Maledetta fretta, ci mancava pure Netflix

Viviamo un tempo di scarsa attenzione e grande distrazione. Possiamo dire che l’attenzione delle persone è una delle merci più rare. Per chi come me fa il giornalista, per gli editori che vendono contenuti e audience così come per chi pubblica e distribuisce informazioni in qualsiasi forma per ingaggiare un qualsiasi pubblico questo è diventato un dannato problema.

Non abbiamo più tempo

Venti anni fa Bruno Munari, uno dei designer italiani più influenti, scriveva: “La gente non ha più tempo nemmeno di fermarsi per distinguere un manifesto per poi vedere se interessa o no”.

La questione certo non è di oggi. Ma quando Munari osservava queste cose non esistevano internet, Google e tantomeno Facebook. Erano tempi quelli, appena qualche anno fa, in cui l’editoria faceva girare le rotative, i più compravano i giornali e gli altri compravano la pubblicità.

Non è tutto. In un libretto tanto sintetico quanto illuminante, John Maeda, altro designer, spiega come tra gli effetti che ci ha portato la tecnologia ci sia un’ansia di finire, di consumare e di passare ad altre informazioni, che prima non conoscevamo. Avete presente quell’insopportabile sensazione della pagina che non si carica? Quando siete lì che aspettate e quegli istanti diventano secoli, uno spreco inammissibile di tempo?

La rete, le nuove piattaforme e la moltiplicazione esponenziale delle informazioni sommata alla loro straordinaria capacità di raggiungerci h24 (o, se preferite, sommata alla nostra straordinaria voglia di ricercarle e renderci disponibili ad ogni tipo di notifiche, email e chat) hanno complicato il quadro.

Ho letto che in 12 ore generiamo oggi la stessa quantità di informazioni generata dall’inizio di internet al 2005. E che dal 2008 al 2013 ogni anno le ore di consumo di informazione sono cresciute del 5%: siamo passati da una media di 11 ore al giorno a 13 ore al giorno. Secondo una ricerca del Marshall Institute for Communication Technology Management, recentemente ripresa dalla CNN, gli americani consumano mediamente 15 ore e mezza di informazione tradizionale e digitale.

Insomma sempre più informazione, troppa informazione.

Pensavo alle email

Uno dei miei maggiori incubi del giornalista è sempre stato l’inesauribile muro nero dei messaggi non letti della casella inbox. Oggi lavoro fuori dalla redazione ma continuo a ricevere decine di email quotidiane. So che molti sanno bene di cosa parlo anche se non sono giornalisti.

E questo è ovviamente solo un pezzo della storia. Ci sono poi le telefonate, la tv, la radio in auto, lo speaker che mi ricorda la promozione al supermercato. E infine internet: le home page di Repubblica-Corriere-il Fatto-La Stampa .it, le 4 newsletter di NYTimes a cui sono abbonato, Buzzfeed, per non dire dei messaggi su Facebook, LinkedIn, Twitter, Instagram, le notifiche e i tag degli amici, le chat di WhatsApp, il Tg di Sky a tutte le ore, la pagina della Gazzetta sulle probabili formazioni per il fantacalcio. Con i miei preferiti: le serie come House of cards che qualche volta mi sono guardato alle 3 di notte e i documentari di Netflix, i podcast che ascolto al mattino camminando, i libri su kindle unlimited e quelli che trovo la domenica con Sara nei mercatini di antiquariato.
Troppa roba decisamente.

Non so voi come fate con le email e con tutto il resto. Il fatto è che ci sono un sacco di modi interessanti per passare il tempo e informarsi ma la stragrande maggioranza dei contenuti che ci raggiungono — c’è chi parla di 9 dvd di dati, 74 GB di roba quotidiana a testa! — sono uno streaming che ci sfiora appena. Anzi, sono uno scocciante, fastidiosissimo rumore di fondo in cui tutto scorre senza catturare la nostra attenzione.

Troppo rumore

Nell’attesa di attrezzarci coi superpoteri o con qualche chip sottopelle pare che tutti qui abbiamo elaborato una strategia, forse un po’ rudimentale ma efficace. Ce ne stiamo tutti con le mani sulle orecchie. Tutto qui.
Se e quando abbiamo voglia di informazioni cerchiamo e consumiamo solo quelle che ci interessano. Siamo diventati assolutamente selettivi e intransigenti, abbiamo tradito i vecchi giornali, non siamo più disposti ad essere interrotti dalla pubblicità o da chiunque altro.

Siamo anche diventati superficiali. Ci siamo messi a dare giudizi affrettati e tranchant. Ci basta pochissimo per decidere se una cosa merita o non merita la nostra attenzione, se è buona o cattiva.

Ci vuole solo 1/10 di secondo per formarci una prima impressione su una persona. Con il web la faccenda non è diversa. Google spiega che nei primi 50 milli secondi di esposizione ci facciamo una prima impressione estetica di un sito web. Se intendiamo rimanere o andarcene.

Quando poi approfondiamo, quando passiamo in rassegna le parti del sito web che esercitano la maggior parte dell’influenza nella loro prima impressione, ci prendiamo però il nostro tempo: 2.6 secondi. Il Laboratorio Information Technology Evaluation at Missouri S&T3, che ha condotto una serie di studi di eye-tracking, ci accredita come un po’ più riflessivi e riferisce che la prima impressione sul web si forma in 2–10 secondi.

In molti si stanno occupando delle implicazioni che questi fatti stanno avendo sulla nostra capacità di concentraci, di elaborare e accettare la complessità, sulla predisposizione delle nuove generazioni. Se complessivamente stiamo migliorando o peggiorando.

Poveri noi

Qui molto più modestamente penso alle sorti di uno scribacchino che si deve far leggere, di un editore che deve trovare qualcuno ancora disposto a pagare per dei contenuti e di chi fa la spunta dei like sulla pagina Facebook che ha aperto perché gli hanno detto che così lo vedono tutti e si trovano nuovi clienti.

Credits: http://giphy.com/

Ecco, mentre in questo consesso ce ne stiamo lì a chiederci come mai le cose non vanno esattamente come ci aspettiamo, non ci siamo accorti che le persone si sono messe le mani sulle orecchie.
E che hanno cominciato a fare quello che hanno sempre fatto i giornalisti. Per dirla col mio amico Marco, hanno preso abitualmente a cestinare le email che ricevono a meno che non trovino un motivo più che valido per non farlo.

Grazie per aver letto — io sono Stefano Labate. Sono un giornalista. Scrivo, faccio podcast, mi occupo di marketing, leggo libri. Ho una passione per il giornalismo, per il vino, per l’arte. Mi piace aiutare le persone con informazioni che fanno la differenza.

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