L’inutile vittimismo di Sergio Caputo (contro le radio italiane).

Il cantautore se la prende sul suo blog perché non viene passato in radio il suo ultimo album. Ma sceglie il modo più sbagliato (e inutile) per farlo.


Sergio Caputo, cantautore italiano famoso per la canzone Un sabato italiano, ha da poco rilasciato un nuovo album, ma se l’è un po’ presa perché nessuno ha deciso di passarlo in radio. E quindi ha iniziato ad additare il sistema radiofonico italiano come un mondo composto di lobby, complotti, sistemi e bla bla bla bla.

Pur, in generale, considerando inutile discutere con chi in genere mette in campo queste argomentazioni (che in realtà non sono argomentazioni ma, generalmente, scuse prive di fondamento), mi verrebbe da scrivere un po’ di cose per far capire che, in realtà, se un prodotto non viene accettato forse è perché, qualche volta, alle persone le cose possono andare male e non fare un ottimo lavoro, e non perché il mondo cattivo ce l’ha con te. È la vita.

La storia.

Sergio Caputo scrive un post sul suo blog dove spiega delle cose scritte in precedenza su un altro suo post, su Facebook ‘sta volta, in cui se la prende con Radio 105 perché gli hanno deliberatamente cannato il suo nuovo singolo. La motivazione è che il brano non rientra nella linea editoriale della radio. Caputo spinge i suoi fan a non ascoltare più Radio 105.
Inizia quindi un lungo sermone su come siano inefficienti le radio italiane, di come siano in combutta con le case discografiche eccetera eccetera. È lungo, si può leggere qui.
Ora, mettiamo in chiaro un po’ di cose cercando di capire perché Caputo sbaglia.

Le case discografiche, queste cattivone.

Ponendo come presupposto che qualsiasi prodotto frutto della fantasia dell’uomo può potenzialmente essere un’opera d’arte, in generale si potrebbero considerare due categorie di opere d’arte: l’opera commerciale e l’opera non commerciale.
Al di là della validità artistica che ognuno può attribuire a l’una o all’altra categoria d’arte, se un prodotto artistico mette d’accordo più persone sulla propria bontà non si può non riconoscere un determinato valore artistico oggettivo, di base. Ne consegue, logicamente, che alcuni prodotti artistici avranno più seguito di altri.
A questo punto ci sono anche delle persone che colgono l’eventuale potenziale del prodotto artistico, vanno dall’artista e dicono: “Ehi, io credo in te e nel tuo lavoro, facciamo che tu mi consenti di vendere i tuoi prodotti in modo tale che entrambi ci guadagniamo. Mettiamo la cosa per iscritto e iniziamo”.
Se le cose vanno bene, nel caso della musica, il tuo pezzo è forte e piace, verrà proposto alle radio. Se piace alle radio lo manderanno, se piace alla gente continueranno a mandarlo altrimenti no. Se piace alla gente, comprerà la musica e l’artista e l’editore saranno contenti.

In generale, bisognerebbe iniziare a pensare ai media che trasmettono i prodotti artistici non come mezzi di promozione dell’arte, ma come entità che usufruiscono di alcuni prodotti artistici per guadagnare. Questo non perché non hanno una sensibilità artistica ma perché è quello che, giusto o sbagliato che sia, devono fare.
Giustamente a questi di promuovere l’arte di uno o dell’altro non interessa molto se per loro non c’è un ritorno economico. Visto che campano su quello.
Ne tanto meno lo sono le case discografiche per la musica, quelle cinematografiche per i film, quelle editrici per i libri e così via. Anzi, per loro il discorso è ancora più pratico e si svolge come ho scritto sopra.
Mettiamoci bene in mente che NON sono questi gli apparati predisposti alla promozione dell’arte. Punto. Sono “semplicemente” organismi predisposti alla vendita di prodotti artistici. Devono vendere. Vendere musica, vendere film, libri, quadri in modo da ricavarne profitto.
La via della promozione del prodotto artistico che mira a mostrarne l’aspetto qualitativo è l’esibizione dello stesso. Qui il ruolo fondamentale è giocato dalle sale concerti, dai teatri, dai festival, dai cinema indipendenti, dalle biblioteche, dalle rassegne, dai musei. È in questi luoghi che si promuove l’arte, nel senso in cui la vuole promuovere Caputo.

