gioca in serie A, con la Roma! Ed è TROPPO PIU’ FORTE di tutti gli altri.

Come era stato possibile?

Nessuno lo sa ma il Dio del Pallone aveva deciso di farci un regalo, e di regalarci una luce che avrebbe brillato per 25 anni e per molto tempo ancora nel ricordo di chi lo ha visto giocare.

E noi lo abbiamo visto giocare per tutto quel tempo. Ce ne siamo innamorati, una città intera ai suoi piedi.

Devi sapere che già a quei tempi era difficile che un giocatore così forte rimanesse tanti anni nella stessa squadra. Non c’erano più bandiere, dicevano. I calciatori sono tutti mercenari, dicevano.

Lui è sempre rimasto con noi. Certo, ha guadagnato tanti soldi anche qui. Ha vinto qualcosa anche qui. Ma se fosse andato via, avrebbe conquistato scudetti, coppe e trofei personali a iosa…”

“Che vuol dire a iosa nonno? Parli strano oggi”

“…Chissà, magari è stato solo il solito romano che non lascerebbe mai questa città neanche morto. Ma ci piace pensare che la sua sia stata davvero una scelta di vita.

Perché in fondo se Totti è diventato TOTTI, un po’ è anche per noi che lo abbiamo amato e difeso anche quando sbagliava, che tanto gli abbiamo dato per quello che ci regalava in campo. E ce ne ha fatte vedere ci cose.

Mi ricordo tutto. Il primo gol in serie A, contro il Foggia, settembre ‘94. A quel tempo ancora non capivamo in che ruolo giocasse. Ci sembrava potesse fare il centravanti, stava iniziando a crescere.

Poi lo abbiamo visto giocare da seconda punta, ala sinistra, trequartista, centravanti vero o finto (falso nueve lo avrebbero chiamato poi quando andavano di moda il Barcellona e il calcio spagnolo). In realtà avrebbe potuto giocare ovunque su quel prato verde, in difesa come libero o a centrocampo come regista.

Poteva fare tutto e noi lo vedevamo crescere, di partita in partita. Mostrare dei colpi che sul prato dell’Olimpico non avevamo mai visto. Colpi di tacco, passaggi filtranti che sembravano radiocomandati sui piedi dei compagni, tiri potentissimi a fil di palo o sotto la traversa e pallonetti incantevoli che scendevano giù piano piano alle spalle del portiere che poteva solo guardare (e se avessero potuto chissà quanti di loro avrebbero voluto fargli un applauso).

Nel 1997 divenne capitano. Prese la fascia da Aldair, un difensore brasiliano che era diventato uno dei nostri idoli per la sua classe e per l’attaccamento alla maglia e alla città; quell’anno c’era Zeman e col boemo vedemmo un Totti nuovo, più grande e più maturo. Ormai destinato a diventare il giocatore italiano più forte, e forse più che italiano.

E pensare che c’era chi diceva che fosse meglio Del Piero! E ancora non lo convocavano in nazionale! Ai mondiali del ’98 andò Ravanelli! Ma ti rendi conto? Vabbè, ma che ne sai tu, Ke’.

Totti ci stupiva ogni anno con qualcosa di nuovo e noi lo amavamo sempre di più.

Finalmente era diventato grande anche in Nazionale. Europei del 2000: un torneo indimenticabile, giocato dal Capitano quasi tutto da titolare in cui ha fatto vedere gol, assist e soprattutto ha tirato un rigore in semifinale con l’Olanda facendo il cucchiaio!

Che dici? Cos’è un cucchiaio? E’ quando colpisci la palla con dolcezza da sotto col collo del piede e la fai alzare a pallonetto, dopo che hai fintato un tiro forte e potente. Se il portiere ci casca, è fatta. Ma se non ci casca… E lui ci riuscì, con quella calma tutta sua e quell’arroganza da romano vero che nei momenti buoni faceva sì ci rivedessimo tutti in lui.

E quindi era il 2000. La Lazio aveva appena vinto lo scudetto. Che dici, cos’è la Lazio? Hai ragione, e chi se li ricorda più quelli. Non ti preoccupare, se non li conosci va bene.

Dicevo, quelli là avevano vinto lo scudetto. Si credevano chissà chi. E iniziò il campionato. Noi avevamo nuovi giocatori: Batistuta, uno dei più forti attaccanti di sempre in Serie A, a fine carriera ma ancora in grado di segnare 20 gol, quasi tutti decisivi; Samuel, the Wall; Emerson. E poi altri venuti negli anni precedenti: Cafù e Candela (da pronunciare sempre in coppia, mi raccomando), Tommasi, Montella, Delvecchio, Zago, ancora il vecchio Aldair.

La squadra più forte che tuo nonno ha mai visto giocare. Certo poi abbiamo vinto altri dieci scudetti, ma quella squadra lì… E ovviamente c’era il Capitano, che allora era già diventato il Capitano con la C maiuscola. Ci guidò a vincere il campionato dopo 18 anni, una cavalcata trionfale, con giocate incredibili, partite sofferte e acciuffate solo alla fine. La paura di farci riprendere dalla Juve (sempre loro) e poi la gioia incontenibile.

Quel gol contro il Parma, in casa, aprì le danze. Il 17 giugno 2001: la Roma è Campione d’Italia e il Capitano era lì con noi a gioire e festeggiare. Si dice che camuffato con un casco la sera girasse per i quartieri della città dove la gente scendeva in piazza per abbracciarsi, cantare e gioire di quella vittoria.

Lui non poteva farsi vedere troppo. Come un santo tutti ne avrebbero voluto un pezzetto da portarsi a casa!

