Lubiana

La città e il Museo

di Lorenzo Bortolazzi

Il gruppo di ragazzi di cui ho fatto parte anche io ha visitato la capitale slovena la mattina del 14 novembre 2014. Un po’ di storia della città gli è stata raccontata, ed essi con gli occhi pieni di curiosità e le orecchie pronte ad ascoltare si sono interessati molto alle vicende che hanno avuto luogo lungo le strade dove proprio loro stavano camminando in quel momento.


E pensateci, proprio lì, duemila anni prima, i romani stavano per conquistare quello che si sarebbe poi rivelato uno dei più grandi porti del Mediterraneo, ha spiegato la giovane guida, che ha accompagnato i gruppi per le grandi strade e il centro storico della capitale slovena. Ma come ben si sa, nessun impero ha avuto vita infinita, per cui anche i romani si sono dovuti ritirare e lasciare posto agli slavi. Successivamente, la città ha subito una grande influenza barocca (un chiaro esempio è la chiesa francescana), e un centinaio di anni dopo, essa è stata conquistata dai francesi di Napoleone prima e dagli Asburgo poi. Negli anni della dominazione francese, un nuovo nome si è fatto largo nella poesia slovena: France Prešeren. Egli è stato forse il più grande poeta sloveno, famoso soprattutto per il suo carattere esuberante e per la sua passione per la vita mondana, infatti egli diceva che il suo inno fosse il brindisi. È possibile che una figura così eccentrica si sia fatta largo tra gli altri colleghi, soprattutto per il suo carattere esuberante. Come ogni poeta che si rispetti, anche lui aveva la sua Beatrice: una certa Julia. Poiché a quel tempo le famiglie non permisero che i due si frequentassero, Prešeren comprò una casa che si affacciava esattamente sulla finestra della sua amata Julia, e da lì la adorava. Un amore così tragico ha fatto sì che alcuni artisti di Lubiana, alla fine del XX secolo, erigessero un piccolo monumento in onore di questo amore impossibile.

Forse è anche grazie a queste storie che il nome della città deriva da /lubina/ che in sloveno significa amata. Infatti lo slogan di Lubiana è feel Slovenia feel love (senti la Slovenia, senti l’amore). Un’altra curiosità sulla città è che il suo simbolo è un drago, il quale è stato ereditato dalla leggenda di Giasone e degli Argonauti.

Paradossalmente però, gli abitanti di Lubiana vengono chiamati, dagli altri abitanti della Slovenia, ranocchi. Questo perché Lubiana era una città prevalentemente paludosa, un tempo, perciò la presa in giro si rifà a questo.

Lubiana, come detto in precedenza, ha avuto una forte influenza artistica, che l’ha portata ad essere ai giorni nostri un importante centro universitario con ben 22 facoltà. La prima università è stata fondata nel 1919, e da quel giorno sempre più intellettuali varcarono le porte della città.

Dopo l’introduzione delle guide alla città, i ragazzi si sono spostati al Museo di storia contemporanea di Lubiana. La mostra permanente del museo riguarda tutta la storia della Slovenia del XX secolo, partendo dallo scoppio della prima guerra mondiale. Il 28 giugno 1914 l’erede al trono dell’impero asburgico Francesco Ferdinando muore assassinato da un giovane serbo. Questo fu il cosiddetto casus belli che fece scoppiare la prima guerra mondiale. I cittadini sloveni si trovarono favorevoli alla guerra perché credevano che essa avrebbe sistemato ogni faccenda sul primato dei mercati commerciali nell’est Europa. Tutti credevano che sarebbe stata una guerra lampo, cioè che sarebbe finita in poco tempo, ma così non fu. I due grandi blocchi tra cui veniva combattuta la guerra erano: la triplice alleanza (Germania, Austria e inizialmente Italia) e la triplice intesa (Inghilterra, Russia, Francia, più l’Italia a partire dal 1915). I civili non sono stati coinvolti perché è stata una guerra di trincea.

Un chiaro esempio di come le popolazioni italiane e quelle slovene abbiano ricordato in maniera diversa questa guerra è quello che gli italiani chiamano disfatta di Caporetto (che subirono dagli austriaci nel 1917), mentre gli sloveni meraviglia di Caporetto. In questo caso si può notare molto bene quanto le memorie di due popoli siano costruite diversamente a partire però dallo stesso avvenimento.

Dato che il 60% degli uomini abili a combattere veniva mandato in guerra, la figura della donna in Slovenia si rafforzò sempre più, fino a quando addirittura riuscirono a ricoprire quei lavori che prima spettavano agli uomini. Nacque così il fenomeno dell’emancipazione femminile slovena. Fino a quel momento non si poteva accettare che delle donne guadagnassero quanto e più degli uomini, e che addirittura si potessero permettere una vacanza.

Molte donne cercarono nel 1917 di sostenere, con delle petizioni firmate da oltre 200mila persone, la proposta di indipendenza del re Carlo (dichiarazione di maggio), che consisteva in un’autonomia statale, sempre sotto la corona Asburgo, per sloveni, croati e serbi. Sfortunatamente questa proposta non fu accettata dal Parlamento austriaco.

