"DUE SORELLISSIME ..."

 


Non sono gemelle, e la prima delle due di cui vi racconto è la maggiore. Ora che sono vecchiotte, sono talmente simili nell’aspetto al vederle, due bei barilotti in carne, che per certi versi potresti pensare per davvero che possano essere gemelle. Se le vedeste e sentiste brontolare, o gridarsi e darsi addosso di tutto per strada, o a casa di una delle due, di certo pensereste che sono molto intime e in perfetta sincronia fra loro, davvero: due sorellissime.

Vi accorgereste ben presto, però, che sono: Jing e Jang, due risvolti molto diversi di una stessa medaglia.

La maggiore da giovane doveva essere una donnina frizzante, coinvolgente e mediterranea, forse anche sexy, dalla lingua sciolta, probabilmente accattivante … e chissà, anche fascinosa. La sorella, invece, ora stessa stazza e misure “a cilindro allargato”, doveva essere anche d’aspetto del tutto diversa. Emette ancor oggi un vocino stantio, che sembra qualcuno le pizzichi le corde vocali impedendole di parlare. Una voce diafana, afona, quasi un timido pigolio sottile.

Tanto spavalda ed espansiva di carattere la prima, quanto timida ed introversa, contenuta ed attendista la seconda.

La prima: sinuosa, formosetta e curvilinea ai vari livelli del corpo…La seconda: asciutta, filiforme, e piallata liscia nelle forme.

La prima: sposata con figli … La seconda: single, o come si diceva platealmente un tempo, zitella.

La prima: lavoro leggero saltuario, casa propria, vacanze mari e monti, amiche, e madre orgogliosa e asfissiante dei pargoli.

La seconda: tutta vita da casalinga a casa di mamma, mezza artigiana a domicilio, col grembiule sempre attorno, tutta dedita a servire e riverire i due genitori anziani, accompagnandoli entrambi, uno per volta e per anni, fino alla tomba.

La prima: sempre fresca di parrucchiere, con la cofana a più piani in testa. Rossetto visibile a un chilometro di distanza, e cappellini alternativamente con le piume, col ciuffo dei fiori, o a motivi frutteschi.

La seconda: sempre in disarmo e dismessa, con i capelli riccioluti arruffati e tirati da una banda. Con i vestiti riciclati di mamma e papà, che riattava in casa con abili mani da sarta provetta. D’inverno: sciarpone di lana, e guanti senza dita, e l’immancabile camicia di flanella, larga e comoda a quadrettoni… quelle di papà.

La prima: tacchi a spillo rumorosi, tailleur pettoruto aderente (sempre in procinto di scoppiare), e sobria gonnellona intonata fin sotto al ginocchio. Sempre all’attacco, tutta determinata e pomposa a colloquio con i professori dei figli, che immancabilmente erano troppo avari di voti per la prole certamente meritevole. Più di qualche volta, la si sentiva partire “lancia in resta”, e pagella scolastica in mano, lanciando un suo motto, quasi un grido di battaglia.

“Adesso mi sentirà … Vado io a strappare quei quattro peli dalla testa della maestra !”

Poi rientrava mogia, e arresa, perché non è che i figli brillassero di luce propria, ed eccellessero negli studi e nell’impegno. In verità … capivano anche pochino, visti i risultati dei compiti con cui la professoressa immancabilmente la stoppava e conteneva. Ma ogni volta ritornava alla carica …

La seconda, ha trascorso tutta la vita a fare da zia, a tenere a bada i nipoti se erano a casa ammalati, a comparire ad ogni compleanno col pacco grande, che fin da prima si sapeva che cosa conteneva, perché espressamente ordinato dai nipotini adorati. Era la zia sempre presente e col posto fisso alla tavolata di Natale, quando arrivava puntuale con una bella bustina gonfia, con “la mancia” per ciascuno dei suoi tesorucci. La zia quasi sempre in ciabatte e in vestaglia. Oppure la zia con le grandi sporte della spesa, intenta a stirare montagne di vestiti, mutandoni, camicie e calzoni un po’ per tutti: i nonni, la sorella, il cognato… e gli adorabili immancabili nipotini.

La prima: linguacciuta e civettuola, con la camicetta quasi spalancata sulla scollatura. Sempre intenta a sorridere, salutare, “attaccar bottoni” ossia discorsi, e mandare baci da lontano. Elegantemente vestita, firmata e alla moda, con la borsetta di vernice lucida, o con quella con tutte le rifiniture dorate, portata in pendant agli orecchini e ai giri d’oro della collana … che sembrava una Madonna di chiesa.

La seconda: con i vestiti larghi, perché non si era mai piaciuta, e si vergognava come una ladra del suo “grosso mandolino”. Salutava sempre con la manina appena sollevata, e col solito vocino che non si sentiva nulla. Sempre sottovoce, sembrava parlasse e gesticolasse con i segni, perchè gli occhi erano quasi sempre chini a frugare per terra, mentre le guance s’imporporavano fino ad infiammarsi al primo sguardo che le si rivolgeva.

