Ep. 1x10 — Homer e l’importanza delle fotografie

Seppure l’episodio in oggetto non parli di fotografia, c’è uno spunto al suo interno molto interessante a riguardo. Bart acquista una macchina fotografica spia (analogica) e coglie il padre in fallo, mentre balla con una spogliarellista. Non è tanto il misfatto che mi ha colpito, né tantomeno la macchinetta spia. Si tratta dello sviluppo della foto, dell’impressione, del vero significato del termine, ovvero “luce che scrive” (foto-grafia). Affascinante:

Ho spesso un ricordo, legato alla mia infanzia, nel quale vedo su di una scrivania l’apparecchio qui di seguito:

fantastica RICOH 500G del 1972

Si tratta della macchina fotografica di mio padre. Un intoccabile gioiello, almeno per lui, che funzionava con un rullino di pellicola, con la quale si tentava di trovare il miglior scatto possibile, anche solo durante una vacanza in famiglia.

un rullino di pellicola fotografica

Quanto era prezioso quel rullino! Non solo perché aveva un costo, ma anche perché tramite il risultato, al ritorno da un viaggio e dopo qualche tempo, avremmo potuto goderci le immagini catturate. E quanta rabbia quando le fotografie venivano mosse. Per non parlare del nervoso che sale al papà quando un bimbo come me, allora molto giovane, staccava il rullino per portarlo dal fotografo, senza pensare a quanto l’esposizione dell’oggetto alla luce l’avrebbe completamente sprecato.

Per quelli nati fino alla mia generazione (e forse anche quella successiva) queste frasi sono piuttosto comuni. Si tratta di cose che succedevano normalmente, proprio come ai giorni d’oggi si prenota qualcosa su di un commercio elettronico e lo si apre pochi giorni dopo. Alcuni di voi che leggeranno questo post però, non percepiranno all’inizio il valore di quanto sto descrivendo. Ma via via che la lettura prosegue, spero che sentirete un minimo di quanto provato io all’epoca.

Provate ora a staccarvi un momento dalla vita di tutti i giorni. Dimenticatevi un attimo del vostro smartphone e della possibilità di fare tutto tramite quel dispositivo. Immaginate di non avere un cellulare e un computer. So che è dura, ma immergetevi in un giorno di, diciamo, dicembre, pronti per partire in vacanza sulla neve con la vostra famiglia. Avete con voi una macchina fotografica analogica, senza flash, perché costa tanto, dotata di un rullino con 24 fotografie disponibili, non una di più anche perché un rullino non è economico per le vostre tasche. E qui il primo concetto. Sono certo che alcuni di voi non si sono mai posti il problema di quante foto si possono fare. Ecco, 24. Sono altrettanto certo che nessuno di voi, con così poca disponibilità, farebbe foto se non ne vale veramente la pena. Perciò, togliete il selfie “stiamo partendo” e la foto “quanta coda in autostrada” e via discorrendo.

Dopo ore, arrivate. Se il panorama, l’orario e lo scenario lo meritano, qui si può fare la prima fotografia, ci sta. Ma non basta aprire un’app e cliccare, no, c’è da caricare il rullino facendo ruotare un particolare perno fino a fine corsa, mettere a fuoco manualmente (sempre se la macchina lo consente, altrimenti siete voi a dovervi spostare dove la macchina performa bene) e poi, finalmente, scattare. Una volta sola, altrimenti perdete una delle foto di cui sopra. Vi sistemate in hotel e vi fate un giro nel paese di montagna, tutto innevato. Non avendo alcun flash, non avrebbe senso fare foto dentro a locali o negozi, poiché non c’è proprio nulla da immortalare. E togliete lo scatto “tutti al bar a bere birra” e lo scatto “mi do al folle shopping”. Questo è il secondo concetto, capire quando uno scatto merita di essere fatto (carpe diem).

Durante tutta la settimana bianca, per sette giorni, avete una media di 3 foto al giorno di disponibilità. E devono venire bene, altrimenti poi non saranno mai utilizzabili. Si incontrano amici, si fanno cadute buffe, si incontrano panorami stupendi, eppure, quelle 24 foto saranno tutte importanti, anche senza avere uno smartphone che ne avrebbe consentite a centinaia. Terzo concetto, quindi. I momenti immortalati sono importanti e, a modo loro, tutti da ricordare.

Chiedetevi ora quanto tempo avete perso a fine vacanza con la vostra macchina analogica. Molto meno rispetto a quanto sareste stati di fronte ad un cellulare wide screen. Quanto tempo avete invece dato sguardi, visto ambienti e vissuto la vacanza? Tanto, e quello rimane veramente impresso. Quarto concetto, la nostra memoria che resta, perché abbiamo vissuto i momenti. Direte voi, “ma come faccio a condividere con i miei amici non presenti?”. Se incontrerete tali amici, vi potrete pure godere una serata insieme vedendo le foto; se parlate al contrario dei vostri “amici” sui social, beh, quello è il motore della popolarità e della necessità di mostrare a tutti quello che facciamo (associata all’esigenza che gli altri hanno nel farsi i cavoli vostri). Per questo tipo di approccio è meglio fare attenzione, ma non voglio parlarne in questo post.

Finiamo il viaggio, tornate a casa. Il vostro fotografo (che è un mestiere più che importante nel nostro esempio) vi ha detto che dovrete aspettare una settimana per avere le vostre foto. Svilupperà il rullino (si usa la camera oscura che abbiamo visto all’inizio) e vi farà avere un album, con una copertina di plastica e con pagine di nylon trasparente atte a contenere le foto sviluppate. Quinto concetto, l’attesa. Il non avere tutto pronto e subito. Aspettare con ansia il risultato, che rende ancora più affascinante tutto il discorso. Per alcuni di voi sarà sicuramente macchinoso e noioso, è comprensibile, ma visto dal lato giusto, questo percorso è veramente romantico.

Non voglio fare alcuna crociata contro le comodità tecnologiche, come già detto più di una volta, ma vorrei soffermarmi sulla bellezza del mondo della fotografia e su quanto abbia perso nel tempo molto del suo valore. Sbagliare non era una cosa così usuale, perché non si voleva sprecare nulla di quanto acquistato. Scattare era quasi una “missione” per ottenere qualcosa di unico e trovare il momento era frutto di attese e tanta pazienza. Mi preme dire che non sono i filtri delle nostre app che fanno di noi piccoli fotografi. Tutti sappiamo fare questo, ma pochi sanno capire l’essenza della fotografia e ancora meno hanno la possibilità di trarne tutti i vantaggi derivanti. Per fortuna la pellicola sta tornando, sia nel cinema, sia nella fotografia e credo che questo mondo meriti un rispetto infinito per quello che è e che ha sempre rappresentato. Ci sono passato per un po’ di tempo, ho studiato le basi ma non mi sono mai spinto oltre perché mi sono accorto che la fotografia merita un amore ed un impegno che non sempre si riescono a dare. E, dal canto mio, se non riesco a fare bene una cosa, preferisco non farla.

Vi lascio con una riflessione. Fateci caso, una volta un grande scatto era senza tempo, ora i nostri selfie e le nostre foto sono senza durata. Dimentichiamo tutto, nella velocità della nostra società. Fa pensare molto. Più dinamismo abbiamo intorno, più staticità abbiamo nelle nostre funzioni.

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