
Loredana (Sgombero economy)
Le mamme volano oltre il muro. I bimbi, tenuti stretti al cuore, lasciano il posto a pentole, vestiti e frammenti domestici, in accozzaglia sui passeggini. Issati a braccia, col loro carico più prezioso, e passati delicatamente oltre il colmo e i cocci di bottiglia, sparpagliati per impedire di scavalcare.
Le mamme saltano oltre il muro, capelli al vento e neanche un fiato. Un ritmico “oplà” plastico, che lascia immaginare un immenso tappeto da rimbalzo, posizionato tatticamente dietro la parete di mattoni. E invece è tutto frutto del lavorio muscolare che va sotto il nome di disperazione.
Le mamme passano dall’altra parte, mille farfalle colorate, atterrano cozzando le ginocchia, i polsi, bene attente a tenere in alto i figli. Planano con tonfi a volte sordi e a volte secchi, senza lasciarsi sfuggire un lamento.
Meglio non svegliare il cane, che stamattina ha scoperto di voler fare la guardia e si è presentato all’uscio. E ora se ne sta lì a leccarsi le palle, una macchia blu spaparanzata sotto il vicino cavalcavia, con le orecchie ben dritte a captare qualsiasi segnale di fuga. Un cane da mille occhi sferici, calotte di plastica che sarebbero già arroventate, se ci fosse il sole. Ma oggi il cielo è chiuso su di noi, tempo da sgombero coatto, se mai ne è esistito uno. E allora il cane, che è mille cani tenuti assieme da un filo di scudi di plexiglass, si appisola e si sveglia, grattandosi il naso con le unghie dall’anima rinforzata.
Ho visto il cane per prima cosa, stamattina, sfrecciando in bicicletta. Ho inchiodato, incerta sul da farsi, circa un isolato prima del campo. Credevo che avremmo avuto più tempo e invece eccolo là, pronto a lanciarsi sulle nostre chiappe. Così ho pensato. Mi sbagliavo. Il cane è venuto sì, ma vuole starsene ben nascosto. L’uomo che lo tiene alla catena, che è ancora più nascosto, al sicuro, in Campidoglio, ha stabilito che non ci sono le condizioni atmosferiche per una carica violenta. Oggi non tira un alito di vento e fa quasi caldo, anche se è autunno, tempo da sgombero concordato, che non si è mai sentito prima, eppure, giura l’uomo dal guinzaglio tricolore, d’ora in poi sarà tendenza. La regola del questore-amico. Provare per credere.
A quel punto, visto che non accadeva un bel niente, mi sono stancata di fissare il cane e sono corsa al buco. Nessuno sa chi sia stato a inaugurare il buco. Magari se ne sta lì dai tempi in cui la fabbrica sputava cellulosa e veleni per garantire l’autarchia, effetto collaterale del bombardamento americano. Oppure è figlio di un’azione erosiva del tempo, un precipitare inesorabile di mattoncini, fino ad aprire l’attuale varco, che permette il passaggio di un adulto per volta, a patto che abbia un compare in grado di fargli da scalino umano.
Al buco, stamattina, non si muove foglia. Presidiato, come il resto del perimetro. Con discreta eleganza, inesorabilmente. Così nessuno dei nostri sta lì e tutti gravitano intorno al cancello sbarrato. Strano, mi dico, se volessimo entrare potremmo tagliare per il parco. E invece facciamo finta di essere chiusi fuori, assieme a un paio di volenterosi consiglieri comunali.
Intanto le mamme continuano a volare e — diocristo ! — è un miracolo che nessuno si sia fatto male. Male per davvero. «Passate per il parco!», sto per gridare, poi capisco. Temono di essere bloccate dentro ai giardinetti — e con loro i figli, i fratelli e i mariti — e di sicuro hanno ragione. Sarà un pullulare di casuali passanti, di passeggiatori di cani senza cane, là dentro.
Non dovrebbero andare così le cose. Loro chiusi dentro, noi, si fa per dire, isolati oltre il muro. O si va dentro anche noi e si esce tutti insieme oppure… Oppure un cazzo, non ci sono alternative! Il piano B, la fuga solitaria e folle delle mamme volanti, non porterà a niente di buono. Dove andranno, da qui a due ore, e come faranno a sfuggire ai cani nascosti dietro i cani, già belli e pronti con i retini in mano, a caccia di farfalle?
