L’importanza di chiamarsi sketchbook
Uno spazio mentale di carta per sviluppare le discipline visive
Questo articolo è stato pubblicato su Exibart On Paper di settembre 2011
Tra le persone che si occupano di discipline visive e progettuali molti iniziano il lavoro concettuale direttamente al computer. Questa pratica, apparentemente evoluta e dinamica, finisce per vincolare il metodo di ragionamento ai soli strumenti offerti dai software. Non voglio muovere una critica alla tecnologia ma al suo esclusivo utilizzo, che limita e globalizza (i software sono identici in tutto il mondo) il processo ideativo. Ci sono poi gli estremisti, che respingono strumenti di qualsiasi genere e preferiscono ragionare “a mente”. Anche questa posizione è limitante, poiché sono poche le persone in grado di fare i conti con l’interazione dei neuroni ed evitare di perdersi nel vertiginoso tessuto dei pensieri. Che approccio scegliere allora?

Questo articolo tesse deliberatamente le lodi dello sketchbook, uno strumento molto poco digitale e con un hardware blando, dove la memoria ram si misura in fogli di carta e dove l’unico software straordinario è il nostro cervello. Può suonare strano, ma il primo valore del taccuino risiede nei suoi limiti. Il confine imposto dall’area del foglio e l’impossibilità di trasferire su carta tutte le sfumature del pensiero, fanno resistere solamente i caratteri fondamentali, quelli che scegliamo come rappresentativi delle nostre idee.
Cos’è esattamente uno sketchbook? È un quaderno dove schizzare e annotare tutti quei particolari che hanno una qualche rilevanza visiva e culturale. Chi lo compila affianca linguaggi diversi come il disegno, la scrittura, il collage, la fotografia, che messi insieme iniziano ad influenzarsi reciprocamente creando associazioni nuove e imprevedibili. È un melting-pot di segni che stimola il pensiero non-lineare e che scardina la radicata concezione dell’immagine subordinata alla scrittura. È un database analogico in cui accumulare materiale di riflessione e un archivio da cui recuperare i pezzi per la progettazione. È un “luogo” privato dove possiamo esprimere il libero flusso dell’immaginazione, dove non dobbiamo rendere conto a nessuno e dove tutto è assolto dal pregiudizio.
La filosofia, che fa di un semplice quaderno uno sketchbook, è quella di costruire un campionario di contenuti eterogenei che abbiano un potere evocativo derivante dai punti di tangenza. L’aveva già intuito Aby Warburg (1866- 1929), uno dei padri dell’iconologia, che nei primi decenni del Novecento con Mnemosyne, L’atlante della memoria cercava di mettere a punto un sistema di espressione del pensiero e un metodo d’indagine artistica che funzionasse mediante l’accostamento di fotografie, ritagli di giornali, pubblicità e francobolli con l’intento di superare i limiti imposti dallo svolgimento lineare della scrittura. Questo sistema era già in atto allo stato embrionale in gioventù, in cui lo studioso nella messa in pagina di schemi concettuali cercava di esprimere l’incessante movimento dell’intelletto.
Dello sketchbook è possibile dare solamente questa sommaria descrizione, perché nella realtà dei fatti assume per ognuno una forma diversa: c’è chi ha bisogno di darsi delle regole sui tempi di composizione, chi fa una scelta sul contenuto, chi inserisce un vincolo sullo strumento scrittorio, chi si affida a principi ordinatori noti, chi procede a briglie sciolte. L’affascinante complessità visiva ottenuta di volta in volta sarà la rappresentazione grafica del pensiero dell’autore.
L’inconsueta mostra Lists: Todos, Illustrated Inventories, Collected Thoughts and Other Artists’Enumerations, aperta fino al 3 ottobre alla Morgan Library di New York (da cui sono tratte in gentile concessione le immagini di questo articolo), espone una serie di liste, classificazioni e pagine di sketchbook che mettono in luce aspetti sconosciuti del modo di ragionare degli artisti interessati, evidenziando le differenze, talvolta enormi, con l’operato noto al grande pubblico. In questo gap tra la fase cognitiva e l’opera risiede probabilmente l’unica cosa che ci possiamo azzardare a chiamare creatività. Ma forse il termine è ormai confuso.
La nostra società ha idealizzato la creatività e accreditato il mito secondo cui sarebbe sempre frutto di lampi di genio. La lampadina che si accende di colpo è un cliché da fumetto e nella realtà i sentieri che conducono alle grandi idee sono tortuosi e somigliano più a un ginepraio di fioche luminarie natalizie. Il genio solitario monomaniaco è uno stereotipo che non convince più. Oggi, le innovazioni in tutti i campi, sono sempre frutto della trasversalità tra le discipline e di conseguenza dal fondersi di reti sociali. Lo sketchbook incarna perfettamente questo bisogno di sperimentazione perchè ci consente di raccogliere frammenti di sapere, accostarli, rielaborarli e calarli nello spirito del tempo.
Vi è improvvisamente venuta voglia di scarabocchiare? Tre consigli: Moleskine, Field Notes, Rhodia.
Per saperne di più:
- Introduzione a Aby Warburg, Claudia Cieri Via, Laterza
- Graphic Design Thinking, Ellen Lupton & Jennifer Cole Phillips, Princeton Architectural Press
- Lists: To-Dos, Illustrated Inventories, Collected Thoughts and Other Artists’ Enumerations, John W. Smith & Liza Kirwin, Smithsonian’s Archives of American Art
- Graphic. Gli sketchbook dei più grandi graphic designer del mondo , Steven Heller & Lita Talarico, L’ippocampo
- Sketchbook: Conceptual Drawings from the World’s Most Influential Designers, Timothy O’Donnell, Rockport