Pozzi#2 (Non si sevizia un paperino)

Possiamo vedere un atteggiamento generalizzato di caccia alle streghe che si è creato sia a Bitonto, sia in uno spazio più vasto.

L’indice accusatore della cosiddetta “opinione pubblica” si è alzato simultaneamente su tre personaggi:

il primo è un epilettico, soggetto a crisi ricorrenti (si dice che uccida in questi momenti di furore), alcolizzato anche;

il secondo è questa singolare figura della vecchia nonna, della matriarca dalle fattezze pesanti, dure, deformi;

il terzo personaggio è un ragazzo subnormale, che si dice sevizi gli animali, con grande raccapriccio, tardivo, di tutto il paese.

Ora sono i tre personaggi, tipici, della caccia alle streghe, i tre personaggi che nel Seicento erano bruciati perché posseduti dal demonio. L’epilettico è la figura tipica del rogo seicentesco. La vecchia strega deforme, abbiamo pure quella. Abbiamo pure un giovane che fa questi “sacrifici di sangue” per il demonio.

(Giandomenico Amendola, Az — Un fatto, un perché, Rai Uno, 16 giugno 1972)

L’inviato del tg si staglia eroico sullo sfondo del ponte autostradale. Indica con la mano le zampe mastodontiche della struttura, nello zoom dell’operatore offre contrito il disvelamento di un segreto di cui lui e i milioni di spettatori a casa sono gli unici custodi.

«Secondo una fonte che preferisce rimanere anonima, in questo tratto della Roma — L’Aquila, i piloni sarebbero pieni d’acqua. Da anni…»

L’occhio meccanico indugia sugli scheletri d’acciaio che riemergono dal cemento avvizziti e rosicchiati dal tempo, le ipostasi rossastre denunciano la morte sopraggiunta e non dichiarata dell’ennesimo capolavoro architettonico destinato a durare per sempre.

«Le piogge disastrose delle ultime settimane hanno reso ancora più urgente la chiusura precauzionale del viadotto di Pietrasecca». L’inviato scompare sulle immagini del crollo del ponte Morandi di Genova e di più anonimi viadotti collassati nei mesi precedenti. «Urge verificare l’entità dei danni causati da annali infiltrazioni d’acqua» spiega l’esperto interpellato per una perizia tecnica a uso televisivo, «nonché dagli eventi sismici del 2009 e del 2016, che hanno messo a dura prova l’intero complesso». Il mezzobusto riemerge grave per la domanda finale: «I cittadini che percorrono questa strada ogni giorno hanno ragione a temere per la loro vita?»

Smorzo il piccolo schermo. La questione non mi appassiona granché. La paura di oggi mi sembra il risvolto comico dell’entusiasmo con cui anni prima è stato accolto il miracolo del cemento. La promessa di un futuro gratis che viene a reclamare il dovuto credito.

Gli uomini sperano di vivere abbastanza a lungo da chiudere gli occhi appena un attimo prima del saldo finale. Per chi ha attraversato l’equivalente di cento vite (e cento morti) il deficit ha smesso di essere un problema.

Ricordo quando i ragni bianchi ripieni di ferro sono venuti su nel ventre delle valli squarciate. Lo scintillio delle auto sotto al sole. Il paese giovane come solo i decrepiti possono essere, come io sono a guardarmi da fuori. A tradirmi è la più senile delle passioni, la nostalgia.

Vecchie foto, storie ingiallite, cinematografie consumate in sale fumose. Persino un ponte malandato di cui conservo déjà-vu di celluloide.

Nella visione è ancora nuovo, smagliante. Riluce adagiato in tutta la sua lunghezza tra Pietrasecca e Roma, schiaffo futurista al mare d’erba che è costretto a cedergli l’inquadratura, fotogramma dopo fotogramma. Solo due macchine, minuscole a vedersi, l’attraversano in direzioni opposte. Esposto, nudo, si fa emblema di una modernità in attesa di utilizzo, figlia dei finanziamenti a pioggia e della questione meridionale. Così è il sud, sembra dire il regista, quel ponte immenso tra un passato che nessuno vuole e un domani senza faccia. Si costruiscono strade veloci per raggiungerlo o vie di fuga per poterlo dimenticare?

L’interrogativo aleggia ancora sul brusco cambio della colonna sonora. Un canto dialettale incomprensibile lascia il posto a un crescendo ansiogeno, esclusivamente strumentale.

Mani scavano nella terra, artigliano erba e zolle, frenetiche. Appartengono a una donna, voragini marroni per iridi, lunghi capelli scuri scarmigliati. Bellissima, pure mentre il suo volto magro si contrare in ringhio e il sangue cosparge le dita nello sforzo di portare alla luce un macabro tesoro. Ossa, umane, infantili. Le solleva attenta a sorreggere il teschio, con i neonati è il solo modo giusto. Per un attimo resta in piedi, oscena madonna con bambinello, il viadotto a incorniciare entrambi in un presepe al contrario. All’ombra del ponte di cemento c’è un Gesù morto. Sua madre è una strega, la maciara di Accendura. Le streghe, ci hanno insegnato, non esistono. Pazienza, anche Accendura è un’illusione.

L’ha inventata Lucio Fulci per ambientarvi il suo film prediletto, di sicuro lo spaghetti thriller favorito da me, vecchio cinefilo d’accatto. Una creatura della notte che mastica horror di seconda categoria suona scontata, personaggio inutilmente parodico. Che posso dire, il realismo mi mette tristezza, preferisco la fiction alla cronaca. E in questa storia che mi vede spettatore e oscuro testimone esse si stringono, senza lasciarmi scampo.

