I 6 Motivi per i quali “Dunkirk” di Chris Nolan è un capolavoro.

A Madrid non esistono molti cinema che distribuiscono “las pelìculas” in lingua originale, così dopo averne trovato uno quasi per caso, decido di precipitarmi con entusiasmo alle stelle per assistere al nuovo, e largamente anticipato, Dunkirk di Chris Nolan.

Dopo un’ora e 45 minuti vengo sballonzolato fuori dalla sala, mentre ancora ripenso al film e mi faccio due (anzi sei) idee su quello che vorrei scrivere a riguardo. Via di fretta giù per la metro ed eccomi seduto alla scrivania della mia stanza a spiegarvi il perché, a mio avviso, siamo di fronte ad una grande opera di cinema.


1. Soggetto

Dunkirk è un film di guerra evidentemente diverso dagli altri. Chi si aspetta di vedere scene di violenza cruda e di interminabile battaglia, come per esempio in un altro grande capolavoro qual è Salvate il Soldato Ryan, rimane stupito dalla totale assenza di esse.

Non a caso la pellicola affronta non una battaglia, ma una ritirata, un ripiego, dove la sofferenza principale viene trasmessa dalla paura, dipinta sui volti dei soldati britannici e francesi, tagli sui quali più volte si concentra il regista. Dunkirk è resa, ed è collaborazione nella resa. E’ consapevolezza del bisogno reciproco nelle difficoltà.


2. Protagonisti (Non)

Dunkirk non ha un protagonista, eppure tutti lo sono. In una serie di storie incrociate dove il regista, probabilmente di proposito, non indaga in profondità i caratteri dei personaggi ma ci offre un grande senso di eroismo e solidarietà comune.

La scelta di non focalizzarsi su uno o più protagonisti, si rivela azzeccata quando le storie si intrecciano e i personaggi escono dall’anonimato e ci mostrano tutta la loro umanità, con grande senso di fratellanza.


3. Ricezione Attiva

A dirla tutta, forse, il film ha dei protagonisti, ma non sono delle persone fisiche. Chris Nolan divide la sceneggiatura in 3 parti: terra, mare e aria; ai quali vengono assegnati personaggi e tempi diversi -rispettivamente una settimana, un giorno, un’ora.

Questi 3 soggetti, come facilmente intuibile, viaggiano a velocità diverse e si congiungono in vari punti del film dove viene richiesto all’audience un certo tipo di attività mentale, in modo da connettere velocemente (ma saggiamente mai in maniera complicata) i punti mancanti per uno sviluppo lineare della storia.

Il film si trasforma così, da medium caldo a medium freddo, facendo vacillare le teorie Mcluhaniane.


4. Tensione

Pronti via e dopo 10 minuti, ovvero poco meno della scena incipit, avevo già finito il mio popcorn medio, il che mi ha causato un fastidioso ringrinzimento del labbro superiore. Ma non ci si riesce a staccare dallo schermo.

Il film respira tensione in tutti i minuti della sua durata, accompagnato dalle ottime musiche di Hans Zimmer, la suspence pervade la sala di proiezione, e questa tensione, come già visto nel punto numero 1, denota la paura e l’intento di sopravvivere dei soldati, vittime ultime delle atrocità di guerra.

In quest’ottica è magistrale la scena della barella, dove viene espressa in maniera impeccabile, la tensione fine a se sessa.


5. Virtual Reality

Ebbene sì. Dunkrik potrebbe essere, come già fatto notare da molti critici, una pietra miliare verso l’incontro tra cinema e realtà aumentata.

Il saggio uso della telecamera e delle musiche (Con i bassi che fanno tremare il pavimento, come bombe) ci trascina dentro lo schermo, tanto che ci sentiamo soffocare quando i personaggi affogano dentro le navi, in pericolo quando scoperti agli attacchi aerei sulla spiaggia o volare quando pilotano aerei.

Forse però, qui sta il vero limite del film, probabilmente adatto solamente al grande schermo.


6. L’assenza del nemico

Il messaggio morale del film ruota tutto intorno al collective purpose, lo sforzo generale di sopravvivenza, il nemico esiste ma non ha un nome, soltanto la nostra conoscenza storica lo individua nei tedeschi, ma in nessuna parte del film i personaggi fanno riferimento né alla nazionalità, né al nemico in sé, impegnati come sono in un’azione comune e disperata di salvataggio.

La scena finale, dove la lettura di un tabloid diventa la voce narrante di Churchill è la degna conclusione di un film che fa sperimentare al suo pubblico la paura di morte violenta, la tensione dei momenti catartici, il sospiro di liberazione e l’orgoglio collettivo.


7. Bonus

Grandissima interpretazione di Mark Rylance (di ritorno dopo il Ponte delle spie) e Tom Hardy, a cui ormai bastano anche solo 20 secondi.