In viaggio verso la fine del mondo.


Erano tre anni, dal viaggio in Norvegia, che non uscivo dall’Italia.

Quando quest’anno ho dovuto scegliere dove andare, ho pensato prima a Stoccolma, che è da sempre in cima alla lista (così come è sempre rimandata), poi Berlino, poi mi sono ricordato che a me piacciono i fari.

Se ti piacciono i fari credo ci sia solo un posto dove andare.

Così ho iniziato a pianificare il mio viaggio partendo da loro, dalle storie dei fari, dagli appunti e dalle foto salvate per unire i puntini e tracciare un itinerario, rendendomi conto poco alla volta che tutto convergeva verso un unico punto, l’isola di Ouessant, l’ultimo lembo di Francia (così come di Bretagna, così come di Finistère) nell’Oceano Atlantico, a due ore di navigazione dal continente.

Inizia così, con un treno preso a mezzanotte da Parigi (come nei film di spie, ma senza trench, solo un giubbotto impermeabile colore blu), l’arrivo a Brest alle sei di mattina, la pioggia battente e la foto colore del grano di Ondine, sopra quel faro a righe bianche e nere, la mia meta.

Un autobus, l’odore fortissimo dell’oceano appena le porte si aprono, quasi tre ore d’attesa, di cui una e mezza abbondante passata vicino al molo, sulla porta della biglietteria ancora chiusa, come chi arriva troppo in anticipo per un appuntamento aspettato per tanti, troppi anni.

Il mio viaggio per Ouessant è iniziato così.

Quindici rullini in tasca (9 di Fuji Superia 200, 6 di Kodak Ultramax 400), più uno già iniziato dentro la mia Contax, un paio di scarpe da trekking nuove, lo zaino di sempre, le magliette-portafortuna dei festival a cui voglio bene, un blocco note con sopra una balena felice, tutto portato a spalle da un ometto barbuto e sorridente.

Ciao Ouessant, ancora un paio d’ore e arrivo.

Era tempo.