No Talent Night

Non mi capita spesso di sognare. So che tutti sognano, in realtà, solo che io non ne conservo alcun ricordo. Nulla. Al mattino, il più delle volte è solo mattino. Nessuna strana sensazione, sentimento particolare, strascichi di sorrisi o di pianto. Nulla. Di solito allungo il braccio come fosse la benna di una ruspa per zittire la sveglia e tutto finisce lì. Sogno invece nei momenti più strani. Sui mezzi pubblici, sul treno oppure quando riesco ad andare a correre. Sì, correndo: è il mio momento migliore per i sogni. Normalmente uno potrebbe pensare al classico sogno ad occhi aperti. Non so, forse è così, ma per me sono più che altro delle vie parallele, degli scenari alternativi. Quella volta che ho detto di no, invece di un sì; la volta che avrei dovuto avere la risposta pronta e invece non l’ho avuta. In tutto questo, per quanto possa sembrare incredibile, ho dei sogni ricorrenti. Come facciano ad essere ricorrenti non lo so spiegare, perchè in fondo io sono sveglio e consapevole, però mi rendo conto di tornare su certi argomenti, chè non sono infiniti, sono solo due o tre con qualche piccola variante. Per questo dico che sono sogni ricorrenti. Uno di questi, che mi affascina sempre, è quello della “No Talent Night”. Risale a uno dei più bei periodi della mia vita, uno in cui non tutto andava bene — perchè un periodo in cui tutto vada bene non è proprio nelle mie corde — però era un gran periodo, uno di quelli in cui sono riuscito a fare delle cose che stanno nel cassetto delle cose fatte davvero bene. E sono poche. La No Talent Night è esistita davvero, in un pub che adesso invece non esiste più, ed era organizzato da tre studenti canadesi che venivano dalla costa occidentale e che erano arrivati sulla costa orientale in macchina, per iniziare il loro corso di laurea. Un po’ come dire che da Viareggio qualcuno si sposta verso Venezia, da est a ovest, con la sola differenza che il viaggio, in Canada, dura qualche giorno. Ho citato non a caso la costa toscana perchè è stato l’unico posto dove ho visto dei surfisti e i 3 canadesi erano surfisti. Con i capelli biondi decolorati, chi più chi meno, gli occhi azzurri, le magliette della Gaastra e le chitarre acustiche. Ogni tanto li vedevo sul patio della casa in cui abitavano, seduti con le birre, a provare qualche canzone. Loro, una sera, si erano inventati questa cosa con il proprietario del pub. L’università si era trasferita in paese da poco, non c’era molto da fare nel piccolo centro e immagino che per un surfista di Vancouver, finire in una specie di Marghera canadese potesse creare qualche problema. Un giorno compaiono questi A3, una locandina della serata chiamata appunto No Talent Night. Chiunque si potrà esibire sul palco, loro tre sicuramente lo faranno, poi chiunque sarà il benvenuto. Prima, dopo, durante, non bisogna essere timidi, non è una serata alla X Factor (era lontana anni luce) anzi era più vicina alla Corrida che noi avevamo disprezzato più e più volte in televisione. C’era forse un po’ di understatement, un po’ di falsa modestia? Probabile, forse, dopotutto erano surfisti biondi in una Marghera canadese. Il mio sogno di solito comincia lì, alla fine della loro esibizione con tre chitarre acustiche in cui suonano un pezzo alla Mumford & Sons o — in giornate più ispirate — una cover dal primo disco dei Midlake (Roscoe, molto spesso). Alla richiesta:” Ehi qualcuno vuole salire sul palco?” , timidamente mi faccio avanti. Ci sono a questo punto 3 varianti: la prima prevede un’esibizione solitaria, io al pianoforte che canto una canzone in italiano (repertorio che spazia tra Amor Fou, gli Afterhours di Quello che non c’è, Marlene Kuntz dei primi due album); nella seconda mi faccio prestare una chitarra acustica dai tre e inizio una cover di The man who sold the world a metà tra Kurt Cobain e David Bowie; nella terza mi unisco a loro in veste di batterista e dopo aver fatto un pezzo rock (uno a caso degli Stooges, “I wanna be your dog” andrebbe benissimo per dire) mi lascio trasportare in un assolo tutto piatti e rullante degno del miglior Stewart Copeland. In tutto questo è fin troppo evidente che io non sappia suonare assolutamente nulla, nessuno strumento. Ma questo poco importa, come del resto poca importanza hanno gli scenari, che