Foto Martina Molinari

Gli uomini che partivano per la guerra lasciavano a casa non solo le donne con le loro responsabilità, ma anche, banalmente, i vestiti. Sì, proprio dei semplici vestiti rinchiusi in un baule sono tra le cose che più hanno fatto pensare i ragazzi. Gli uomini prima di partire chiudevano in questa specie di forziere gli abiti da civile che indossavano tutti i giorni. È come se avessero chiuso ufficialmente i ricordi in qualcosa di sicuro, che non potrà essere aperto fino a che non si tornerà. Ma anche se la vita li abbandonerà, ciò che quei bauli contengono non andrà mai perso. I ricordi non muoiono con le persone. Loro diventano sempre più vivi, giorno dopo giorno. Sembra una follia a pensarci, ma è come se bussassero sulla porta del baule, in attesa che qualcuno gli apra, così da ascoltare le loro storie. L’unica pretesa che hanno i ricordi è quella di raccontare. E allora, lasciamoglielo fare.

Nel museo sono presenti vari oggetti riguardanti la prima e, soprattutto, la seconda guerra mondiale. Gli oggetti sono di tutti i tipi: si va dal periscopio alla divisa del soldato, passando per una scacchiera (con tanto di pedine) fatta di saliva e segatura.

Foto Sara Mazzone

L’ascesa di Tito al potere coincise quasi perfettamente con l’inizio della crisi economica dello stato sloveno all’interno della Federazione jugoslava. L’inflazione salì alle stelle — come ha spiegato la giovane guida del museo — e di conseguenza, si ebbe una crisi economica senza precedenti. Tito cercò di nazionalizzare l’economia e di rendersi indipendente dalle altre nazioni.

Decise anche che il riscaldamento delle abitazioni sarebbe dovuto essere inferiore ai 20 gradi e che soltanto a giorni alterni potessero circolare le macchine (un giorno quelle con la targa col numero pari e l’altro giorno quella col numero dispari). Tutti questi provvedimenti vennero attuati per cercare di limitare il costo della vita.

Con la morte del capo comunista i giornali poterono avere più libertà, e indagando sulla vita di Tito si scoprirono molte cose che egli aveva tenuto nascoste. A differenza di quanto successe sotto la dittatura, i giornalisti ebbero molta più indipendenza, e riuscirono a scrivere liberamente i loro pensieri, persino polemizzare contro il partito comunista per come era stato gestito il Paese da trent’anni a quella parte. Si poté così sperare in un’indipendenza, la quale venne dichiarata il 25 giugno 1991. Quella stessa notte tutta la Slovenia festeggiò. Emblematico è il fatto che il giorno dopo, migliaia di persone continuarono a manifestare la loro felicità, proprio davanti al parlamento, il quale 74 anni prima aveva negato quella gioia. ¶

Trionfi e atrocità

di Mattia Bonantini

In tutta la visita al museo una sola cosa mi ha ispirato una riflessione, ed è stata una frase della guida che diceva così: «Da noi sloveni la battaglia di Caporetto non viene considerata una disfatta ma un grande successo».

Per quanto sembri scontato per ogni battaglia che c’è stata nella storia c’è una parte che la ricorda come un grande successo, e quindi una vittoria, e un’altra parte che la ricorda come un fallimento e disfatta. Questo è quello che succede per Caporetto: in Italia non viene celebrata la memoria di questa battaglia, mentre in Slovenia sì: quindi si può dire che ogni nazione ricordi i propri trionfi e non le proprie sconfitte ed errori.

L’Italia ha un giorno dedicato alla liberazione dal nazifascismo, infatti le memorie della seconda guerra mondiale che vengono tenute vive in Italia sono quelle dei partigiani, cioè l’azione che ha permesso all’Italia, assieme agli Alleati, di liberarsi da nazisti e fascisti; quindi quello che in Italia si ricorda come trionfo della seconda guerra mondiale è il trionfo morale nell’essersi ribellati ai nazisti e fascisti, e averli combattuti con tutte le nostre forze. Però ciò che non si ricorda della seconda guerra mondiale in Italia sono molti fatti accaduti sul “confine mobile” che abbiamo visitato, il confine orientale dell’Italia. Non ricordiamo le sconfitte e nemmeno le atrocità che abbiamo commesso là, come l’oppressiva italianizzazione che abbiamo imposto ai croati e sloveni, gli stermini commessi contro i civili perché accusati di essere partigiani oppure perché semplicemente erano sloveni o croati.

Uno degli scopi della storia è di insegnare ai popoli, attraverso gli errori commessi, ciò che non deve più succedere. Però questo non può accadere se le sconfitte e gli errori non vengono ricordati. Quindi ogni nazione dovrebbe essere attenta e consapevole ai propri errori e sconfitte, e orgogliosa dei propri trionfi, però senza mai scordare che anche quei trionfi contengono atrocità al loro interno.

Uscito da un cassetto

di Lorenzo Bortolazzi

La figura di Tito è stata conosciuta in tutto il mondo, anche in Italia. In un cassetto di suo nonno, Lorenzo ha trovato questo Elogio a Tito, datato 1948, di cui riportiamo la trascrizione:


Il maresciallo iugoslavo Tito è un por-

tento di raffinatezza nonché un uomo politi-

co di prim’ordine. Egli meriterebbe di essere de-

cantato in una poesia come ad altri meno degni è già

capitato. Egli è degno di un monumento di ster-

minata mole che della sue gesta mandi una e-

co indistruttibile nei secoli, sicché il forte fe-

dele ricordo di questo insuperabile legisla-

tore giunga sino ai più lontani nipoti. Noi scor-

giamo in Tito l’astro dell’Europa e perciò lo sor-

reggeremo con tutte le nostre forze nel mu-

tevole clamore della reazione levando un plau-

so a lui e a tutta la Sua razza.

NB: Dopo la lettura completa dell’ode leggere una riga sì e una no


Pubblicato nel febbraio 2015 all’interno del libretto http://issuu.com/giuliabondi/docs/storie_dal_confine_mobile