Sicuro sia giusto così?

Non riesco a prender sonno stanotte.

«Negro di merda, ti ammazzo.»
 «Dovrebbero buttare la chiave!»
 «Mi fai schifo.»
 «Spero te la facciano pagare.»
 «Devi morire, bastardo.»
 «Sei il diavolo.»
 «La sedia elettrica ti meriti.»

Sono un avvocato. Un praticante avvocato a dirla tutta, perché sono ancora in quel limbo tra la laurea in giurisprudenza e l’esame di stato, ma per la gente comune, quello è il mio lavoro: l’avvocato.

Credo nel rigore e nella legge.
 Credo nella responsabilità e credo sia un diritto di tutti sentirsi al sicuro, protetti, salvi. Il mio lavoro e chi lo fa mi hanno già messo a dura prova, ma credo che la nostra sia una responsabilità più che un’occupazione. Conta che la facciamo al meglio.

Mi piacerebbe poter chiedere a te che leggi se, prima dei tuoi 20 anni, hai mai risposto male a scuola, sei stato in un posto che ti era proibito, hai bevuto alcolici prima di esser maggiorenne o hai chiesto in prestito la carta dei servizi regionali per poter comprare le sigarette; oppure se hai mai taccheggiato, fatto uso di droghe, fatto a botte o se ti sei mai appartato in un parcheggio a notte fonda.

Beh, hai mai passato un giorno in prigione per una di queste scelte?
 Ti senti una minaccia per la società per questo?
 Ovviamente no. Stiamo parlando di cazzate.

Giusto o sbagliato che sia, tante volte, bollare come giusta o sbagliata una scelta, per quelli come me, è tutta questione di pagine: si sfoglia il codice, si trova il numerino, si decifra la frase e si decide se punire o meno chi ha compiuto la scelta.

Come fai a difendere un omicida?
 Ed uno stupratore?
 Ed un pedofilo?
 Ed un uomo o una donna che sfregiano con l’acido il volto altrui?

La verità è che anche nel nostro “peggio” di umanità, si intravedono storie che sono pur sempre, appunto, umane.

Che si tratti di azioni sbagliate non è questione di retorica o di morale: non ci serve scomodare il culto del punto di vista, abbiamo i numerini sulla carta e tutti d’accordo.

Quando, però, uno di quei numerini fa capolino da una porta non troppo lontano da quella di casa mia, mi è capitato (e mi capita oggi) di non prendere sonno quella notte e di soffermarmi fuori da quei numerini, chiedendomi come mai spendiamo tanti soldi per tenere una persona in carcere per i successivi più-o-meno-definiti anni invece di reinvestirli, dal principio, e forse fare in modo che quel numerino non succeda proprio.

Sai cosa non va?
 Che fa tutto schifo.
 Chi sbaglia, fa schifo.
 Chi non punisce severamente, fa schifo.
 Chi punisce troppo, sbaglia.
 E chi sta fuori a guardare? Twitta, protesta, si lamenta, se la prende con la polizia che è troppo meschina, pretende che la polizia sia molto più repressiva, le sentenze sono ingiuste, le sentenze tardano troppo, le sentenze sono tiepide, in prigione hanno la tv.

E chi è il grande assente al banchetto degli opinionisti? La giustizia, questa dea bendata che in realtà beffa tutti noi che non riusciamo a guardarla in faccia: siamo quelli che devono fare giustizia, senza che all’università ce l’abbiano spiegata per davvero, la giustizia.
 Nessuno impara cos’è.

È giusto che i giornali diffondano i dettagli ed i dati anagrafici di chi è sotto indagine?
 È giusto che si facciano interviste a persone che si sono fatte un’idea proprio da chi le intervista?
 È giusto “far trapelare” notizie dalla questura?
 È giusto dare un anno in più o in meno per quel reato?
 È giusto non valutare sempre e comunque un percorso di reale reintegrazione?
 È giusto che in carcere ci siano persone in attesa di giudizio da anni?

Io questo non lo so.

E allora?

Cosa ci possiamo fare noi tecnici del diritto?

E cosa puoi fare tu che hai le dita che ti tremano e non vedi l’ora di dire la tua sui social?

Se ad almeno una delle domande che ti ho posto all’inizio di questo articolo hai risposto di , considera te stesso come un esempio vivente del potere dell’opportunità, dell’intervenire, dell’assistenza e, perchè no, di gente che abbia saputo volere il tuo bene.

È un fatto che, per la maggiore, le persone che entrano in carcere, vi usciranno ad un certo punto. E che vogliamo fare, prender tempo? Li ammazziamo tutti? Li aspettiamo al varco? E se invece aiutassimo la gente a restare fuori di prigione, invece che render più ovvio mandarcela dentro?

Quello che ho appena descritto è l’atteggiamento di una società forte ed una società forte è una società che si sente sicura.

Ma costa.

Tocca spendere il proprio nome, la propria faccia, il proprio tempo e la propria reputazione.

Troppo impegnativo e rischioso.

La società forte muore quando non si sente protetta. E il “buon cittadino” dove trova protezione quando la società forte muore? Nell’anonimato, credendo di dividere la realtà concreta da quella virtuale, dando sfogo agli istinti più beceri. 
 Augurare la morte a una persona diventa un gioco, un passatempo per annoiati che sembra ignorino che ad una faccia digitale corrisponda una reale.

Ci commuoviamo per i film che parlano di solidarietà, di vita, di unione, ma l’errore nelle nostre storie piene di sudore non è contemplato e siamo giudici morali di qualsiasi cosa. Al diavolo le conseguenze. Anche peché, tanto, siamo noi a essere dal lato giusto del tavolo. La nostra opinione conta solo per il semplice fatto che l’abbiamo partorita.

Io non so neanche se questo sia giusto, ma fatico a crederlo.

E, francamente, credo meritiamo di più.

O forse la giustizia è proprio questa: bendarci gli occhi e non sapere di cosa siamo capaci.

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