Caccia al sisma, il format del terremoto-killer

La terra trema. In Italia non è una novità. Il format del terremoto è tra i meglio sedimentati nel pubblico, i più maturi di noi ne conservano un ricordo in bianco e nero, i giovani lo hanno riadattato allo schermo dello smartphone, ereditandone già in fasce il glossario e i personaggi. Irpinia, Umbria, Aquila, Emilia, Amatrice, cambia la location ma i luoghi restano sempre quelli: i palazzi sventrati con le camere da letto a vista, nudità di calcestruzzo e truciolato esposta assieme ai ninnoli della nonna, l’orologio fermo all’ora del disastro, i centri storici “prima” e “dopo”, i templi della sicurezza, la scuola e l’ospedale, ridotti a gusci, le tendopoli minacciate dal pericolo del freddo o del caldo, a seconda della stagione.

Gli eroi del sisma, con l’elmetto in testa o con la coda, i piccoli angeli del terremoto, le nonne-paladine del sapere antico che salvano col semplice gesto di nascondere sotto il letto, gli sciacalli e i guardiani, i primi a piedi, i secondi a dormire in macchina, per «non lasciare le loro case». E poi i volontari che scavano, cucinano, che raccolgono fondi, allietano i bambini, accudiscono gli animali scampati. Gli esperti, di sismologia, di infrastrutture, di sicurezza, di psicologia dell’emergenza e via così in un affastellarsi continuo di competenze da sciagura tellurica che punteggiano il dispiegarsi del contenitore narrativo attraverso i suoi episodi: il dramma, le prime ore, i salvataggi, la lotta contro il tempo per i dispersi, la macchina del soccorso, l’ora dell’unione senza polemiche, la vita nelle tendopoli, l’atto dovuto delle indagini, la fase del sospetto e l’ombra del malaffare, il momento delle polemiche dovute. E intorno a tutto questo centinaia di giornalisti, che, si lamentano i soccorritori e gli addetti ai lavori, non servono a niente, nemmeno danno informazioni, costringono gli operatori con la ruspa a zigzagargli intorno mentre c’è da «mettere in sicurezza» il «territorio martoriato».

E invece servono i cronisti, perché senza di loro il format, semplicemente, non sarebbe. Non perché siano chiamati a raccontarlo, qualunque testimone armato di un telefonino può svolgere (e lo ha fatto fin dalle prime ore) la loro funzione, ma perché fanno ormai parte del paesaggio narrativo. Quando Amatrice crolla in piena notte, nell’estate dei turni stiracchiati e delle sostituzioni al volo, gli inviati speciali latitano, arrancano, arrivano tardi, in rincorsa. E finché loro non sono presenti a fare le domande per le quali li insultiamo con gli occhi incollati al Tg — «signora, cosa si prova a perdere tutto?», «quanto era piccolissima sua nipote che è morta?», «aveva ristrutturato proprio l’anno scorso eh!», «ha paura la notte con le scosse?» — il sisma c’è, si vede, ma è come una radiocronaca senza immagini e suoni, una sofisticheria da social network. Poi finalmente gli attanti del media-sisma si riversano in massa tra il Lazio e le Marche, nel «cuore del sisma» e tutto torna in asse.

Il terremoto ritrova la lingua della cronaca e noi possiamo finalmente abbandonarci al suo flusso: vogliamo sentire la polvere sulla pelle, stare dentro alla tragedia, versare fiumi di lacrime, maledire il cielo, toccare il sangue caldo di chi ce l’ha fatta nonostante tutto e la pelle fredda di chi non c’è più. Poi, quando i giorni passano e il sangue si secca, stufi di piangere vogliamo sentire il rumore di teste che cadono, come i solai rialzati sotto i tetti ristrutturati in cemento armato. L’Italia è un paese dissestato, a rischio crollo con o senza terremoto, lo sappiamo e l’idea non ci fa dormire la notte. Dovremmo ripensare al nostro modo di edificare le case e i palazzi, progettare infrastrutture e luoghi pubblici, di vivere in poche parole. Uno strappo che chiediamo a gran voce a caldo, alla famosa classe dirigente, ma in fondo rigettiamo. A esorcizzarlo e allontanarlo serve anche il format del terremoto che succhia lo schema alla nera e si mette a caccia dei cattivi della costruzione, della ristrutturazione e della ricostruzione, che devono avere allo stesso tempo la portata impalpabile dell’organizzazione globale (la mafia, l’immobiliarismo camorristico) e la tridimensionalità glocal del faccendiere municipale, del sindaco ammanicato. Che di certo hanno avuto un ruolo nei «disastri annunciati» di ieri e di oggi e continueranno ad averlo anche in quelli di domani, ma più di ogni cosa servono a tirare avanti ancora per qualche settimana la carretta di questo format prorompente e faticoso da gestire, che della sua ostinazione al finale della narrazione fa vanto e bandiera con lo slogan «non lasciamoli soli».

Ma per godere dell’aura luminosa del format sismiche le vittime pagano un caro prezzo, quello di essere vittime per sempre, come i volti delle storie di nera più seguite. Ad amatrice abbiamo visto addirittura i terremotati dell’Aquila chiamati a fare i commentatori a comando, come gli ex dei reality nei programmi che li hanno scavalcati o i parenti nella tv del dolore e dell’ammazzamento. Il segno che il format ha compiuto il suo ultimo salto, liberandosi dell’ancoraggio geografico. «Lo sciame sismico continua e potrebbe durare mesi, se non anni» gongolano gli inviati, «si sposta verso la Liguria, e chissà dove potrà arrivare» ammoniscono. E così il terremoto diventa un serial killer in fuga, che ci insegue e che tentiamo di braccare. Non si può prevedere dove colpirà perciò siamo potenziali vittime in ogni angolo di questo paese «per il sessanta per cento a rischio sismico». Il terremoto è ovunque, il terremoto è un delitto per sempre.


Originally published at www.mondogiallo.it on March 3, 2016.

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