Da che parte stare

Riflessioni dopo le stragi di Parigi

“Né con lo Stato, né con le BR”, fu lo slogan di molti gruppi politici e di opinione italiani che a cavallo degli anni Settanta e Ottanta cercarono di salvare il proprio spazio di azione e di riflessione sottraendosi alla tenaglia che l’azione terroristica quasi quotidiana e la repressione sembravano stringere intorno alla nostra vita. Comprensibile era quello slogan, perfino tatticamente utile (“Ma vi rendete conto quanti farebbero il salto nella lotta armata, se non ci fossimo noi?”, mi disse accorato un amico dirigente di un gruppo di estrema sinistra nel cruciale 1978). E tuttavia sbagliato.

Anche allora era possibile — qualcuno ci provò, sia pur in mezzo a grandi difficoltà — mantenere aperto un discorso di pratica politica democratica, di ragione e ragionevolezza, oltre la retorica dell’unità nazionale e le mozioni delle emozioni, ma avendo sempre ben chiaro che le Brigate rosse erano il nemico e che il nemico andava combattuto e sconfitto. Si potevano discutere gli strumenti da usare nella battaglia — vogliamo dire le armi? — ma non la necessità di combatterla e il suo scopo finale.

La grande lezione della non-violenza gandhiana è proprio questa: i patrioti indiani non cercavano una impossibile via di mezzo tra le ragioni dell’indipendenza e quelle dei colonizzatori, sapevano perfettamente che gli inglesi erano il nemico da battere e da cacciare. Il conflitto esiste e in alcune gravi circostanze occorre sapere e dirsi da che parte si sta, chi è il nemico da battere.

Credo che stiamo vivendo uno di quei momenti.

Apprezzo e per la massima parte condivido molte delle analisi “realistiche” e “strutturali” di ciò che sta avvenendo in Medio Oriente, nel mondo musulmano, nel rapporto di questi popoli con l’Occidente e viceversa. Avverto, però, in molte di queste analisi dei meccanismi automatici quasi di rimozione del problema. Se il problema sono i regimi arabi conservatori che finanziano l’Isis, se il problema è — ma guarda! — il petrolio, se il problema è l’occupazione israeliana dei territori palestinesi, se il problema è in definitiva l’Occidente e quello che di effettivamente brutto ha fatto negli ultimi 150 anni in quella regione e nel resto del mondo, rischiamo colpevolmente di far sparire in un mare di precisazioni e di dettagliate analisi la questione principale: chi è il nemico che dobbiamo combattere e sconfiggere oggi.

Le analisi raffinate, la consapevolezza storica, il realismo geopolitico, la considerazione degli interessi in campo, la strenua difesa dei nostri valori democratici sono cose necessarie, devono servirci per stabilire quale sia la tattica migliore da seguire nelle battaglie da combattere, ma sapendo che quelle battaglie vanno combattute con lo scopo di sconfiggere un nemico.

Occorre certo cercare di comprendere perché tante migliaia di persone si arruolano e accettano di immolarsi per l’Isis e perché a milioni in tutto il mondo, alla fin fine, guardano con sostanziale ammirazione ai jihadisti. Dobbiamo riconoscere, però, che i jihadisti sono un nemico. Non solo per quello che fanno, ma per il progetto che incarnano.