Rispondo a questo articolo per dar voce a un paio di riflessioni personali, da una posizione quasi da outsider, visto che dopo 40 anni di matrimonio con la danza, ho deciso di prenderne distanza per considerare cosa rimane di veramente valido nella nostra relazione. Forse torneremo a convivere, sicuramente cambiando molte abitudini, o forse ci separeremo del tutto con l’amarezza, ma sopratutto la gratitudine che rimane dopo aver trascorso un periodo di vita insieme.
Prima di tutto vorrei dar credito all’instancabile impegno artistico e umano di Claudio che stimo altamente, come stimo tutte quelle coppie che continuano a essere felici e amarsi anche dopo aver celebrato le nozze d’argento.
Il mio percorso si é incrociato abbastanza brevemente con quello di Claudio decenni fá, e si é poi riunito digitalmente, dopo diversi anni grazie ai social media. Della serie: non tutti i mali vengono per nuocere.
Devo precisare che ho lasciato l’Italia 32 anni fa per poter coronare il sogno, avveratosi, di una solida carriera artistica e più recentemente anche accademica, sempre nell’ambito della danza. Potrei a questo punto sfornare il tipico sproloquio sui talenti italiani costretti a emigrare da un paese che non dá spazio a chi coltiva questa arte sublime e effimera. Ma no, perché il problema non é solo italiano ma direi quasi planetario.
Un paio di anni fa ho visitato, a Singapore, un museo sulle civiltà antiche insediate nelle isole del sudest asiatico. Ebbene secoli fá, in queste tribù, i danzatori erano considerati la classe sociale più alta e rispettata della comunità.
Nella nostra “civiltá” moderna, sopratutto di matrice capitalista e occidentale, l’arte é un fenomeno della marginalità, la danza orbita al margine di questa, e la danza contemporanea orbita al margine del margine del margine. Di conseguenza vivere una vita dignitosa puó risultarne alquanto complicato, a maggior ragione quando non si fa parte di una lobby o non si é integrati nel “art establishment”. Conosco molti ex-colleghi che devono lottare per pagarsi l’affitto ed avere il dovuto riconoscimento sociale, dovunque essi siano, pur producendo arte di qualità.
Il panorama riminese descritto in questo articolo si incastra perfettamente in questo fenomeno, cotto a puntino nel brodo della globalizzazione. Scusate il luogo comune ma é vero, la crisi non é economica ma una crisi abissale di valori, ha radici così profonde nell’evoluzione inversa della specie umana, che a volte mi manca il fiato contemplando quanto lavoro sarebbe necessario per cambiare rotta.
Il sogno di ridare dignità e valore a tutto ció che ci potrebbe aiutare a ristabilire un contatto continuo e autentico con la nostra dimenticata saggezza, che sia la danza, la meditazione o altro, é un sogno che merita tutta la nostra devozione.
Ognuno scelga il proprio veicolo, non é importante. Ciò che conta é tornare a celebrare la consapevolezza e viverla come il valore più prezioso e stimato nel nostro contesto sociale.
C’é molto lavoro da fare. E onoro e stimo chi si fa paladino di questa impresa contro i mulini a vento dell’ignoranza e povertà di spirito.