Renzo (Home Sweet Rome)

Caro diario, se mi scoprono è finita. Non ci sarà una seconda occasione. Se il cane abbaia ora posso pure calarmi le braghe e consegnarmi. Che uomo mi sono ridotto a essere, appeso all’alito puzzolente di ottanta centimetri di pelacchiame pseudobritannico? La domanda non è peregrina. Tutto è cominciato un imprecisato numero di mattine fa alla fermata del 19.

Io e il cane. Il cane e io. In piedi sotto il cartellone, dondolando appena in balia di scrosci infiniti di pioggia.

Sapevamo di essere usciti alle sette, come al solito, per girare intorno all’isolato a seminare cacchine e spruzzi di piscio in mezzo alle macchine. Cioè, lo sapevo io e forse anche la bestiola, che mi sembrava poco pimpante per la prima passeggiatina diurna. Sarà che entrambi eravamo bagnati o che il mio orologio si ostinava a segnare l’una meno un quarto. Sarà che mentre il tram mi sbatteva in faccia le porte avevo percepito l’eco di un susseguirsi di partenze avvenute così da presso da toccare gli scalini, ma fermandomi sempre a un passo dall’inforcare l’entrata.

Se non eravamo montati sul mezzo, dove eravamo stati? Possibile che io avessi trascinato il mio amico peloso in un improvvisato giro turistico e mi fossi addormentato a bordo, sognando di restare come un fesso sulla pensilina? Cercavo di calcolare quanto avrei impiegato per raggiungere il capolinea e poi tornare indietro e le guance avvampavano. “Allora è vero quello che dice Tresa — chiedevo a me stesso — mi sono rincoglionito del tutto?”.

Non eravamo ancora a quel punto, nossignore. Un malore forse? Un capogiro? Improbabile, persino nella città cattiva e distratta che era diventata Roma qualcuno avrebbe chiamato un’ambulanza. E poi ero in piedi. Nemmeno un graffio sulle mani. Il viso cisposo, al tatto, ma senza traccia di sangue o bernoccoli. Quasi sei ore, dannazione, e nessuna idea su come le avessimo impiegate. Io e il cane, il cane e io, mentre la pioggia lasciava il posto a un vento freddo, che appiccicava i vestiti al corpo e arruffava il pelo zuppo ai lati del muso.

Avevo riattaccato il guinzaglio al collarino (che tenevo, sempre allacciato, normalmente) e riattraversato la Prenestina in direzione di casa. Il cane mi aveva seguito senza porre obiezioni, né domande, come se un’uscita di quella lunghezza facesse parte della nostra routine. Si era fermato solo davanti al portone. Seduto, rigido, culo e coda a terra, emettendo guaiti striduli intermittenti. Avevo freddo, mi sentivo a disagio e provavo un disperato desiderio di nascondermi allo sguardo dei passanti (quanta gente mi aveva visto come un povero vecchio ebete a quella fermata?). Lo avevo strattonato, lui si era impuntato sulle zampe davanti. Le mie braccia non erano più quelle di una volta, certo, ma era solo uno Yorkshire dal pedigree dubbio e in là con gli anni.

Avevo sollevato di scatto il guinzaglio, cogliendolo completamente di sorpresa. Sollevato in aria era planato sul mio petto, un esercizio circense che non saremmo riusciti a ripetere neanche volendo. Non aveva smesso di piagnucolare. Era la prima volta che accadeva. E nessuno lo sapeva meglio di me. Eravamo sempre insieme. Io e il cane, il cane e io. Cosa diavolo aveva, dunque? Anche lui era invecchiato tutto d’un botto, tanto da non riconoscere il corridoio del palazzo dove aveva vissuto fin dalla nascita?