sono dettati spesso dalla musica del momento, dall’umore, dal grado di stanchezza o dal kilometro in cui sono dentro. Lo svolgimento è comune a tutte le situazioni: ci sono io su un palco e la gente mi guarda. Mi guarda perchè non sapeva di questo mio talento nascosto (canto anche con una discreta voce, un bel timbro benchè senza una eccessiva estensione. nel sogno ovviamente) e apprezza particolarmente. Riesco a vedere le facce, l’approvazione, anche l’ammirazione in certi casi, lo stupore di quelli che non ti avevano mai calcolato. Più che uno sguardo, il mio, è una panoramica sul pubblico, un giro di quasi 360°, con qualche zoom sui dettagli, sulle frasi scambiate e percepite. Un vero e proprio montaggio cinematografico in cui dirigo da vero regista. In quel momento tutto mi riesce bene, il pezzo, le frasi scambiate dopo, le risposte giuste. Ogni tanto introduco l’aspetto “rosa”, in cui la cameriera — Naomi — improvvisamente decide che sono degno della sua attenzione. Ma è marginale e di solito subentra quando mi sono imposto di fare 12 km e sono solo al 5°. Quando sono sul palco, che stia suonando il pianoforte o la chitarra, posso sentire i pensieri altrui, come un angelo di Wenders o uno dei protagonisti di Heroes. Sento che qualcuno si accorge di me, sento di poter avere, finalmente, un talento. Nella serata dei senza talento. La condizione ideale, quando nessuno si aspetta nulla da te, uscire e ta-daa…meraviglia. “Caspita che bravo! Bravissimo! Bis Bis!” Il sogno in cui tutto funziona come dovrebbe, in cui qualcosa che hai, qualcosa di prezioso, riesce a venire fuori, riesce ad essere riconosciuto. Poi arrivano le pacche sulle spalle, le strette di mano, i sorrisi, i complimenti. L’apprezzamento, insomma. Nulla di più banale. Come dicevo, quello, per me, era stato un gran periodo, benchè fosse tutt’altro che esente da imperfezioni. Molte cose non funzionavano e sentivo chiaramente di non avere gli strumenti adatti per farle funzionare. Una condizione in cui mi ero ritrovato spesso, quindi cosa c’era di così diverso? Improvvisamente si era aperto un altro scenario; come se, nella stanza dove ero sempre stato confinato, mi fossi accorto di una porta, un porta che non avevo notato. Una via d’uscita, un’altra stanza, qualcosa che mi poteva portare altrove. Una porta che in realtà io non avevo aperto, ma che qualcuno, dall’altra parte, aveva deciso di aprire. Ed era entrato e mi aveva fatto uscire. Era qualcosa di nuovo, qualcosa che avevo desiderato e non avevo ancora trovato. E invece era lì, come avevo fatto a non accorgermene? Non lo sapevo, ma ora era lì e questa sensazione era assolutamente alcolica, inebriante. Stimolante e creativa. Ma non era sufficiente, perchè non ci ero abituato e tornavo in quella stanza senza curarmi della porta che invece era sempre lì. Mi intestardivo su quello che non andava invece che dedicarmi anima e corpo a quanto di nuovo stavo sperimentando. E mi sono perso dei pezzi. Sì perchè se è vero che alla No Talent Night avrei potuto partecipare solo prendendo alla lettera il titolo, quindi presentandomi come il peggior musicista e/o cantante del mondo, avrei però potuto approfittare di quel piccolo stato di grazia per dedicarmi a qualcosa che invece sapevo fare. Un po’ l’ho fatto, ma poco, molto poco per quelle che erano le possibilità. Quanto è passato da quelle serate? Molto, troppo tempo, e la sensazione è quella del sogno al mattino. Quella in cui ti svegli che stai ancora assaporando la piacevolezza del momento, ma appena apri gli occhi ti rendi conto che non c’è nulla, davvero nulla di quello che toccavi qualche attimo prima. A quel punto ti alzi e ti dirigi verso lo specchio, io mi dirigo verso lo specchio e mi rendo conto che un talento non ce l’ho. Si può vivere senza un talento, uno qualsiasi? Certo che si può, quasi tutti lo fanno. Continuo a ripetermi, che la maggioranza delle persone fa esattamente questa cosa, affronta tutti i giorni senza il minimo talento. In fondo non c’è nulla di male, anzi. E’ molto dignitoso. Allora mi vesto, indosso la mia divisa, la stessa di molti altri ed esco. A volte, solo ogni tanto, mi sembra di sentire nella testa quel giro di basso. Giusto il tempo di uscire dall’ascensore.

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