Campioni tristi

Sono un grande appassionato di ciclismo e della sua narrazione, più o meno da sempre. Al pari che nella musica, in questo mondo mi hanno sempre colpito non tanto i vincenti quanto quelli maledetti.

In questi giorni mi sta balenando l’idea di scrivere un libro in cui racconti le storie di alcuni di questi sportivi un pò bohèmien. Non tutti sanno che il ciclismo presenta una miriade di vicende di questo tipo: vite spezzate, campioni inespressi, carriere distrutte. La più nota è quella che riguarda ovviamente Marco Pantani, il più vicino a noi per questioni anagrafiche, ma forse anche quello che più di tutti ci ha fatto sognare.

Eppure soltanto due mesi prima di lui era morto, a causa di un infarto, ma al termine di una depressione che lo aveva costretto a interrompere prematuramente la carriera, Josè Maria Jimenez, protagonista di tante battaglie in montagna proprio con il nostro Panatani.

E ripercorrendo la storia della bicicletta sin dall’epoca dei pionieri come non citare Rene Pottier, vincitore di uno dei primissimi Tour de France e morto suicida per una delusione amorosa, o Lucien Petit Breton, finito al fronte come molti sportivi di quegli anni e morto nel 1917 sulle Ardenne.

Andando avanti nelle decadi come non citare i nostri Ottavio Bottecchia e, forse il più grande di tutti, l’Airone Fausto Coppi. Il primo morto mentre si allenava ai bordi di una strada di campagna del suo Friuli nel 1927 in circostanze mai del tutto chiarite, il secondo deceduto a soli 41 anni, ma non ancora al termine della sua carriera, per colpa di una malaria non riconosciuta. A ben vedere, un “eroe triste”, Fausto lo era sempre stato. La morte prematura del padre, l’infortunio e poi la morte del fratello Serse, la tragedia di Superga in cui lasciarono la vita i suoi amici del Grande Torino, quel perenne complesso di inferiorità nei confronti dell’eterno rivale Bartali, al quale era per altro superiore da un punto di vista fisico e sportivo. E poi quel senso di malinconia e solitudine ogni volta che affrontava una grande montagna, come lo Stelvio, quegli scoraggiamenti frequenti se capitava un imprevisto, e a quei tempi su quelle strade erano davvero frequenti, la nota vicenda dell’amore adulterino con la Dama Bianca Giulia Occhini.

Gli anni ’60 potevano essere gli anni di Roger Riviere, se solo avesse tirato i freni in quella maledetta discesa dal Col du Perjuret (alcuni diranno poi che la colpa era di un anestetizzante preso per non sentire il dolore, ma aveva l’effetto collaterale di rendere insensibili le mani). Finì su una sedia a rotelle uno dei più grandi talenti che il ciclismo abbia mai visto. Poi il fallimento dell’attività di ristoratore e un cancro che lo portò via a soli 40 anni.

Concludiamo con uno dei miei preferiti: Luis Ocana. Uno scalatore puro che nel 1971 strapazzò su ogni singola salita del Tour il gigantesco Eddy Merckx, finché una tremenda caduta non lo costrinse al ritiro. Tormentato e depresso, nel 1994 si tolse la vita con un colpo di fucile. Volle essere cremato e disperso sui Pirenei in modo che le sue ceneri cadessero in Spagna, la sua terra natia, e in Francia, dove aveva riscosso i maggiori successi.

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