Contro il disOrdine su formazione e giornalisti: perché l’aggiornamento professionale è sacro


Che sono una vergogna. Che nessuno mi dà la giornata libera per farli. Che figurati se li pago, poi. Che tanto non ci sono sanzioni. Che quella piattaforma, poi, non si capisce niente. Che non sono mica un medico. Che a me dell’Ordine non me ne frega niente, andrebbe abolito. Eccetera. Eccetera. Eccetera.

Chi fa il mio mestiere (o ha la sventura di frequentare qualcuno che lo fa), l’ha già notato. A tavola o in treno con uno o più giornalisti, la conversazione più comune è questa. L’aspra e strenua opposizione alla formazione obbligatoria imposta dall’Ordine dei giornalisti a chi fa parte della categoria. Come dice giustamente ilpost.it:

Nella comprensibile indifferenza di tutto il resto della popolazione italiana, da qualche mese la categoria dei giornalisti professionisti dibatte di una novità che la riguarda: l’obbligo di accumulare “crediti” professionali da poco introdotto

Dopo averne discusso tanto io stesso, dopo aver letto, oggi 30 novembre, un lungo — e a mio modesto parere sbilenco — articolo di Sergio Rizzo sul tema, credo sia tempo. Proverò qui a spiegare perché credo che, invece, l’obbligo di formazione per i giornalisti sia non solo utile, ma sacro e decisivo. E come qualche giusta obiezione sia diventata, in realtà, lo strumento per l’ennesima difesa corporativista di un mondo che vive da troppo in una bolla. E non sa come uscirne.

Due premesse

  1. In inglese si direbbe disclaimer. Chi scrive ha un ruolo da tutor e nell’organizzazione in una delle principali scuole di giornalismo italiane. In quella Scuola si è formato fino a poco più di due anni fa, svolgendo il praticantato obbligatorio per accedere all’esame da professionista. Questa Scuola è una delle sedi autorizzate dall’OdG per lo svolgimento — alcuni gratis, alcuni a pagamento — di corsi di aggiornamento professionale. Le idee espresse qui di seguito riflettono solo ed esclusivamente le mie opinioni, non quelle dell’istituto con cui collaboro o delle testate per cui scrivo. Né sono il frutto di interessi di parte.
  2. Non starò ad addentrarmi nella vexata quaestio: ha senso che esista un Ordine dei giornalisti oggi, in Italia? Secondo me sì. Ma di certo non com’è oggi e non com’è gestito oggi e non con le prerogative di oggi. Però credo che il punto sia un altro, parlare di questo ci porterebbe fuori strada.

L’aggiornamento serve. Soprattutto ai giornalisti

Quella che mi fa più imbufalire, a volte, è l’obiezione del “mica sono un medico”. La fa sua anche lo stesso Rizzo:

È settembre del 2011: lo spread galoppa e l’ultimo governo di Silvio Berlusconi deve mettere mano all’ultima disperata manovra. Lì dentro spunta a sorpresa una norma attuativa di una direttiva comunitaria, con la quale si decreta l’obbligo della formazione continua per gli iscritti a ogni Ordine professionale. Giornalisti compresi. Norma assurda, perché la direttiva ha lo scopo evidente di tutelare i clienti delle professioni, mentre i giornalisti non hanno «clienti» in senso stretto

I giornalisti non avranno clienti, ma hanno lettori. Sbagliare un articolo in prima fa più o meno male di sbagliare un’operazione chirurgica? A me sembra folle metterla su questo piano.

Non saremo medici, ma — perdio — abbiamo bisogno di strumenti affilati, competenze solide, capacità di decifrare un mondo in mutamento accelerato e costante. L’aggiornamento professionale serve a quello. A metterci al passo. Se l’informazione è un valore basilare per ogni società democratica — e lo è — l’informazione dev’essere anche competente, aggiornata, pronta a recepire i cambiamenti, insostituibile. Tutto quello che non è oggi. Per colpa di un paio (almeno) di generazioni di giornalisti che hanno rifiutato la sfida, che svernano dietro alle loro scrivanie in attesa della pensione, che hanno attraversato la crisi dell’editoria dispensando disfattismo a tutto e a tutti (ma la loro grande passione è farlo con i giovani aspiranti colleghi), che hanno reso il giornalismo italiano un enorme dinosauro sclerotico, un mondo scollato rispetto a una società che si muove velocemente in mille direzioni. Non sono tutti così, per fortuna, è chiaro. Ma sono tanti. E la crisi è anche colpa loro, lo sappiano.