Avevo uno lanciato uno sguardo di ricognizione al tunnel di marmo, che si estendeva per due numeri civici fino all’ascensore, senza notare nulla di strano. Eppure il cane tremava, percepivo le goccioline schizzarmi sul bavero della giacca e sul viso. Camminavamo stretti l’uno all’altro, ognuno di noi a controllare una delle due pareti, come due vecchi veterani di un poliziesco americano. Uno, due, passo, sguardo. Uno, due, passo, sguardo. E così fino all’ascensore, che andava cambiato da almeno vent’anni, ma restava lo stesso cabinato malmesso. Atterrava al piano terra con un rimbalzo e due volte su tre si rifiutava di partire perché una delle porte manuali era rimasta socchiusa. Il consueto botto d’atterraggio ci aveva fatto sobbalzare e per poco i tre energumeni usciti dal vano dell’elevatore non ci avevano buttati per terra. Avevo balbettato ugualmente un saluto. Abitavo in quello stabile da quando oltre largo Preneste si stendevano solo prati e baracche, conoscevo ogni residente del civico 29 e gran parte del quartiere. Non li avevo mai visti. Avevo spinto il tasto numero nove e un plumf mi aveva informato che l’ascensore non era in grado di partire. Con il cane nella mano sinistra avevo appoggiato il braccio destro a incastrare la porta verso l’esterno. La cabina si era mossa con il suo roboante grido di ingranaggi seviziati. Scorrevano i piani e le scale, intervallati alle pareti nude, scrostate dal tempo. Sentivo gli occhi umidi di lacrime. Prima il cane, poi io. Cosa ci era preso? Attraverso il velo che avevo sugli occhi avevo visto sfilare la parete che preannunciava l’ultimo piano. Era stata solo una frazione di secondo. Una croce tracciata vicino al numero nove. A uno sguardo poco attento sarebbe apparsa una banale crepa nell’intonaco. Ma io l’avevo vista. Avevo già puntato il dito verso la pulsantiera per ripercorre il tragitto al contrario, quando Tresa mi aveva spalancato le porte sul viso: «Mii, a quest’ora ti ritiri? Spicciati che la pasta si sta facendo collazza!». Il cane era balzato a terra, vedevo la coda agitarsi felice, all’inseguimento di quella vecchia pazza donna di mia moglie. Che sapeva correre veloce, con il suo grosso deretano, il ginocchio di vetro e la sua fedele stampella.

Il resto, caro diario, lo abbiamo vergato pagina per pagina. Io e il cane, il cane e io. Gli unici ad aver capito cosa è successo in quella cazzo di mattina di novembre, o perlomeno gli unici a cui importi davvero.

In quattro ore e tre quarti qualcuno si è portato via casa mia. La casa che ho pagato con il sudore della fronte. Tutta la vita con addosso una divisa, prendendo ordini da uomini peggiori di me al lavoro. Urla e borbottii ad attendermi a casa. L’unico desiderio, passare gli ultimi anni assieme alle mie figlie, tutte lontane, tranne una, arenato in mille pomeriggi di solitudine. Se solo avessi avuto il coraggio di essere un padre mancante, un marito schifoso. Ora sarei seduto al bar a giocare a carte e a maledire il governo e l’istituto del matrimonio. E invece eccomi qui a scrivere cose che nessuno leggerà, perché siamo solo io e il cane, il cane e io.

Non so perché Tresa l’abbia permesso. Non avrei mai dovuto lasciare che si intestasse la casa. Ma eravamo giovani e lei ancora bella. L’occasione era da prendere al volo e io non sarei tornato da Cape Canaveral in tempo per firmare l’atto.

E così la sua casa, ora, è perduta per sempre. Morirò senza sapere dove sia finita: i miei puzzle, incorniciati con cura, la raccolta dei libri delle ragazze, i ricordi dei giorni in giro per il mondo. Tutto andato. Non posso nemmeno scacciare il ricordo, dimenticare. Hanno replicato ogni più piccolo particolare. I mobili sembrano gli stessi, ogni suppellettile e soprammobile al suo posto. Le camere sono in perfetto ordine, con le porte là dove dovrebbero essere e le finestre che si affacciano sul consueto panorama. Ho studiato per mesi il meccanismo, alla ricerca del trucco. Sono stupido o l’illusione è perfetta. Ovunque io mi trovi nel mondo, dopo ogni variazione del tragitto, se varco il portone e prendo l’ascensore al civico 29, diretto all’ultimo piano, finisco qui. Non più a casa, nella sfacciata imitazione della mia casa.

Perché, dio del cielo? Perché al cane, perché a me? Lo vedo, mentre si trascina lemme per le stanze. Lui sa!

Per questo non voleva tornare quel giorno e ora vaga, stranito, incapace di riconoscere il suo piccolo regno. Se solo potessi parlarne un minuto con lui. Ho provato a spiegare a Tresa, ma lei non capisce, analfabeta maledetta, non sa niente di niente e figuriamoci questo! Anche le bambine, che ora hanno i capelli bianchi, mi guardano stralunate. Passare per pazzo, a casa mia, quando potremmo sbugiardare il mistero io e il cane, il cane e io.

Il tempo delle spiegazioni, perciò, è finito. Non resta che andare via, come ha fatto la casa. Ammesso che io non venga scoperto proprio adesso, caro diario. Sono le quattro del mattino e Tresa russa come un panzer di fabbricazione sovietica. Sono seduto sulla cassetta del water, pantofole poggiate, con dentro i piedi, sulla tazza di ceramica. Da fuori nessuno, nemmeno quella spia di mia nipote, l’unica capace di sdraiarsi e guardare sotto la porta, sarebbe in grado di capire che mi sono asserragliato in bagno. Non posso essere preso con le mani nel sacco. Tresa pensa che non abbia sentito, ma io sono ancora l’uomo che le ha insegnato a scrivere il suo nome. Io capisco tutto! Ha detto alle bambine che sono un lurduso, che raccolgo la merda che mi esce dal didietro e poi la chiudo in pacchetti di carta «stretti, stretti, mi devi crederi Michelina, come se avi a nnascunneri un tesoro dal buco ddù culo!». Non che menta, lo so, ma lasciare intendere che io lo faccia perché sono impazzito!

