Tra i tanti progetti di rigenerazione urbana ce n’è uno che mi sta a cuore: la demolizione della tangenziale, il mostro simbolo della cultura dell’auto che schiaccia Roma.I lanci di agenzia parlano di “una grande spiga di verde al posto del vecchio tracciato della Tangenziale est”, ma quello di cui si parla in concreto è l’abbattimento della sopraelevata cha va da Batteria Nomentana fino alla stazione Tiburtina e la sua sostituzione in sotterranea. Quasi 2 chilometri di lunghezza e quarantamila metri quadri di superficie liberata dal frastuono, dall’inquinamento, ma anche dalla bruttezza.

Meno affascinanti le ipotesi di riuso di questo enorme spazio che diventerebbe accessibile tra San Lorenzo, Pigneto, Prenestino e Tiburtino:

“orti urbani, campi di calcetto, tennis e bocce, uno skate park, un vigneto, un meleto sulla rampa di ponte Lanciani, un ‘ giardino dei nonni e dei nipoti’, un centro conferenze e didattica e persino un mercato rionale a km 0 con copertura realizzata in fotovoltaico e in vendita i prodotti realizzati sul posto, oltre ad aiuole e parchi a volontà”.

Con tutto il rispetto per queste idee, ma al di là del politically correct non vedo alcuna idea di città dietro a questa lista di interventi. Quale vocazione vuole avere Roma? Su quali energie vuol scommettere e quali persone intende attirare? Se effettivamente si decidesse di utilizzare in questo modo la città liberata dall’asfalto ci si limiterebbe ad un ricreativo che nei fatti conserva la struttura sociale ed economica della città. Con il rischio di un rapido decadimento di tutte le strutture calate dall’alto.

L’aspetto che conserverei del progetto è quello della sostenibilità: raccolta delle acque reflue, vasche di fitodepurazione e ai pannelli solari, ed anche quello della mobilità (pista ciclabile, mentre sulle postazioni di bike sharing ho qualche dubbio di praticabilità). Allo stesso modo conserverei ampi spazi di socialità che però non capisco perché dovrebbero essere distinti da altre funzioni: il giardino di nonni e nipoti, ad esempio, mi pare tanto un ghetto che ha un’idea di socialità identica a quella della finta piazza pedonale dei centri commerciali. Uno spazio sociale per essere vivo deve essere misto: una piazza è un mix di verde, giochi, commercio, mobilità, etc.

Il punto su cui proprio non sono d’accordo è l’idea che Roma debba diventare la capitale dell’agricoltura urbana. Roma è già oggi il più grande comune agricolo d’Europa: serve davvero realizzare 40mila metri quadrati di orti urbani in quel quadrante? Il progetto dell’architetto canadese Nathalie Grenon, studio Sartogo associati, sostenuto da Campagna amica della Coldiretti avrebbe un costo di 9 milioni di euro per finanziare i 2 anni di realizzazione. Siamo sicuri che sia l’investimento capace di liberare energie?

Secondo l’architetto Grenon:

“quest’ opera ‘low cost’ vuole restituire a Roma un rapporto positivo con il territorio e stimolare le sinergie dell’urbanità. Un progetto definito ‘pilota’ perché noi sogniamo di realizzare una sorta di agopuntura, intervenendo su tutti i punti più degradati della città, e per questo quando il II Municipio ci ha chiesto di lavorare sulla Tangenziale, una profonda ferita nella città, lo abbiamo trovato subito molto interessante”.

Non posso che essere d’accordo sull’analisi, ma allora perché scommettere tutto sull’agricoltura e non su cultura, sport o soprattutto imprese sociali e creative?

L’articolo Demoliamo la tangenziale, ma con quale idea di Roma? sembra essere il primo su Stefano Minguzzi.

via WordPress http://smng.it/1Q11L6S