Si va dentro anche noi e s’impedisce la calata dei cani, ecco l’unico piano possibile. Resistere e rispedire al mittente l’invito per un giro di ruspa. Mi sento meglio, ora che il piano è nitido nella mia testa e chi se ne fotte se nell’assemblea di ieri è stato deciso altrimenti. Avevamo pure deciso di convincerli a occupare uno stabile abbandonato un chilometro più a est e non se ne è fatto niente. Mica ci siamo intestarditi nell’idea!
Certo fa riflettere: sei mesi a lavorare per evitare questa situazione. Riunioni, visite di cortesia, grigliate domenicali per spiegare che il cerchio si stava stringendo intorno al campo e che bisognava unire le forze e trovare una casa per tutti: rom, rumeni e ibridi occupanti delle baracche, trecento persone stabilmente accampate nel cuore della città, dietro al muro di un ex opificio. Lontano dalla vista, non dai pensieri dei comitati per la “pulizia” del quartiere, foraggiati con puntualità e fomentati da solerti cittadini-amministratori di estrema destra. E ora al centro delle preoccupazioni della maggioranza, decisa a spacciare per operazione umanitaria una deportazione.
Sognavamo di portare tutti via da quell’intrico di monnezza e liquami, di far trovare un simpatico biglietto al comitato di sgombero: «siamo venuti già sgomberati, l’abbiamo chiamata occupazione. #CIAONE». Il messaggio, forte e chiaro, è arrivato a noi.
Non si sono fidati, hanno avuto paura, non so. Abbiamo fallito. E ora eccoci qua, testimoni silenti di questo rapimento di massa. Faremo il possibile per garantire un po’ di umanità, ma non ci prendiamo in giro. Comunque vada sarà un macello. E allora resistiamo — mannaggiallamadonna — verranno compagni da tutta la città. Tra un’ora saremo mille e forse la spunteremo. Guadagneremo altro tempo, cercheremo una soluzione diversa.
No. I compagni non vengono. C’è stato un concitato scambio telefonico: o si va a occupare uno stabile o non verrà nessuno.
Mi sale una rabbia disperata, perché so che gli abitanti del campo non vogliono occupare, chiedono una casa e hanno ragione. Tutto ciò che avranno è un lager attrezzato fuori dal raccordo, un’accozzaglia di roulotte e container dove saranno censiti e schedati. Il sindaco ha già pronto un comunicato, per vantare la svolta umanitaria della città, che usa la ruspa e la carota, ti porta via l’unica casa che hai senza preavviso, offre una sistemazione da fare invidia ai terremotati dell’Irpinia. Parlerà dei costi per l’amministrazione, appunterà sul petto dei bravi romani il premio morale di cotanta accoglienza. Neanche una parola sul guadagno pro-capite di chi ha messo insieme i campi “regolari” in fretta e furia, e già sogna di espandere l’esperimento a ogni baraccopoli cittadina.
Quindi stiamo qua, a prestare la faccia a una porcata assurda, schiacciati dal dilemma. Se non facciamo niente li porteranno via tutti. Se forziamo la mano tentando di occupare un altro posto gli uomini e le donne del campo non ci seguiranno, ci saranno scontri e noi non saremo abbastanza per difenderli. I piccoli e i ragazzi, soprattutto. Le ragazzine con gli occhi vuoti, che la notte vengono stuprate quando si avventurano fuori dalle baracche per fare pipì. Poi partoriscono con la faccia da bambine e adesso volano come sull’altalena oltre il muro del campo. Che è anche un tipo particolare di inferno in terra che non avrei mai voluto conoscere.
Sarà peggio nel campo allestito dal sindaco? Qualcuno proteggerà le ragazze dalla violenza e i bambini potranno tornare a scuola? Perché la loro scuola è qui, dove i volontari li accompagnano ogni giorno, non al codice di avviamento postale in culonia, in mezzo a perfetti sconosciuti.
Gli autobus sono già pronti. Scalpitano, sotto la custodia dei cani. Gli autisti con la mascherina bianca al collo, «vai a vedere che per fare il trasloco a questi zingari se pijamo pure na malattia brutta!».
Lo stallo sta per risolversi: se andrà tutto male sarà colpa nostra. Se ogni cosa filerà liscia, avremo benedetto lo sgombero tanto caruccio del sindaco del partito un tempo conosciuto come di sinistra.
Fanno bene i compagni a non venire, non verrei nemmeno io, al loro posto, a infilarmi in questo casino. Meglio non vedere quello che sta succedendo, fare finta di niente e concentrarsi su altre battaglie da combattere.
