I Lotofagi

Sul tetto della casa era installata un’insegna luminosa: I Lotofagi.
«È quello» disse Marco «Andiamo».
«Io vi aspetto qui» disse Sven «Non ho fame».
All’interno il ristorante era composto da un unico grande stanzone.
Decine di tavoloni erano disposte in lunghe file, per tutta la lunghezza del locale. La parete di ingresso era occupata da una ininterrotta serie di piatti da portata. Gamberetti, gamberoni, alici, vongole, cozze, calamari, totani, zanchetti, lucci, trote, polpi, bianchetti, anguille, capesante, tonno, salmone, pesce spada, preparati gratinati, in umido, arrosto, in insalata, in carpione, in guazzetto, in carpaccio, pasticciati, impastellati e fritti. Un cameriere venne a richiamare l’attenzione di Marco e Aurelio, ancora imbambolati davanti alle portate di pesce.
«I signori desiderano cenare?»
«Sì, grazie».
Una volta accomodati al tavolo, i camerieri cominciarono a servire le portate, una dopo l’altra, senza mai fermarsi. Marco e Aurelio si misero a mangiare in modo meccanico. Non si guardarono, non si parlarono. Si misero chini a divorare il cibo senza sosta. La brocca di vino era già sul tavolo, e per quanto ne versassero nei bicchieri rimaneva sempre colma. E dopo gli antipasti arrivarono le paste asciutte, i brodini, i ravioli ripieni di salmone, i risotti, le zuppe, sempre uno dietro l’altro.
Né Marco, né Aurelio, né gli altri avventori parlavano o si alzavano. Gli unici in piedi, in tutta la sala, erano i camerieri, che indaffarati portavano i piatti e consegnavano le nuove pietanze. 
Nella barca, intanto, Sven cominciò ad insospettirsi. Erano passate ormai cinque ore dall’attracco e non si era visto nessuno. Decise di entrare nel ristorante per vedere cosa fosse successo. All’interno vide i suoi amici a testa bassa su piatto. Prima che potesse avvicinarsi un cameriere gli si parò davanti.
«Il signore desidera cenare?»
«No grazie».
«Come?» chiese l’uomo sbigottito «Ma ha visto i nostri antipasti?»
Sven si girò, vide la parete colma di ogni ben di dio e poi si voltò.
«Sì ho visto, grazie. Ma non ho fame».
«Abbiamo anche pesce del nord, se preferisce: aringa, salmone, baccalà, merluzzo!»
«No grazie! Non ho fame» rispose Sven alzando la voce.
«Non è possibile! Lei deve mangiare qualcosa. Lei vuole mangiare qualcosa!»
«No! Non insista le ho detto di no!» urlò Sven.
A quella reazione il cameriere fu colto dal panico e corse via. Libero da quello scocciatore, Sven arrivò al tavolo di Marco e Aurelio. Ma per quanto li chiamasse, li scuotesse e cercasse di attirare la loro attenzione, i due non smettevano di mangiare. Decise allora di usare le maniere forti. Prese Aurelio da sotto le spalle e lo trascinò fuori dal ristorante. Poco fuori dal parcheggio lo appoggiò per terra e tornò a prendere Marco.
Poi, uno alla volta, li portò entrambi sulla barca, dove caddero addormentati sui giacigli della cabina. Sfinito da quello sforzo, Sven uscì in coperta, a respirare una boccata d’aria fresca. Sembrava che la pioggia avesse deciso di dare qualche minuto di tregua a tutta la pianura Padana. Il vento soffiava da nord, scuotendo i rami dei pioppi all’unisono.
Per un breve attimo le nuvole lasciarono passare un raggio di luna, che cadde sul fiume a formare una macchia argentea. E fu proprio in quel punto che uscì dalle acque lo storione d’argento. Il pesce si lanciò fuori dall’acqua con forza incredibile. Il muso, grosso e allungato, puntava in alto, mentre i barbigli carnosi ondeggiavano nell’aria ancora umida. La spinta portò lo storione ad alcuni metri di altezza sopra il fiume. Arrivato all’apice, il corpo possente si curvò pronto a rituffarsi. La livrea argentea e luminosa aveva i caratteristici scudi in fila, di color metallico e abbacinante, che brillavano alla luce diafana della luna.
Così come era emerso dalle acque, in un attimo tornò nelle profondità del fiume, con un fragore tremendo. Le onde si allargarono in centri concentrici, arrivando fino alla fiancata della Beatrice che ondeggiò sbatacchiando contro il pontile. Pochi secondi dopo anche le nuvole tornarono al loro posto. E ricominciò a piovere.
Sven rimase imbambolato alcuni secondi, prima di rendersi conto di cosa fosse successo. Preso da un inspiegabile terror panico, chiuse la capotte e tornò in cabina, ma non riuscì a dormire per tutta la notte.

#Podissea, capitolo 8

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