La formazione non può essere gratis

L’ingrediente fondamentale del momento critico del giornalismo è questo: nessuno coglie più il valore anche economico dell’informazione. Nessuno è disposto a pagare per avere notizie e approfondimenti. È il grande problema che internet ha portato al giornalismo. Ma anche il giusto raccolto di un mondo che ha seminato malissimo, come si diceva: l’informazione ha perso credibilità, qualità, competenza, freschezza, per tutti i motivi di cui sopra. E ora deve, dobbiamo rincorrere per riguadagnare spazio nella società, far capire perché l’informazione di qualità vale e vada pagata.

Ma non possiamo pensare di difendere il valore del giornalismo senza difendere il valore della formazione per giornalisti. I corsi non possono essere gratis. Sarebbe come pensare di fare alta cucina pescando gli ingredienti dalla spazzatura. Invece al giornalismo servono ingredienti freschi, serve sapere dove trovarli, capirli e trattare nel modo giusto, usare le pentole e la cottura adeguata. La qualità si paga, in ogni campo. Se l’informazione di qualità ha un prezzo congruo, deve averlo anche la formazione necessaria per farlo.

Discorso diverso è su chi chi debba pagarli, questi corsi di aggiornamento. E ora ci arriviamo.

Le quattro cose che proprio non vanno

Sia molto chiaro: così com’è oggi, anche per me, il sistema dei corsi di aggiornamento non funziona. I problemi sono molti e l’articolo di Rizzo sul Corriere ne mostra — in modo, mi permetto, un po’ caotico — alcuni. Li provo ad esporre per punti:

  1. Chi paga. Finora i corsi a pagamento sono stati a carico degli “utlizzatori finali”, i giornalisti. Senza distinzioni tra chi è contrattualizzato e chi è freelance. Senza un sistema di giornate libere e giustificate a disposizione di chi partecipa. I giornalisti hanno reagito nel modo sbagliato: disconoscendo il valore dei corsi e buttando a mare tutto il discorso, il bambino insieme all’acqua sporca. Invece no. Ma è giusto non essere solo noi a sborsare per i corsi a pagamento.
  2. Manca la qualità. Tale e tanta è stata l’opposizione ai corsi a pagamento che si è spinto per avere i corsi gratis. Che si sono moltiplicati senza un criterio di serietà, assegnando anche agli amici di amici di amici la possibilità di distribuire crediti, per presentazioni di libri, conferenze, varie ed eventuali. A sostenere la linea dei corsi gratis è stato — primo tra tutti — il presidente dell’OdG Enzo Iacopino. Strenuo oppositore dei corsi a pagamento. Una linea populista, che ammicca ai colleghi in rivolta e come risultato ha portato quello di screditare tutto il sistema. Più corsi gratis = meno qualità = meno valore dell’aggiornamento. Un autogol colossale, anche questo l’ennesimo. E non era difficile evitarlo.
  3. L’assenza di “sanzioni”. Per quanto possa sembrare deprimente — e io dico che lo è — un altro ostacolo alla reale attuazione dei piani dell’OdG sulla formazione obbligatoria è questo: non sono al momento previsti provvedimenti per chi non ottempera. Almeno al di là — come nota Rizzo — dell’esclusione da eventuali cariche nell’Ordine. L’obbligo insomma è un obbligo solo teorico, e quanto meno è incerto cosa implichi non obbedire. Un altro elemento da cambiare al più presto, insieme al famigerato condono, e che non depone proprio a favore della serietà del sistema.
  4. La piattaforma SiGef. Chi ha avuto la sventura di farci un giro lo sa: per iscriversi a un corso di formazione bisogna registrarsi ed entrare in una piattaforma informatica dedicata. Che è stata realizzata con i piedi. E la metà abbondante delle volte non funziona, crea incomprensioni, disagi, difficoltà ad iscriversi e a capire se l’iscrizione è andata a buon fine. La cosa paradossale è che è stato lo stesso Iacopino a scagliarsi contro il SiGef. Altra mossa populista: prendersela con la tecnologia che non funziona e che ha fatto disperare tanti colleghi. Eccetto che qualcuno l’avrà pur scelta e testata, quella piattaforma. O no, Presidente?

