Il primo della classe

Uno degli articoli a cui sono più legato: la drammatica storia di uno dei geni dimenticati del football inglese

Ci sono tanti motivi che rendono il calcio lo sport più seguito e amato al mondo.
Il primo è che il calcio ha probabilmente uno dei regolamenti più elementari e di facile comprensione del mondo dello sport.
Il secondo è che il calcio ha una capacità incredibile di creare storie leggendarie, capaci di far innamorare le persone che le ascoltano. Molte di queste storie sono diventate libri o addirittura film di enorme successo (vedi Il Maledetto United dedicato alla figura di Nigel Clough e alla sua breve avventura con il Leeds United), altre sono state raccontate da semplici tifosi, che le hanno tramandate di generazione in generazione, o da giornalisti, che con le loro ricerche hanno riportato alla luce storie ricoperte dalla polvere del tempo e arrugginite dalla mancanza di attenzione.
Ma non tutte queste storie hanno un lieto fine. Non sempre c’è un Martin Palermo che segna nel Superclasico da infortunato appena dopo essere subentrato. Alcune storie hanno un finale tragico, e lasciano il lettore con una sensazione di vuoto. Una sensazione che si ha quando si sente di aver perso un qualcosa di importante. Una sensazione strana, che ti fa rivalutare tutto ciò che vedi, tutto ciò che credevi eccezionale. Quella che sto per raccontare è proprio una di queste storie.
Prima però è il caso di specificare un dettaglio. In Inghilterra, con l’appellativo di The greatest Footballer you never saw è noto l’ex attaccante del Reading Robin Friday, talento incredibile, ma con una personalità paragonabile a quella di George Best. Anzi, probabilmente era un Best all’ennesima potenza, tra notti passate nei pub, e anni di sesso sfrenato e totale mancanza di passione per il calcio. In realtà credo che questo epiteto sia maggiormente adattabile al protagonista della nostra storia.
 
Se vi dico il nome di Adrian Doherty con ogni probabilità nessuno di voi lettori ne avrà mai sentito parlare in vita sua. Ma se dite lo stesso nome a Brendan Rodgers, a Ryan Giggs o ai fratelli Neville, vi diranno con ogni probabilità che The Doc, il suo soprannome, era il più grande talento che avessero mai visto.
Eppure il suo nome è scomparso nelle pagine degli annali del Manchester United, in una lista infinita di giovani che sono passati attraverso le grinfie di Sir Alex Ferguson, e leggerlo provoca lo stesso effetto che provoca il nome di Alan Tonge o di Manucho, o di Ritchie de Laet. Eppure nel 1990 chiunque bazzicasse intorno al Cliff, lo storico centro d’allenamento dei Red Devils, non avrebbe mai potuto pensare che il nome di Adrian Doherty sarebbe caduto nel dimenticatoio, e che i suoi piedi non avrebbero mai calcato il prato dell’Old Trafford.
Tony Park è la memoria delle giovanili della squadra di Manchester, con oltre trent’anni di esperienza passati a guardare decine di migliaia di giovani promesse che aspiravano ad emulare le gesta di Bobby Charlton o di George Best, ritiene di aver visto in vita sua solamente 4 talenti di livello assoluto che era chiaro che avrebbero sfondato tra i “grandi”. La sua mini-lista comprende Norman Whiteside (l’uomo più giovane ad aver esordito in un mondiale a 17 anni appena compiuti con l’Irlanda del Nord nel 1982, difensore con una buonissima carriera, pur se falcidiata dagli infortuni che ne hanno limitato l’enorme potenziale), Paul Scholes, Ryan Giggs e Adrian Doherty, appunto.
Tre di questi quattro nomi facevano parte della leggendaria Class of ’92, ovvero la squadra giovanile più forte di ogni tempo, capace di vincere la FA Cup giovanile nel 1992. In realtà però quella stagione Adrian quella stagione non la vivrà mai sul campo.
 