E poi seguirono altre partite, altre vittorie (qualche coppa Italia, un paio di supercoppe italiane). Pensa che nel 2004 lo voleva il Real Madrid. Li chiamavano i galacticos. Lui decise di rimanere a Roma. Certo i critici diranno che è perché fuori da Roma non avrebbe combinato niente, ma noi sappiamo che non è così.

Questa era casa sua, e ci ha dato tutto quello che ha potuto, pure un legamento crociato e una caviglia rotta. E noi lo abbiamo ricambiato con tanto di quell’amore che pochi altri campioni hanno mai visto.

Abbiamo goduto quando l’Italia vinse i Mondiali nel 2006 soprattutto perché in quella squadra c’era anche lui. Non era neanche sicuro li giocasse quei mondiali: pochi mesi prima un difensore avversario gli aveva rotto la caviglia sinistra con una brutta entrata. Lui recuperò, il ct lo aspettò e lo portò in Germania.

Probabilmente non era al meglio e non giocò al massimo del suo potenziale ma fu decisivo con un rigore battuto al 90' agli ottavi di finale contro l’Australia. Freddezza e classe, come sempre.

Alla fine. Campioni del mondo! Totti era campione del mondo!

Mi ricordo un gol all’Udinese, l’anno dello Scudetto (quello con la S maiuscola), al volo su cross da lontanissimo di Cafù: palla colpita in modo perfetto nonostante spiovesse dall’alto e gol sotto la traversa.

Oppure il pallonetto al derby, l’anno dopo. Montella aveva già segnato 4 gol; il capitano segnò il quinto e il più bello: un pallonetto (un cucchiaio, ancora) da fuori area.

E poi una corsa trionfale a San Siro, contro l’Inter. Il Capitano riconquista palla a centrocampo e inizia a correre, salta alcuni avversari in campo aperto arriva vicino l’area di rigore e fa l’impossibile: dopo 40 metri in piena corsa esegue un cucchiaio (sì, in quegli anni era la specialità della casa, nessun altro lo faceva così) che si insacca alle spalle del portiere.

Aspe’, aspe’, c’è anche chi dice che il suo gol più bello sia quello al volo contro la Sampdoria, l’anno dopo i Mondiali del 2006, quando vinse la Scarpa d’Oro (anche un po’ grazie all’allenatore di allora che lo inventò finto centravanti). Ancora una volta un passaggio profondo di un compagno da lontanissimo e lui si coordina tirando fortissimo con un leggero effetto sul secondo palo. Quel giorno anche i tifosi avversari applaudirono!

E poi un altro gol magnifico contro il Torino. Riceve da Candela al limite dell’area, avanza, supera il portiere in uscita dribblandolo con la suola, mette a sedere un difensore con una finta e appoggia in rete. La cosa più facile del mondo, se ti chiamavi Totti.

Tantissimi, Kevin. Tantissimi gol, come nessun giocatore della Roma aveva mai fatto. Alla fine 307 in tutto. E poi 197 assist, perché se c’era una cosa che forse sapeva fare meglio dei gol erano gli assist ai compagni.

Tutti con la stessa maglia. Nessuno c’è più riuscito e nessuno ci riuscirà mai. Non solo con la Roma ma, in Italia. Certo dopo, quando Totti era già verso l’ultima parte della sua carriera, ci sono stati campioni al Real Madrid e al Barcellona che hanno segnato più di lui con la stessa squadra ma era già un altro calcio.

Noi abbiamo avuto Totti e ce lo siamo tenuti stretto. Guai a chi lo toccava. Certo, qualche cazzata l’ha fatta pure lui ma sono di più le cose belle che c’ha regalato, bello de nonno.

L’orgoglio di andare all’estero e sentirti chiedere di Totti. Sapere che nessuno ha mai avuto un capitano come lui (forse solo il Milan con Maldini). Guardare tutti dall’alto in basso grazie a lui.

Certo, avremmo meritato, noi e lui, qualche trionfo in più. Ma questa è Roma, e la Roma, e a noi piace pure così”

“Cazzo nonno, doveva essere magnifico vederlo giocare”

“Porca puttana, Kevinstrootman, non dire parolacce, poi tua madre chi la sente?

Comunque sì, era magnifico. Ed è stato il nostro amore durato 25 anni”

“Perché, poi è finito?”

“No, l’amore è rimasto ma poi Totti ha dovuto smettere. Ha giocato con la Roma fino al 28 maggio 2017. Aveva più di 40 anni, non facile per un calciatore professionista arrivare a quell’età.

C’è chi diceva avrebbe dovuto smettere l’anno prima o quello prima ancora. Ma lui è voluto andare avanti. Forse non riusciva a staccarsi da quei colori, dall’affetto della gente, forse pensava ancora di fare la differenza. Ci sono state incomprensioni alla fine della sua carriera, qualcuno lo ha criticato, qualcun altro ha criticato l’allenatore di allora (Spalletti, quello che lo inventò finto centravanti) perché non lo faceva giocare di più. C’era gente che a un certo punto tifava più Totti della Roma.

Ma quel giorno, il 28 maggio 2017, per tutti i romanisti è stato un giorno triste. Io ero qui, allo stadio Olimpico. C’era gente che piangeva, altra immobile e silenziosa, tanti che applaudivano e raccontavano al vicino di seggiolino i propri ricordi del Capitano.

Alla fine di tutto, c’eravamo tutti riuniti. Eravamo ancora una grande famiglia”

“Nonno, piangi?”

“No, no. Ma che dici. Mi è solo entrato qualcosa nell’occhio. Andiamo che le lasagne di soia si freddano”.