My dream died

Claudio Ranieri e Jamie Vardy dopo la sconfitta in Champions contro il Sevilla

Yesterday my dream died”. Così Claudio Ranieri apre la sua lettera d’addio al Leicester, dimostrando ancora una volta le sue grandi qualità umane, sopratutto nel passaggio in cui ringrazia i tifosi di tutto il mondo per averlo sostenuto fin dal primo istante, quando più o meno chiunque, dal semplice tifoso all’opinionista tv, si era trovato a criticare la scelta della dirigenza delle Foxes di rimpiazzare con il romano Nigel Pearson, il tecnico della miracolosa salvezza di pochi mesi prima cacciato per un’uscita razzista del figlio e allora giocatore del club allenato dal padre. Il licenziamento voluto dalla proprietà thailandese dei Srivaddhanaprabha appare quantomeno stravagante, sopratutto se passiamo ad analizzare quelle che sono le tempistiche che hanno caratterizzato questa scelta, arrivata dopo una sconfitta per nulla pesante, ma comunque prevedibile contro il Sevilla agli ottavi di Champions League, e che comunque lascia una qualche possibilità alle Foxes di conquistare il passaggio del turno al King Power Stadium tra due settimane.

Il mondo del calcio ha definito assurdo in maniera quasi del tutto unanime l’addio fra la società inglese e the Tinkerman, più che altro per una questione di riconoscenza per il lavoro fantastico svolto da Ranieri nei mesi nel Leicestershire.

Dal mio punto di vista l’esonero di un allenatore durante la stagione è al 90% una scelta sbagliata, a meno che non esista più la conditio sine qua non per la continuazione di un rapporto lavorativo, punto che ovviamente non era ancora stato raggiunto in questa precisa situazione, ma è altrettanto ovvio che la lucentezza del passato, per quanto recente esso possa essere, non possa da sola bastare a tenere un allenatore saldo sulla sua sempre più scomoda panchina. Claudio Ranieri e l’intera struttura societaria del Leicester hanno toppato quasi completamente la gestione del post titolo sia dal punto di vista del mercato che da quello delle scelte di campo. Inoltre nelle ultime settimane l’ex tecnico di Chelsea, Roma e Valencia fra le altre ha chiaramente provato ogni soluzione possibile per arginare la crisi improvvisa della sua squadra, ma il fatto che le Foxes siano ad oggi l’unica squadra di Premier a dover ancora trovare il gol in campionato nel 2017 è un dato preoccupante, e ovviamente non è certo che il romano avrebbe trovato una soluzione per congelare la classifica del Leicester così com’è adesso, con la salvezza per la squadra campione d’Inghilterra, ma appare estremamente difficile che un tecnico nuovo, magari dai metodi di lavoro completamente differenti, possa realmente migliorare la situazione del Leicester City in soli tre mesi di tempo.

Il serpente maligno che ha corrotto in maniera quasi definitiva questa stagione del Leicester va ricercato nel mercato estivo, quando Ranieri e il suo staff hanno eccessivamente peccato di umiltà, accontentandosi della già clamorosa impresa dell’anno precedente e ha rinunciato alla possibilità di rendere le Foxes non più una squadra da singola impresa irripetibile, ma una seria contendente per l’Europa anche negli anni a seguire. Al di là dei vari acquisti sbagliati, con giocatori come Ahmed Musa che al momento non hanno affatto ripagato il prezzo speso per loro, la strategia del Leicester è sembrata rimanere aggrappata a metà fra la smobilitazione generale e la conservazione assoluta della squadra degli eroi, e ha visto partire, per una cifra comunque enorme, N’Golo Kanté, che però è stato nel corso dello scorso anno, con la sua capacità incredibile di coprire spazi incredibili e la sua fenomenale qualità di interditore, la chiave di volta che permetteva al Leicester di vincere con il suo stile di gioco speculativo e le sue difficoltà in fase di costruzione. Senza il francese è venuta completamente a mancare la struttura della squadra, e si sono scoperti tutti i limiti di giocatori come Drinkwater e sopratutto della coppia centrale Huth-Morgan, due armadi a quattro ante in estrema difficoltà in qualunque situazione di possesso palla, anche la più semplice e elementare in assenza totale di pressing.

Questa stagione del Leicester, comunque si vada a concludere, può essere ricordata come una grandissima occasione sprecata dalle Foxes per abbandonare definitivamente il limbo di squadra mediocre e confermarsi come una squadra di ottimo livello qualitativo per la Premier League, come da obbiettivo della ricchissima proprietà thailandese fin dal suo approdo nelle Midlands.

Qualunque cosa dirà la classifica alla fine della stagione però, nessuno potrà mai dimenticare l’impresa storica compiuta da questa manica di squinternati del pallone e dal loro tecnico, che al di là di ogni artifizio retorico ed eccessiva celebrazione, hanno raggiunto un obiettivo inimmaginabile e fatto andare in Paradiso tutta la piccola cittadina di Leicester, pur non mancando di alcuni lati oscuri nella gestione societaria.

L’atteggiamento tenuto in questi mesi dalla dirigenza del Leicester e volendo anche da Claudio Ranieri sembra quasi una citazione di una canzone dei Baustelle, che nel loro ultimo singolo Amanda Lear, estratto dall’album L’amore e la violenza, cantano che “Non siamo mica immortali, bruciamo ed è meglio così”. E forse per le Foxes è veramente meglio così. Meglio un giorno in Paradiso che cento in Purgatorio. Certo, magari bisognerebbe ricordare che dopo il periodo di penitenza al Purgatorio un posticino fra gli angeli lo si trova sempre, ma ognuno ha il diritto di scegliere di che morte morire, a livello calcistico, ovviamente.