Adrian Doherty nacque il 10 giugno del 1973 a Strabane, Irlanda del Nord, nell’epicentro di quel conflitto noto come The Troubles, che per oltre mezzo secolo ha colpito il paese. David Beckham, che prenderà il suo posto come ala destra nelle giovanili Red Devils, sarebbe nato solo due anni dopo.
A soli 14 anni si trasferirà a Manchester con l’amico Brendan Rodgers per giocare nelle giovanili dei Diavoli Rossi, che avevano sconfitto il Nottingham di Nigel Clough per ottenere le prestazioni del giovane fenomeno. Il suo talento era incredibile, una cosa mai vista prima su un campo da calcio. “Immaginate un po’ di Ryan Giggs, un po’ di Kanchelskis e un po’ di Cristiano Ronaldo e mettetelo insieme. Doherty aveva tutto questo”, questo il giudizio che ne da Park nel suo libro Sons of United.
Ovviamente, un nordirlandese, ala destra, di enorme talento e destinato fin da giovane ad un futuro luminoso non poteva che ricordare un solo nome. Qualunque muro in mattoni di Manchester, ogni grammo di aria inquinata dai fumi delle industrie, sembra urlare il nome di George Best. Un nome che è la storia di Manchester, come per la vicina Liverpool lo sono i nomi di Paul, George, John e Ringo. Indubbiamente il talento era per entrambi incredibile, e in molti erano certi che Adrian avrebbe battuto ogni record di precocità del suo illustre predecessore, e per questo Doherty, oltre al suo classico soprannome The Doc, si era ovviamente attaccato addosso anche quello di New Best, ma anche quello di Quinto Beatle, diretta eredità di Best, che era chiamato proprio così.
Ma come le somiglianze in campo erano incredibili, clamorosamente diversi erano i comportamenti dei due al di fuori del rettangolo verde. Amante della bella vita ed estroverso George; timido, riflessivo ed introverso Adrian. Ma soprattutto per Doherty il calcio non era la prima scelta, non era il sogno cha aveva fin da piccolo. Il suo idolo non si chiamava Kevin Keegan o Bryan Robson. Il suo idolo si chiamava Bob Dylan e non inseguiva un pallone su un prato, ma scriveva poesie che tramutava in canzoni che hanno fatto la storia della musica e del movimento pacifista anni ’60. E come Bob Dylan Adrian avrebbe voluto sfondare nel mondo delle sette note, lui e la sua carissima amica, la chitarra. Stiamo chiaramente parlando di un ragazzo totalmente diverso dalla media dei suoi coetanei, e soprattutto molto diverso da quasi tutti i calciatori dell’epoca.
 
Poco tempo prima del suo arrivo nella città in cui Alan Turing progettò i primi computer, si era insediato sulla panchina dello United Alexander Ferguson, un manager scozzese che nel suo paese aveva interrotto il dominio dell’Old Firm guidando l’Aberdeen al titolo. Nessuno immaginava che sotto il regno di quel rude scozzese, i Red Devils sarebbero diventati la squadra più forte e dominante d’Inghilterra, dopo anni di cocenti delusioni.
Ovviamente, Fergie non poteva non accorgersi dell’enorme talento di questo timido ragazzino, e cerca subito di proteggerlo in ogni modo dalla pressione, tanto da fargli rifiutare la convocazione nella nazionale under 21 del suo paese (è bene ricordare, se mai ve lo foste scordati, che Adrian Doherty non ha ancora compiuto 17 anni). Comunque, non potrà tenere nascosto il suo talento così a lungo, è troppo forte per rimanere ancora con i ragazzini e Ferguson lo sa. Quindi prende una decisione. Nel febbraio 1991 Adrian Doherty è finalmente pronto a fare il debutto da titolare con la maglia dei Red Devils.
Tutto questo è evidentemente troppo bello, troppo perfetto per pensare che vada tutto liscio. Come sempre il destino è dietro l’angolo ed è pronto a colpire in ogni istante. Tutto quello che la natura ti ha dato te lo può togliere, in qualsiasi momento.
Il giovedì precedente alla partita d’esordio, Adrian gioca quella che probabilmente, se tutto dovesse andare come si immagina, dovrebbe essere la sua ultima partita con le giovanili, prima di trasferirsi definitivamente al campo principale del The Cliff, e lasciare nelle giovanili gli altri grandi talenti dello United. Evidentemente la natura ha deciso di punire Doherty per la sua mancanza di interesse per il calcio, per il suo essere troppo diverso dagli altri. ll suo ginocchio fa crac, e quel ragazzino che sembrava il più grande dei diamanti, diventa improvvisamente il più fragile dei cristalli.
Rottura dei legamenti. Per qualunque giocatore leggere queste parole sul proprio referto medico corrisponde ad una condanna al patibolo. Una sofferenza atroce. Mesi passati a recuperare dall’infortunio, tra riabilitazioni, gessi e stampelle. Posso tranquillamente testimoniare di persona quanto fastidioso e quanto doloroso sia un infortunio così grave. Figurarsi per un ragazzo che si è fatto male tre giorni prima di esordire in Premier League. Alla fine i mesi di recupero sono sette. Intanto dalla modesta squadra dei Brimsdowne Rovers è approdato nelle giovanili dello United un giovane ragazzo londinese di 16 anni, dal biondo ciuffo sbarazzino, con una faccia allegra e gioviale, più adatta a Eton College che ai fangosi campi di calcio inglesi. Gioca all’ala destra, nello stesso ruolo di Doherty, e ha un piede destro niente male. Di lui in futuro George Best (esattamente il doppelganger all’interno del campo da calcio di Doherty) dirà: “Non sa calciare col piede sinistro, non sa colpire di testa, non sa contrastare e non segna molto. A parte questo, è a posto”. Quel ragazzo si chiama David Beckham, e manca ancora molto tempo al suo incontro con la Posh.
Il fatato piede destro di Becks diventa subito oro per le giovanili dello United, ma David sembra destinato a lasciare il posto al rientrante Doherty. Tutto lo staff del ManU non aspetta altro che vedere se il talento del nordirlandese è rimasto intatto, e se ci sono ancora speranze di vederlo diventare una stella del calcio.
Adrian ritorna in campo, pronto a spaccare il mondo. Ma non ha fatto i conti con la legge non scritta più famosa del mondo, la legge di Murphy.