Non è venuto nemmeno quello con cui divido il letto. Gli ho posato una mano sulla spalla alle quattro meno un quarto di questa mattina di merda. «Non me la sento», mi ha risposto continuando a far finta di dormire.
Nemmeno io sento molte cose. Per esempio la disposizione originaria degli organi interni. Tengo la bocca serrata, altrimenti l’intestino salterà fuori come un alien. Massaggio il petto, mi pare che il cuore rimbombi in anfratto tra le scapole. «Non mettermi in mezzo — dice — io all’assemblea mi sono espresso per la resistenza a oltranza, batti un colpo quando sarà tutto finito».
Hanno ragione i compagni a non venire, ora che siamo qui, davanti al cancello sbarrato dal custode, la ridicolaggine di questa situazione è crudele, ci deride senza pietà.
«Apra, nel nome del sindaco!» tuona l’uomo in divisa.
«Non apro, sono il custode e non apro a nessuno» risponde l’omino, che in tanti anni di via via tra il campo e il centro sociale non ho mai incontrato.
«Apra o sfondiamo il cancello!»
«Non potete, è proprietà privata, guardate che chiamo le guardie»
«La smetta, c’è un ordine del questore, apra il cancello, per Dio, siamo noi le guardie!»
«Io apro solo se me lo dice il Vladi. Altrimenti non se ne fa niente!».
Il Vladi si avvicina al cancello, non distinguo le parole, riconosco il tono da nonno accondiscendente che mi è sempre stato sul cazzo. Stavolta un po’ meno, perché è difficile non scivolare nel riso isterico, prendersi, al solito, maledettamente sul serio.
Vladi è un “vecchio compagno”, ha passato gran parte della sua vita da libero a spalancare cancelli chiusi. L’uomo che sussurrava ai lucchetti si trova per la prima volta dall’altra parte.
Il cancello si apre e in un attimo succede. Gente spuntata da non si sa dove, senza divisa, gira per le baracche: tira giù dai giacigli, intima di uscire. Molti non parlano italiano, non capiscono. «Potevate almeno portare un cazzo d’interprete, no?» sbotto in faccia all’assessora bionda. Errore mio, non bisogna dare suggerimenti al nemico. La tipa pesca nel mucchio un bimbetto che a suo dire ha le competenze necessarie per diventare il più giovane mediatore culturale della storia. Ha quattro anni, dovrebbe essere a nanna. Se ne va in giro a spiegare a donne piangenti e uomini stralunati che le ruspe tra due ore tireranno giù tutto. Consola, redarguisce, offre indicazioni. Vorrei rapirlo, strapparlo dalla bionda in tailleur che non gli molla il polso, stai a vedere che il piccolo ingrato rifiuta la promozione e se ne scappa sul più bello.
Il cancello è di nuovo chiuso, il buco rattoppato, le farfalle non volano più. In fila indiana montano sugli autobus, con le mani ingombre di buste. Una mi fa segno: «Le mie cose, portami le foto di mio marito, ti prego, lassù, al primo, nella stanza destra». Faccio «si» con la testa. Una promessa degna di un film bellico, fatta a una ragazza di cui non so nemmeno il nome. I bus partono, le persone sono tantissime, immagino settimane di transumanze e invece in centottanta minuti sono scomparse. Il piccolo interprete, l’assessora, gli uomini della questura, gli altri compagni, saliti a bordo per garantire che la gente vada davvero dove deve andare e ci arrivi sana e salva.
Sono sola, anzi no, c’è Miriam. Le racconto della promessa, insieme ci arrampichiamo nello stabile fatiscente che si erge appena dietro al muro. Non ci sono mai entrata. Dal tram si vedono le finestre fracassate, pare senza vita. Quando varco la soglia non riesco a crederci: tra le pareti portanti, con cartone e lamiere, sono state ricavate mille piccole case che sembrano uscite dall’allucinazione di un militante schizoide. Uno shock al rosso che mi strappa urletti garruli. Sono riccioli d’oro e saltello in una dimora sconosciuta toccando ogni cosa piena di meraviglia: «Guarda, una tenda fatta con le bandiere del sindacato, e anche un lenzuolo, una tovaglia, un separé, una federa di cuscino, un tappetino, un asciugamano…». Mi sale in testa un pensiero assurdo, che finalmente risponde la domanda: a che serve essere comunisti? Ecco il risvolto pratico che mi era sempre sfuggito. Lo hanno trovato gli uomini e le donne del campo, di ritorno dai tanti cortei nei quali li abbiamo trascinati con pile di bandiere da riciclare nell’interior design.