La prima: ballerina provetta, sensuale, passionale … Scatenata in valzer e mazzurche piroettanti, presente col marito a rimorchio in ogni sagra e festa di contrada. Immancabile ai veglioni di Capodanno, e a tutte le feste e le cene organizzate dalla solita Associazione Benefica, e dalla Bocciofila del pluripremiato marito.

La seconda: abilissima a lavorare a maglia, passava le serate d’inverno a sferruzzare e confezionare sciarpe e maglioni per tutta la famiglia. Oppure si ritrovava con gli occhi arrossati e lagrimosi a suon d’incrociare uncinetti fino a notte tarda, sfornando presine, tovagliette e sopra tavolo da regalare a tutto il parentado in ogni occasione. O ancora, impegnatissima fino alle ore piccole, a ritoccare, tagliare, cucire, rammendare attuando i consigli di quel corso di taglio e cucito che frequentava da anni, senza fine, presso le Suore Maestre.

La prima: al ristorante o al cinema col marito nei finesettimana, o a guardare i fuochi d’artificio e le regate sul Canal Grande… La seconda: a far la guardia ai nipotini, o ai fornelli a far la torta, la focaccia, le crostate, le frittelle, le marmellate … da offrire agli anziani nel ritrovo per il gioco della Tombola. La prima: a pesca in barca … La seconda: in pescheria a comprare il pesce, e poi a lavarlo, desquamarlo, friggerlo, arrostirlo … e a togliere tutte le spine per non ferire il palato delicato dei nipotini.

La prima: sempre arzilla, pimpante, allegra, piena di vita, frizzante da mattino a sera.

La seconda: sempre indietro di sonno, e un po’ stanca … o cotta, finita al termine di ogni pesante giornata, a prender sonno davanti alla radio accesa.

La prima: aspirapolvere, lavatrice, lavastoviglie, microonde, televisione satellitare, cellulare e aria condizionata.

La seconda: spazzolone e strofinaccio a pulire le scale, a lavare in acqua fredda la biancheria delicata di tutti per non sciuparla, ventaglio d’estate e cuffia di lana d’inverno, o inginocchiata col di dietro per aria a stendere e tirare la cera sui pavimenti “alla veneziana” di casa.

Insomma …La prima: un sisma … La seconda: la calma piatta.

Col trascorrere degli anni, sono filtrate entrambe attraverso il setaccio stretto e irriverente del tempo. Sono diventate vecchie, ossia anziane, e al vederle si nota che hanno pagato nel fisico il prezzo del vivere, perché le vedi appassite e grinzose, segnate dai giorni ormai andati.

Sono diventate entrambe grassocce, rallentate e lente, e da qualche tempo, la maggiore ha perduto parzialmente l’uso delle sue belle gambe tornite di un tempo, e fatica a scendere tutte le scale per uscire poi in strada. Allora la sorella si reca spesso a trovarla, soprattutto nelle prime ore del pomeriggio.

Soprattutto d’estate, a finestre spalancate, le senti dialogare ed interagire fra loro … fin mentre percorrono la strada per incontrarsi.

“ Prima che faccia buio … Perché non si sa mai che non incontri per strada qualche giovinastro malintenzionato … che mi da una brutta botta e mi butta poi in canale …”

“Ma chi vuoi che ti tocchi ! … Sei sempre la solita paurosa insulsa …Cosa vuoi che i giovani vadano a “sustegare una vecja… malciapada come ti … Basta il vento a buttarti per terra … I giovani corrono dietro alle belle ragazze … non alle vecchie carrette come te …”

La maggiore, più scaltra, che si ritiene furbetta … ha pensato uno suo proprio antifurto personale da tenere in casa. Ha posto un grosso e vecchio campanaccio per terra sul pavimento, proprio a ridosso della porta d’entrata, in maniera che s’entra qualcuno lo rovescia facendolo suonare così da avvertirla dell’intrusione… Peccato che lei sia quasi sorda come appunto una vecchia campana.

Di solito aspetta la sorella affacciata alla finestra, e attende che salga faticosamente col bastone le rampe delle scale (una ventina di minuti all’incirca e più, soste comprese sui pianerottoli), ma mai si ricorda di spostare il campanaccio da dietro la porta socchiusa. Per cui, immancabilmente, dopo una ventina di minuti:

“Din dirindin din din … e poi din din dòn !” il campanaccio viene spedito e lanciato fino al centro del soggiorno, mentre la sorella tutta rossa in volto, trafelata, sudata e dispnoica spalanca la porta per entrare. E qui già partono i primi improperi fra le sorelle. E’ il segnale !

Come vicini ormai le conosciamo bene, sappiamo che ogni giorno prendono fuoco come buttando un cerino in un pagliaio … Sappiano anche, che dopo qualche minuto dal loro incontrarsi, una delle due s’incazza immancabilmente come jena … (chissà mai quale sarà delle due ?).

A farne le spese ovviamente è sempre la seconda, che, povera, è succube da tutta la vita della prima.