Edward Aloysius Murphy, ingegnere americano, pronunciò, in maniera ironica, una frase, che sembra purtroppo nascondere un fondo di verità: “Se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi modi può condurre ad una catastrofe, allora qualcuno la farà in quel modo”. Successivamente Artur Bloch, uno scrittore comico americano, costruì intorno a questa frase un intero libro di paradossi estremamente divertenti. La frase “Se qualcosa può andar male, lo farà” è diventata ormai leggendaria.
 
Purtroppo però non c’è nulla di comico nella vita di Adrian Doherty, che proprio nel giorno in cui sarebbe dovuto ritornare alla grandissima, vede cambiare totalmente tutte le sue convinzioni e certezze. Dopo un contrasto, Adrian crolla a terra. Il dolore è incredibile e soprattutto è un qualcosa di già vissuto per il nordirlandese. Il ginocchio, sempre lo stesso ha fatto nuovamente crac. Di nuovo deve ricominciare quella lunga serie di cure e sedute in palestra. Altre operazioni, altri gessi da portare, altre stampelle.

Ma stavolta è anche peggio. Lo United giovanile vince la Youth FA Cup, e Ryan Giggs (o Wilson, come si faceva chiamare all’epoca) guida la strepitosa Class of ’92 nella leggenda. Ma i trionfi per quel gruppo di ragazzi sono appena iniziati. Gary e Phil Neville, David Beckham, Nicky Butt, Paul Scholes e capitan Giggs stanno per rendere il Manchester United uno dei club più famosi e ricchi del mondo.
Tutti questi ragazzi vengono integralmente spostati in prima squadra e poseranno con Ferguson per una foto diventata leggendaria.
Lontano dai sorrisi stampati sulla faccia di quei giovani, lontano dalle luci della ribalta che stanno accogliendo questi piccoli campioni, Adrian procede lento nel suo recuperò. Ci vorrà un anno per rivederlo in campo. Ma per chi aveva conosciuto il VERO Adrian Doherty si tratterà di uno shock. Un giocatore irriconoscibile, incapace di correre alla sua velocità e incapace di dribblare gli avversari. Cosa abbastanza prevedibile considerando che il suo ginocchio destro era martoriato come il corpo di Ettore dopo essere stato trascinato da Achille intorno a Troia.
 