Ricordo il ponte fiammante che fa da paesaggio antropico del film e la tappezzeria della sala di Bari dove sono sprofondato per vederlo la prima volta, nell’autunno del 1972.

«Non si sevizia un paperino» ha grugnito un ragazzotto, avvinghiandosi a una biondina a disagio tra le sue troppe mani e la poltrona unta, «ce rimmat’[1]!».

Il titolo, invece, è geniale. E lo sarebbe stato di più senza lo zampino della Disney. Nell’intenzione del regista la pellicola sarebbe dovuta arrivare in tabellone con la maiuscola e privata dell’articolo indeterminativo. In inglese un icastico Don’t Torture Donald Duck. Alla maison del topo dalle orecchie paraboliche si sono fatti venire un infarto. Dopo uno stretto giro di abboccamenti legali si è arrivati a un anonimo duckling per il mercato anglosassone e internazionale. Nessuno, però, ha potuto impedire a Fulci di far comparire sulla scena di uno dei terribili crimini del film un pupazzo tutto piume e abito da marinaretto. Decollato, per giunta. A casa conservo un esemplare uguale, comprato a un grande emporio sulla spiaggia. Mi piace accarezzarne le fattezze gommose. Il suo sguardo stolido è lo specchio del mio. Il doppio di un doppio.

Ho avuto molti nomi, il primo è stato Esselio. Ancora oggi qualcuno mi chiama ad alta voce, nelle campagne tra Andria e Bitonto, con quello che il popolino ha dato alla mia stirpe: «Lupomino!». Succede di rado e ancor meno di notte, quando faccio paura davvero.

C’è stato un tempo in cui ho vagato tra la gente dimenticata, Sesè il mago, il cartomante, il guitto. Sesè dei truscianti, invisibile guardone di esistenze marginali. Alcune finite, troppo presto, nell’acqua torbida di un pozzo.

Avete mai provato a specchiarvi in un pozzo? L’oscuro scrutare nello specchio liquido rimanda un’immagine confusa. Le vecchie dicono sia la forma di un mondo spirituale che deve essere celato agli uomini. Se potessero fissarlo in ogni suo orrido dettaglio sarebbero perduti, impazzirebbero. Vedrebbero streghe, diavoli. Magari uomini lupo, altri mostruosi Esselio. Eppure quella realtà altra li attrae, passano anni a inseguirla nel luccichio degli schermi. Dove possono guardarla e, prima di perdersi, rinnegarla tre volte.

Favole, storie, solo film di paura.

Non si sevizia un paperino è semplicemente un film. Un film di genere, cioè spazzatura, per alcuni, un capolavoro, per altri. Leggenda vuole sia ispirato alla triste storia di cinque bimbi annegati nei pozzi di Bitonto.

L’ultimo si chiamava, per la seconda volta, Giuseppe.

Ho visto l’ombra eterna calare su di lui attraverso una porta mal chiusa, per mano di un essere sfuggito agli sguardi di tutti. Non era una strega; non ne esistono a Bitonto o ad Accendura.

Tantomeno un lupomino, perché sono l’ultimo della mia razza.

Era una creatura umana. Se chiudo gli occhi rivedo la sua storia.

Confusamente, come un film.

Titoli di coda

Sebbene il servizio giornalistico che lo introduce sia frutto di fantasia, il viadotto di Pietrasecca è davvero oggetto di forte preoccupazione, specie dopo il crollo del Morandi. Come fa notare Piercesare Stagni nel pezzo “Il divorzio. Il film in cui Gassman ‘profetizzava’ l’insicurezza dei viadotti abruzzesi”[ http://www.virtuquotidiane.it/cultura/il-divorzio-il-film-in-cui-gassman-profetizzava-linsicurezza-dei-viadotti-abruzzesi.html] i dubbi sulla sua stabilità strutturale non sono roba di ieri. E nemmeno di ieri l’altro. Senza dubbio fotogenico, il viadotto è comparso, oltre che nel film di Romolo Guerrieri e in quello di Fulci, in Romanzo popolare di Monicelli e I corpi presentano tracce di violenza carnale di Sergio Martino.

Le riprese di Non si sevizia un paperino sono state effettuate tra Puglia, Abruzzo e Basilicata: nella foresta Umbra, a Monte Sant’Angelo, nella Valle Carbonara, a Pietrasecca, a Matera e nel paesino di Accettura, sul cui nome è ricalcato quello del paese che fa da location alla storia.

Sul legame tra i cinque bambini morti a Bitonto e il soggetto del film scritto da Lucio Fulci e Roberto Gianviti si consiglia la lettura di Paolo Albiero e Giacomo Cacciatore, ne Il terrorista dei generi. Tutto il cinema di Lucio Fulci, Roma, Un mondo a parte, 2004.

[1] Che porcheria!

#Pozzi è una web serie ibrida, nell’etere ogni maledetto venerdì. Una posata archivista ha domandato all’autrice: “Perché scrive di bambini morti, di cose orribili, che problemi ha?”. In questo link un tentativo di risposta.

Qui, invece, il primo episodio Pozzi#1 (Il Diavolo a Bitonto)

Selene Pascarella, la succitata autrice con molti problemi, è nata a Taranto ma vive tra le nebbie della Tuscia. Giornalista e criminologa ha pubblicato per Alegre nel 2016 Tabloid Inferno. Confessioni di una cronista di nera e scritto come indipendente Guido quando voglio. Manifesto di una patentata non praticante nel luglio 2018.