Per le radio il discorso è simile.
Non facciamo finta di cadere dalle nuvole: le radio, come qualsiasi mezzo di comunicazione di massa, si basa sulla vendita di spazi pubblicitari. Di conseguenza, soprattutto se si parla di radio con un ampio bacino d’utenza (come può essere Radio 105, RTL 102.5 o Radio Italia, le radio citate da Caputo), è chiaro che la linea editoriale, musicale e di format, sarà quanto più vicina ai gusti del pubblico vasto e dell’immagine che l’emittente vuole dare di sé. Perché la gente deve accendere la radio, ascoltare la hit del momento, poi ascoltare la pubblicità. La pubblicità paga la radio perché ha mandato in onda lo spot e la radio vive. Non c’è altra via, se si vogliono fare le cose ad un certo livello.

Riguardo la questione delle linee editoriali.

Caputo sostiene che le radio italiane non abbiano delle vere linee editoriali facendo il paragone con le radio USA. Come lui stesso spiega nel blog, negli Stati Uniti le radio funzionano in maniera diversa che in Italia. Esistono più che altro radio tematiche e, sostanzialmente, non esistono grandi network ma solide realtà indipendenti. Dunque è facile stabilire per una radio americana che decide di mandare solo Hip-Hop la propria linea editoriale: manderà solo musica Hip-Hop.

Qui da noi le radio sono, usando impropriamente un termine televisivo, più “generaliste”, le radio devono perlopiù tentare di costruire una linea editoriale basata su altri fattori, che principalmente sono: pubblicità, orari di messa in onda e programma. È molto importante considerare che questi tre fattori non agiscono singolarmente ma si amalgamano stabilendo dei criteri più o meno precisi.
Dunque, la linea editoriale musicale di una radio è una, in linea generale, ma al suo interno ce ne sono altre, più specifiche. Esempio (che tra l’altro fa anche Caputo nel suo post): un programma che va in onda al mattino avrà musica, temi e pubblicità consoni a quell’ora e che saranno diversi da quelli che andranno in onda in un programma notturno.

Caputo fa un errore grossolano perché tenta di capire la linea editoriale di Radio 105 considerando la sua classifica. Ovviamente non ne viene a capo e secondo lui è la dimostrazione della sua teoria, ma si sbaglia.
Dando per assodato la logica di programmazione che sta dietro la messa in onda di determinati brani, in determinate ore eccetera, la classifica è ciò che risulta dal mettere insieme i brani più ascoltati/trasmessi/graditi nelle varie fasce orarie o nei vari programmi. È chiaro che vista dall’alto verso il basso una classifica non da una vera identità editoriale, specie se si parla di radio che non sono tematiche.
Evidentemente Caputo ha ascoltato così tanto le radio americane ultimamente che dev’essergli sfuggito che quelle italiane, in fondo, si basano sullo stesso prinicipio.

In sostanza è inutile mettere in mezzo discorsi campati in aria come “c’è una lobby delle radio”, “tutti sanno ma nessuno dice”, “Radiopoli”.
Piuttosto che elevarsi ad artisti di grande spessore sarebbe più opportuno farsi un po’ di autocritica e un bagno di umiltà.
Se le radio non passano il suo disco può anche prendere in considerazione il fatto che, probabilmente, tutto questo gran lavoro, tutta quest’arte, non c’è.
E fare le vittime in queste occasioni è ancora più controproducente.

Io ho ascoltato il singolo “incriminato” e, sinceramente, non è un pezzo che può andare in radio.
Oggigiorno, poi, lamentarsene è inutile perché ci sono un sacco di modi diversi per venirne fuori.
Se vali se ne accorgeranno e, eventualmente, si mangeranno le mani.

Niente è dovuto a nessuno.