Non resta ad Adrian che abbandonare il calcio, non dopo una fugace esperienza al Derry City in Irlanda, e di trovarsi un vero lavoro.
Inizialmente lavorerà a Preston, in una fabbrica di cioccolato, ma Adrian, dopo aver fallito nel calcio, vuole sfondare nella musica, la sua vera passione. Se infatti si va su Youtube e si ricerca “Adrian Doherty”, per provare a trovare un qualche frammento del suo talento purissimo non si troverà altro che un video in cui The Doc si esibisce in All Along the Watchtower, una delle sue canzoni preferite, durante una festa delle giovanili dello United, davanti ai suoi compagni di squadra.
Ma neanche la musica sembra voler accogliere nel suo star system quel giovane ragazzo di Strabane introverso e insicuro, che ama leggere Byron e discutere di cultura e poesia, e probabilmente questo fallimento sembra colpire molto di più Adrian di quello calcistico, e lui sembra disinteressarsi di tutto quello che avrebbe potuto vivere senza quei maledettissimi infortuni.
Nell’Aprile del 2000, il Manchester United, reduce dal treble della precedente stagione, festeggia un altro titolo in Inghilterra, un’altra Premier League, come a certificare il dominio dei Red Devils sugli altri sudditi di Her Majesty the Queen. L’ossatura prevede giocatori del calibro di Schmeichel in porta, la coppia dei Calypso Boys (Dwight Yorke e Andy Cole) in attacco, e soprattutto la mitica Class of ’92 al completo, con Butt sempre pronto a subentrare a Scholes o Giggs, Beckham sempre pronto a pennellare magia col suo destro e i Nevilles sempre pronti a distruggere i sogni di gloria avversari. Tutto sotto la guida di Ferguson (che poco dopo diventerà Sir) e del capitano di mille battaglie Roy Keane. Nessuno sembra ricordarsi di quel ragazzino fenomenale pronto ad esplodere, nessuno si ricorda dell’erede di George Best. E Adrian Doherty sembra totalmente disinteressato riguardo al calcio. Quello stesso mese si trasferisce ad Amsterdam per lavorare in una fabbrica di armadi. Non passa nemmeno una settimana e nel tentativo di inseguire un tram scivola sulla strada innevata e sbatte la testa su uno dei canali ghiacciati della città olandese. Entra in un coma lungo due mesi, prima di spegnersi, a 27 anni. Come fosse un segno del destino, alla sua stessa età George Best aveva abbandonato definitivamente lo United. Pochi giorni dopo la sua morte l’Inghilterra esordirà nell’Europeo del 2000, e nessuno si accorge della sua morte. Nessun giornale inglese apre con la notizia della tragica scomparsa di una ex grande promessa delle giovanili dello United. Adrian muore solo, pianto solamente dai suoi genitori e dai suoi fratelli, che avevano assistito in prima persona all’ascesa e alla caduta del vero destinatario del titolo di Greatest Footballer you never saw.
 
Chi è molto scaramantico potrebbe definire Doherty come colui che si è preso tutta la sfiga che non è toccata ai suoi compagni di squadra, quelli che invece dalla vita hanno avuto solo successo e soldi, quelli che sono diventati un marchio che frutta da solo milioni di dollari.
 
Ma pensiamo un attimo a cosa sarebbe potuto accadere se quel dannato giovedì di febbraio 1991 i legamenti di Adrian non avessero fatto crac per la prima volta.
Nel mio immaginario da romantico sognatore della palla rotonda, Adrian Doherty avrebbe esordito con un assist decisivo nella prima partita e in un paio d’anni avrebbe conquistato un posto da titolare fisso a suon di gol. Avrebbe guidato la Class of ’92 a successi ancora maggiori, e avrebbe portato l’Irlanda del Nord all’Europeo di Inghilterra del ’96. Dopo due palloni d’Oro si sarebbe ritirato a sorpresa a 28 anni e avrebbe firmato un contratto discografico con la Virgin, avviandosi a vendere milioni di dischi. Successivamente, a 50 anni, si sarebbe dedicato ad una tranquilla vita da insegnante e lo avremmo trovato a giocare a pallone dopo scuola con i suoi alunni discutendo nelle pause di John Keats e del suo rapporto con la Divina Commedia.
Ma chissà, forse quel talento comunque non sarebbe esploso mai, e tutta la pressione dell’Old Trafford avrebbe portato all’esasperazione il giovane Adrian, che avrebbe passato il resto della sua carriera a salvare con le sue magie le matricole in Premier dalla retrocessione.
Nessuno saprà mai cosa sarebbe successo, ma sono certo che se Adrian oggi fosse qui, all’età di 42 anni, ci direbbe di avere pochi rimpianti riguardo alla sua mancata carriera da calciatore, e che a lui basterebbe potersi realizzare con la musica.
Il calcio non regala sempre un lieto fine. C’è sempre un c’era una volta, ma purtroppo molto spesso manca il vissero tutti felici e contenti.

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