Mi avvicino alla finestra, osservo il traffico scorrere, le macchine piccole da quella prospettiva inedita. Miriam mi risveglia. «Saranno queste le foto?» dice sventolando un paio di scatti sbiaditi, incorniciati sopra una cassetta della frutta usata come comodino.
Può darsi che lo siano. Chissà quante altre ragazze hanno lasciato effetti ed affetti che non rivedranno mai più.
Iniziamo a caso, pian pianino, baracca per baracca. Preleviamo foto, vestiti, scarpe, ricordi. Come ladre c’intrufoliamo nelle vite degli altri, l’istinto a guidare la mano, che diventa più lesta a ogni colpo. Riempiamo un furgone di oggetti senza destinatario. Come riusciranno a dividerli, chi si occuperà di smistare e vagliare ogni cosa? Non lo so, mi fa pure senso l’idea di fare l’inventario. Tornano fuori a raffica le immagini dei cataloghi dei campi di concentramento visti alla tv, sento che sto per vomitare. «In qualche modo faremo» rassicuro Miriam, poi lo sguardo mi cade su una bici da bambino. Rovesciata a terra, le ruote che girano nel vento. «Al nuovo campo non hanno mezzi di trasporto, saranno prigionieri» argomento a favore di Miriam, per chiarire le idee a me stessa. «qui ci sono tante biciclette…»
Riparte la corsa su e giù tra le baracche, due compagni ci guardano male, poi si convincono o forse si arrendono al peso del dover fare qualcosa che non sia piangere o bestemmiare. Tiriamo giù biciclette da ogni angolo: storte, ammuffite, arruzzate, con pezzi di legno al posto del sellino. Però andavano uguale, andranno uguale, non siamo noi i mastri della ciclofficina, i cavalieri dei cancelli su ruote?
L’ultima è la mia preferita: una graziella con ruota ventisei, ancora colorata di rosa. Mentre la sistemo sul pulmino di Giulio mi scivola dalle mani. Il cavalletto schizza via, perdendosi nell’erba. Impreco, sento le lacrime salire di nuovo. «Loredà, tranquilla» mi fa Giulio, «tanto il cavalletto è minimalista».
Dopo ore di furti con destrezza sono coperta di fango. Al bar la signora Betta fissa me e Miriam con aria preoccupata, siamo inguardabili ed emaniamo un tanfo nauseabondo. Porto la puzza e il disagio fuori dalla porta, sbocconcellando un tramezzino. Per arrivare a quel punto ci sono volute nove ore. Non penso a nulla e non guardo niente in particolare. Miriam si accascia al tavolino accanto: «Oh, ma non è tuo nonno, laggiù, col cane?».
Mi avvicino alla fermata strabuzzando gli occhi. Magari Miriam si è sbagliata e io sono troppo miope per giudicare. Da nonna Tresa si pranza alle dodici cascasse il mondo, cosa ci fanno lui e Lucky a spasso a quell’ora?
Sto per raggiungerli, quando all’improvviso attraversano. Una macchina quasi li centra e io strillo, ma nessuno mi caga, tantomeno nonno.
Procede spedito, sta praticamente correndo. Mi rendo conto che gli farei una paura del diavolo urlandogli dietro conciata come sono. Rallento, lascio che vada un po’ avanti. Lucky mi vede all’altezza del portone, inizia a guaire. Potrei entrare, carezzare il cane e il mio vecchio matto, sedermi a tavola a raccontare dello sgombero a nonna che grida quanto sono zozza, insulta le guardie e mi riempie il piatto. L’immagine mi riscalda, vorrei tuffarmici e non posso. Non sono in grado di parlare di oggi, a nessuno. Mi sento come quando da piccola provavo a chiedere a mamma di mia sorella morta, Lorenza, e le domande mi si seccavano in gola. Penso che non l’ho mai conosciuta, aveva otto anni quando è sparita, io non ero neanche nata. Non mi hanno mai detto come, nemmeno se è davvero morta o sta da qualche parte nel mondo, come dice nonna sottovoce se nessuno la sente. Evaporata come il mio piccolo interprete.
Batto le palpebre, nonno sparisce nell’androne con il cane in braccio.
Le macchine sfrecciano sulla Prenestina, io caracollo in bicicletta. Il muro scorre alla mia destra, finché il palazzone non si erge alle sue spalle.
Le finestre sono ancora rotte e dentro non pare esserci vita.
Le bandiere rosse attendono topi e polvere, cani alla loro tavola.