Una proposta

Sono consapevole che da freelance 29enne sono — per gli oppositori della formazione obbligatoria — un giovane collega. Quindi secondo molti senza diritto di avere opinioni né tanto meno di osare esprimerle. Ma tant’è. Non ho mai amato chi critica senza una pars construens e vado oltre, facendo una mia proposta sul tema. Una bozza per un nuovo sistema sull’aggiornamento professionale obbligatorio, aperta a integrazioni e ulteriori suggerimenti di chi voglia raddrizzare il sistema attuale. Magari una base di partenza per iniziare a lavorarci davvero e seriamente.

  1. Quanti e quali corsi: almeno tre ogni anno. Senza un sistema di crediti, ma con un minimo di 24 ore. Con l’obbligo di differenziare tra diversi argomenti. Otto ore di area giuridica (diritto, deontologia etc.), otto di area tecnologica (nuovi strumenti di storytelling, social media, visual journalism etc.), otto a scelta su qualunque altro ambito (lingue, scienze, economia, sport, cucina etc.).
  2. Chi organizza: l’Ordine direttamente, le testate, le Scuole di giornalismo, enti di formazione selezionati con molta più attenzione rispetto ad oggi. Le Scuole sono indubbiamente le più attrezzate a farlo e — di nuovo — lo dico non per chissà quale interesse personale. Il fatto è che lì dove s’insegna a nuovi giornalisti, c’è anche un ampio portafoglio di docenti e l’abitudine ad insegnare e riflettere sulla professione. Tutto questo si può traslare anche alla formazione continua. Ma fare corsi non dev’essere tabù neppure per le testate. Un giornale non è più solo un giornale, come per primo ha fatto notare Massimo Russo, direttore di Wired, in una lettera che è oggi imprescindibile materiale per chi fa questo mestiere. Molte testate — vale per quella in cui scrivo, La Stampa, ma vale anche per Repubblica, per il Corriere della Sera e per il Sole 24 Ore — hanno capito l’antifona e, oltre a pubblicare, sono comunità di discussione e approfondimento, organizzano eventi e seminari, hanno un’identità diversa da quella tradizionale di emittenti d’informazione dall’alto verso il basso. Niente impedisce che siano loro a convocare i docenti migliori, dall’Italia e dall’estero, ed erogare i fatidici corsi. Per sé e per i propri giornalisti, ma anche aperti ad altri. In parte succede già ed è una delle cose migliori portate dall’aggiornamento professionale.
  3. Chi paga: facciamo un fondo comune. Un terzo gli editori, un terzo l’Ordine, un terzo lo Stato. L’obiezione la so: nessuno dei tre ha soldi per farlo. Obietto io: tutte e tre le categorie spendono soldi per cose molto meno importanti.
  4. Chi non paga: i giornalisti, contrattualizzati o freelance che siano. Il che significa che se nei contratti — qualcuno sa se accade? — ci fosse una quota o una voce legata alla formazione professionale, questa andrebbe depennata e utilizzata dall’editore per partecipare al fondo di cui sopra.
  5. Cosa fare: selezionare con grande cura e attenzione i corsi, certificarne la qualità, puntare a meno corsi ma imprescindibili. E renderli tutti disponibili sia in presenza sia online, on demand, con un sistema che certifichi la fruizione effettiva a distanza. Tecnologicamente non è una follia, va fatto.
  6. Cosa non fare più: dare crediti per le presentazioni di libri o conferenze, o a corsi senza qualità, purché gratis. La qualità costa. E conta.