Scopri la Basilicata a Matera

Ci sono storie che accomunano tutta la nostra regione, storie di vita, storie inventate e misteri. Tutta la Basilicata sta a Matera, nei racconti della gente, negli angoli nascosti dei Sassi e nella fantasia di chi si lascia ispirare da altri luoghi e da altre storie.

“Il Rumita (eremita) è un uomo vegetale, albero vagante, maschera silente che l’ultima domenica prima del martedì grasso gira tra le strade del paese strusciando il fruscio (un bastone con all’apice un ramo di pungitopo) sulle porte delle case. E’ il suo modo di bussare. Chi riceve la visita del Rumit rispetta il suo silenzio e in cambio di un buon auspicio dona qualcosa (fino a qualche anno fa generi alimentari, ora pochi spicci). Nel corso dei decenni le interpretazioni che le varie generazioni hanno dato a questa figura misteriosa sono cambiate. I giovani satrianesi hanno intenzione di utilizzare il Rumita per lanciare un messaggio ecologista universale che è un rovesciamento dei valori, una rivoluzione copernicana: ristabilire un rapporto antico con la Terra per rispettare gli uomini e le donne che la abiteranno in futuro.”

“I monachicchi sono esseri piccolissimi, allegri, aerei, corrono veloci qua e là, e il loro maggior piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dei letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni di vino, si nascondono nelle correnti d'aria e fanno volare le carte e cadere i panni stesi in modo che si insudicino, tolgono la sedia di sotto alla donne sedute, nascondono gli oggetti nei luoghi più impensati, fanno cagliare il latte, danno pizzicotti, tirano i capelli, pungono e fischiano come zanzare. Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l'aspetto di un gioco, e, per quanto fastidiosi, non ne nasce mai nulla di grave. Il loro carattere è una saltellante e giocosa bizzarria, e sono quasi inafferrabili. Portano in capo un cappuccio rosso più grande di loro: e guai se lo perdono. Tutta la loro allegria sparisce ed essi non cessano di piangere e di desolarsi finché non l'abbiano ritrovato. Il solo modo di difendersi dai loro scherzi è appunto di cercarli di afferrarli per il cappuccio: se tu riesci a prenderglielo, il povero monachicchio scappucciato ti si butterà ai piedi, in lacrime, scongiurando di restituirglielo.” Carlo levi, Cristo si è fermato a Eboli

“Quelle donne, le mascìare, si ungevano con l’olio fatato raccolto dalla cavità di un albero d’ulivo, e custodito in una pignatta di terracotta. Poi attraversavano in volo la notte sulla groppa di cani bianchi”. Vito ballava con le streghe nasce, nella mia testa, dallo stupore di questa immagine fantasmagorica. Una immagine tramandata dalla sapienza e dalla memoria popolare, dalla voce delle antiche narratrici (come lo è stata Caterina, mia nonna, donna di Castelmezzano e prima “fonte” della mia ricerca) che raccontavano le storie al fumo dei camini. Ma tracce di queste storie si possono ritrovare nei documenti relativi ai processi a streghe e stregoni celebrati dalla Santa Inquisizione”. Mimmo Sammartino, Vito ballava con le streghe

“Ora gli uomini diventano delicati. Hanno mani da boscaioli e sapere di poche parole, ma l’albero deve essere bello bello. E deve cadere con lentezza. Che non si spezzi nemmeno un rametto. Sale il palista, con i ramponi. Deve mettere la corda là in cima. Gioco fra chi trattiene e chi tira. Un uomo dà il primo colpo di scure. E’ l’invito a cadere. Si tira da un lato, si trattiene dall’altro. Non c’è il boom, lo sbang della caduta. Nessuno sembra dare comandi. Eppure so che il caporale, Franco, guida con gesti e sguardi l’andare degli uomini. L’albero cade con gentilezza. E occhi da bambino giudicano l’intrico dei rami. Misurano. Prevedono il lavoro successivo. Gli uomini soffrono per un ramo che si è spezzano. ‘E’ mastino’, dice con qualche timore Franco. Forse non ha l’elasticità per reggere al lungo viaggio che deve compiere per raggiungere il paese. Si lega la chioma. I boscaioli diventano pettinatori e trattano i rami come capelli. L’albero diventa freccia, le corde non devono stringere e non devono essere molli. E’ lavoro da equilibristi, questo. E’ follia. L’abete ora è davvero Rocca, giocattolo, fiore, figlio, bambino, storia delicata: da curare, da riguardare, bisogna essere attenti alla sua fragilità. Metamorfosi di uomini. Le mani abituati alle scure e alle leve della fresa diventano dita da orologiaio o da ricamatrice. Bella bella, deve essere la Rocca. Vengono raccolti i rami verdi caduti, serviranno al trucco, a riempire i vuoti. All’estetica. Credo che Franco dica: ‘Mo’ attaccamo bella bella’ . Ora c’è la procedura. Corde, tavole di legno, cugni. Lavoro da falegnami. Un uomo ha una grossa matita incastrata nell’orecchio. Come un droghiere di altri tempi, come un carpentiere di un’altra epoca. Lavora con maestria, fa segni sul legno. E’ incastro. Un lavoro di seghetto e lima. Un lego dei boschi. Si chiama ‘mbroccattura, questa intrico di legni e corde che tiene fermo il giogo. Si danno colpi leggeri con la scure rovesciate. Si inzeppa. Si allargano fori che cercano rami amputati come puntello. La chioma deve avere una lunghezza, dalla ‘mbroccattura di quattro metri e mezzo. Le date sono ricordo, vengono incise nel legno. Tutto deve essere resistente, ma deve anche giocare, essere flessibile, ballare un po’, assecondare il movimento del collo del bue. Saranno uomini e animali a tirar giù l’albero dalla montagna. Un’ora, due di lavoro da falegname. Una legatura che trasforma la rocca in fiamma, in missile, in strano obelisco appuntito. Si discute. I pessimisti: ‘E’ spennata’. Gli ottimisti, con occhi giocosi: ‘No, è bella bella’. ‘E spenni ‘sta guccia de vino’. Un giro di bicchieri. La preghiera del bosco, la preghiera per il santo.” Andrea Semplici e Daniela Scapin Alberi e uomini

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