Ho valutato ogni opzione: ogni elemento lasciato all’interno dell’appartamento, in qualche modo viene istantaneamente sostituito, clonato. Non so come facciano, ma sono sicuro che ha a che vedere col segno nel vano ascensore e gli uomini in divisa che ho incontrato nell’androne. Suppongo che abbiano ricavato dei passaggi segreti, forse attraverso il terrazzo o il vano caldaia. Magari passano dal controsoffitto. Una spruzzata di cloroformio ed è fatta. Va avanti così dal primo giorno, solo che adesso non hanno più bisogno di mettermi fuori gioco per tanto tempo. Hanno fatto quello che dovevano fare. Sono stati veloci, i bastardi. Sono veloci. Ho finto di dimenticare oggetti in giro per casa. Una ciabatta sotto il divano, tre graffette nel portaoggetti a forma di anatra dimenticato sopra la vetrina in salotto. Poi ho controllato. La ciabatta era persino consumata a sinistra, come la mia e le graffette restavano tre. Identiche, ma non quelle. Nossignore!

In tutti gli ottanta metri di cui mi sentivo padrone non posseggo più nulla, se non la mia stessa merda. La controllo accuratamente da quando sgorga a quando atterra sul foglio di carta bianco. Giro i lembi velocemente, delicato, rapido, preciso, come quando rifacevo la branda in servizio. Annodo con uno spago che tengo nascosto nella tasca interna della giacca, dove finisce anche il pacchettino. Lo tengo lì, come se niente fosse, per quanto tempo serve. Ormai mi fanno uscire poco, ma poco mi basta. Appena fuori trovo una scusa per passare davanti alla casa del portiere e lancio il pacchetto nel suo giardino, dietro alla pila delle bombole scariche. Una volta era mia amico Pietro, spero che non gli dispiacerà o che, perlomeno, non faccia la spia. Me lo deve, visto che si è portato a letto mia moglie.

Questa volta però il pacchetto è troppo grande, mi sono già impicciato due volte con lo spago. Alla terza un piede mi è scivolato sul sangue e sarei caduto di faccia in terra, se non mi fossi aggrappato al volo alla tenda della doccia. Perciò devo fare in fretta e pensare contemporaneamente a un posto nuovo, che loro non riusciranno a trovare.

L’idea di prenderli per il naso mi fa sentire giovane, per una volta ancora. Volevano fottermi e invece resteranno fottuti. Mi hanno sicuramente messo qualcosa nella minestra o nella tazza del latte, a colazione. Non caco da quasi due settimane. Per un po’ Tresa è stata tutta contenta, pensava che avessi smesso con i pacchetti. Pover Tresa mia, che non è andata mai a scuola! Ma poi ha iniziato ad angosciarmi con i clisteri e le prugne. Ho provato a spiegarle che era inutile, che loro avrebbero annullato l’effetto con chissà quale intruglio chimico. Si è consultata al telefono con Anna e Piera, ha preso accordi con la guardia medica. Alle dieci verranno con tutto il necessario per svuotarmi l’intestino. Pensano che non li riconoscerò, solo perché saranno vestiti da infermieri. Potrebbero travestirsi da tre porcellini, gli farei “tana” ovunque. Vengono a prendersi di forza l’unica cosa ancora mia. Che si accomodino pure. Io ho finito. Il pacco è ben confezionato, lo spago è robusto, si è stretto intorno al collo senza nemmeno sfilacciarsi. Ho avuto paura che i versi svegliassero tutte le scale, così ho usato il coltello svizzero che mi regalò Danilo a dieci anni. Cioè la sua copia perfetta, ma tagliava lo stesso bene.

Ho avuto un po’ di problemi a rifare bene il cubo, ma sapete come si dice, militare una volta, militare per sempre. Alla fine il risultato è soddisfacente, un involucro compatto e armonico. Peccato che il rosso stia già iniziando a colare. Avrei fatto meglio a usare la carta oleata, ma ormai è andata. Sento Tresa che strilla come una sirena, caro diario, ma non sono stato beccato, ho portato a termine la missione. Possono venire a succhiarmi via tutta la merda che ho in corpo, se proprio la vogliono.

Sono qui che aspetto, da solo. Io e il pacchetto con il cane, il mio.

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