Contro la demonizzazione delle cuffie

Ascoltare musica con le cuffie è una pratica che esiste da tantissimo tempo, l’ascolto della musica con i riproduttori portatili mentre si fa altro, grazie alla cuffie, soprattutto per strada, è un vezzo iniziato con i famosi walkman, riproduttori di musicassette delle dimensioni poco più grandi della cassetta stessa, alimentati a batteria e abbastanza pratici da far sprofondare nelle tasche del giubbotto o di una felpa.
Il fenomeno che si presenta oggi ai nostri occhi però è mutato, con una mutazione che ha dell’incredibile: la fonte della musica è diventata sempre più piccola, quasi microscopica grazie alla miniaturizzazione dei lettori mp3, mentre le cuffie sono diventate sempre più grandi.
Non è raro imbattersi per strada in un giovanotto che indossa delle enormi cuffie colorate, quasi dei paraorecchi invernali che inglobano tutto il padiglione auricolare collegati con un esile cavo ad un qualcosa che sta nelle pieghe delle tasche dei jeans senza nemmeno far spessore o meglio allo smartphone.
Le cuffie che un tempo erano ad uso quasi esclusivo dei melomani da appartemento, costretti ad utilizzare enormi apparati ad alta fedeltà da collegare al proprio impianto audio, per godersi la purezza della musica classica senza disturbare i vicini sono uscite allo scoperto, per strada, ad allietare i giovani padiglioni auricolari con bassi violenti e suoni ritmati.
Ciò che esteticamente può apparire ridicolo, ora invece è di moda, l’auricolare che può essere confuso con quello del telefonino per le chiamate a mani libere, cede il passo al cuffione, soprattutto tra i giovanissimi.
E così per strada sembrano tutti dei DJ senza consolle davanti, senza mani da far scorrere sopra i dischi in vinile, ma soprattutto senza pubblico.
Le cuffie sono diventate quasi parte del loro corpo, quando non sono in funzione, sulla testa, raramente, stanno adagiate sulle spalle, alla base del collo, come fossero un moderno accessorio di abbigliamento e per questo, nel colore, scelte anche in modo da abbinarsi con la felpa o la t-shirt del momento.
Quello che è più interessante però è cosa c’è in mezzo a quelle cuffie ovvero la testa di un uomo e una donna, più frequentemente un adolescente.
Per un genitore attento ai cambiamenti dell’adolescenza e preoccupato per un figlio o una figlia che crescono, il loro rapporto quasi morboso con la musica e in particolare la musica-in-cuffia è inquietante.
Si stanno isolando. Le cuffie li isolano da quello che avviene all’esterno, o più semplicemente li rimbambiscono, li distraggono.
La cuffia è uno dei primi segni che si sta allontanando da me genitore, poi o quasi in contemporanea vengono i silenzi prolungati, la porta chiusa della cameretta…
La cuffia nelle orecchie me lo sta ipnotizzando.
E se ci fosse qualcosa di più? E se quel indossare le cuffie, mettere la musica “a palla”, come piace dire a loro, fosse un modo di crearsi una colonna sonora per la quotidianità? E se quel passeggiare per le vie della città con quella particolare canzone fosse il loro videoclip personale?
Se invece che un isolamento da vedere negativamente fosse l’unico modo per azzerare le contaminazioni esterne e concentrarsi su se stessi?
Per alcuni ragazzi, ma anche adulti, la musica in cuffia, è vero, è una forma di isolamento per non dover affrontare una situazione, una conversazione, per dimostrare menefreghismo per quello che accade intorno.
Senza rischiare di apparire idealista mi piace pensare però che per molti possa essere un modo per concentrarsi su se stessi, per creare un proprio ambiente costruito su misura, non per isolarsi dagli altri, ma per ascoltare qualcosa di armonico stando in un ambiente che li circonda e che normalmente non lo è.
Se i nostri figli si aggirano per casa come degli zombie con le cuffie in testa senza mostrare un minimo di contatto con il mondo esterno non sempre è per una forma di egoismo, potrebbe essere anche il caso che quello che sentono in cuffia, comunichi loro una serenità e una qualità che all’esterno non trovano.
E’ un caso palese di uno strumento tecnico legato alla comunicazione che comunica da solo. Un ragazzo ci comunica la sua voglia di isolarsi da un mondo che non condivide semplicemente indossando le cuffie, che diventano messaggio, poco importa del messaggio che veicolano a loro volta al loro interno, se è musica bella o brutta.
O più semplicemente sono l’unico modo per viaggiare con l’immaginazione senza spostarsi fisicamente e in alcuni casi, a seconda della musica che si ascolta, senza disturbare chi li sta accanto o più semplicemente per sentirsi in compagnia sempre, anche quando non hanno fisicamente qualcuno che parla loro da vicino.
La cuffia ha quindi in sé due facce, quella oscura che parla di isolamento, di fittizio rimedio alla solitudine, ma anche quella di ricerca della propria interiorità, scudo contro i rumori molesti provenienti dall’esterno, quel silenzio musicale che aiuta a ritrovarsi.