“Vedrai che fra poco partono con la solita cantata della loro Messa !” commentano i vicini.

E infatti, poco dopo, questione di minuto più minuto meno … parte l’ennesima sceneggiata nel cuore delle ore estive, quelle della siesta pomeridiana, quando tutti nel quartiere di solito riposano … e si sentono loro due che urlano in sottofondo. Va detto, che essendo entrambe quasi sorde, le parole che si scambiano sono esse stesse la fonte di fraintendimenti e discussione, in quanto assumono significati e valenze del tutto diverse da quanto viene proferito. Ma è soprattutto la sorella “grande” che è sempre inviperita e collerica, con un vocione assurdo e tonante che trapassa i muri … Continua ad essere la donnina “tutto pepe”, esuberante e grintosa, che è stata per gran parte della sua vita … di un tempo.

Qualche volta al culmine delle discussioni le parte in su la pressione sanguigna, e si lascia prendere dall’“l’angosja”, tanto da dover chiamare in fretta l’idroambulanza per portarla via, in quanto la ritrovano“zampe all’insù”, presa da “mancamento”estemporaneo. Il motivo di tali malesseri è presto detto, perché lo ascoltiamo tutti fuoriuscire dalle finestre.

“Ci deve essere qualcuno, figlio di mamma … che entra di nascosto nella mia casa e viene a frugare nelle mie cose … Non l’ho mai visto, ma se lo prendo gli do sulla testa col bastone … Me ne accorgo, perché trovo spostate le mie cose … Io so bene come e dove le ripongo, e le trovo spostate … E poi ci sono macchie strane sulla biancheria pulita … “

“Sarà la muffa e l’umido … “ prova a pigolare sottile sottile l’altra sorella minore in paziente ascolto.

“Ma che muffa e muffa ! Non capisci niente … Non hai mai capito niente in vita tua … Qui c’è qualche giovinastro che entra dentro a spiare e cercare, e si diverte a macchiarmi le cose … Ha spostato anche il mio anello …”

“L’hai ritrovato allora … Non te l’avevano rubato …”

“Ma ancora … Non capisci proprio un … della vita tu … Ma me l’hanno cambiato ! … perché questo ha un segnetto piccolo che il mio non aveva … Dovrò portarlo dall’orefice per fargli dire se è vero o falso … Deve essere proprio un bastardo … Si diverte alle spalle di una povera vecchia … Sai di quelli perfidi, che fanno del male alla povera gente indifesa …”

“E saresti tu l’indifesa ? “ aggiunge con un altro pigolio la consanguinea.

“Mi domando chi possa essere … E il problema principale è come faccia ad entrare in casa senza lasciare tracce … Ci deve qualcuno che gli ha fornito le chiavi di casa … Immagino si sia fatto una copia ed entra ed esce da qui indisturbato … Aspetta che io vada fuori, o entra mentre sto dormendo … Mi pare d’aver sentito rumori una volta … Forse sarà il postino … o il garzone della bottega del latte e del pane …“

“L’unico rumore che si sente fino in strada è quello di te che russi come una tromba mentre dormi e parli nel sonno …”

“Sai ! Io ho un sospetto atroce … Penso di sapere chi possa aver dato le chiavi a quell’essere malvagio …”

“Ma dai ! Chi vuoi che dia in giro le tue chiavi, se le hai sempre addosso ! ”

“Ma un’altra copia … Scema ! Non le mie chiavi … Sai chi è ? … Vuoi proprio saperlo ? “

“Dai dimmelo … Chi sarebbe questo colpevole ? “

“Sei stata tu ! … Sei una traditora ! … Non puoi essere che tu a dare la copia delle chiavi al bastardo … Dopo tutto l’affetto che ho avuto per te …“

“ Io ??? Ma sei matta ? …Non so neanche dove si trova la copia delle tue chiavi …” se ne uscì con un altro pigolio, ma stavolta associandolo a una bordata di pianto e singulti.

“Ecco ! Vedi le hai perse … Te le hanno rubate … E poi mi dai anche della matta … a tua sorella più grande …Allora ce l’hai su con me… Sei stata tu … Vergognati ! “

“Ma … io …”

“Vergognati ! Vergognati … Non sei neanche degna d’essere mia sorella …”

E avanti così … o sulla falsa riga di questa canzone … Quasi ogni giorno … Una puntata diversa e ulteriore … spesso riprendendo da dove si era rimasti il giorno precedente.

Nel soggiorno di casa della sorella maggiore troneggia in mezzo ad una parete un vecchio orologio a cucù.

Bello grande, di quelli di una volta, un po’ barocco e arzigogolato, lavorato e intagliato in montagna, in Pusteria forse … con le catenelle e le pigne che penzolano di sotto. Nel bel mezzo delle accese discussioni delle due sorelle, senti spesso il cucù venirsene fuori gridando le sue ore, sgraziato e incazzoso anche lui. Solo che segna sempre ore strampalate … completamente diverse e sballate a confronto con l’ora vera del giorno e dell’orologio.

In perfetta sintonia con lo status delle due amene sorellissime …

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