Le dodici fatiche di Sir Wiggo

Quando si riesce a creare un sistema vincente ai limiti del dominio, si finisce naturalmente per ricevere numerosi attestati di antipatia da parte più o meno di tutte le persone che non si trovano al tuo fianco. E per quanto questa non sia una gran cosa, a mio parere, è un meccanismo normale e di uso tremendamente comune nel mondo dello sport. In alcuni casi questo concetto viene portato ai limiti estremi, e quando le cose incominciano ad andare non troppo bene si sviluppa quel sentimento che nella lingua tedesca, pragmatica come molti di coloro che la parlano, viene definito con una singola parola: schadenfreude, ovvero, in parole semplici, quella gioia che ci pervade quando assistiamo alle sofferenze degli altri, che in fin dei conti è il motore di ciò che è popolare sul web, e che Schopenhauer definiva come il peggior male che può colpire noi esseri umani.
Esempio evidente di come sia molto difficile coniugare le vittorie e le simpatie del grande pubblico è il Team Sky, ormai da qualche anno dominatore nelle corse a tappe, anzi, in una corsa a tappe, quella che si svolge sul territorio francese durante il mese di luglio e che è una delle competizioni più popolari e seguite dagli appassionati sportivi, non necessariamente di ciclismo. Nelle ultime cinque edizioni della Grand Boucle infatti, la squadra inglese gestita da Dave Brailsford ha trionfato quattro volte, con la sola eccezione del sogno giallo di Vincenzo Nibali nel 2014, e se dovessimo ricercare un simbolo del modo di fare del team britannico, non sarebbe difficile pensare immediatamente a Christopher Froome, nato trentadue anni fa in Kenya e cresciuto in mezzo a biciclette cigolanti e serpenti a sonagli, e diventato con il tempo e con un durissimo addestramento, un esemplare unico di scalatore, dallo stile unico, perfettamente riconoscibile e particolarmente brutto da vedere, decisivo non con i suoi attacchi in piedi sui pedali, molto rari a dir la verità, ma con la sua tremenda capacità di alzare la frequenza di pedalata a livelli folli, le cosiddette froommate, che gli permette di staccare gli altri senza distogliere gli occhi dal piccolo computer posto sul suo manubrio. In realtà però sarebbe sempre bene ricordare che il modello Sky, così come siamo solito chiamarlo, con il ritmo infernale che impongono sulle salite grazie al loro treno di gregari che ricorda quasi quello dei grandi velocisti, nasce per aiutare una leggenda del ciclismo, probabilmente il ciclista più influente dell’ultimo decennio, Sir Bradley Wiggins, a completare il suo personale obiettivo di vincere il Tour de France che tante ironie aveva provocato nel mondo degli addetti ai lavori.
Come un gatto, nella sua lunghissima parabola ciclistica iniziata a dodici anni al velodromo Herne Hill di Londra, dove il piccolo Brad cresceva con la madre ed il fratello, lontano dal padre Gary, a sua volta grandissimo pistard e campione della specialità dell’americana, Wiggo, come da suo soprannome, ha attraversato sette o anche più vite differenti, passando da grandissimo pistard, a uomo da classifica nei grandi giri, fino alla sua ultima incarnazione da specialista del pavè per poi concludere con l’ultimo, definitivo ritorno alla pista, il primo grande amore, alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. E questa sua incredibile predisposizione al cambiamento, questa sua estenuante voglia di affrontare sfide sempre nuove e appaganti è proprio quello che lo rende uno dei personaggi più affascinanti di questo sport. Perché testimonia un amore per questa meravigliosa disciplina che nessuno è mai riuscito a mostrare in maniera così evidente. Nell’esatto istante in cui è sceso dal podio dei Campi Elisi con la maglia gialla addosso, Sir Bradley Wiggins si era già concentrato su un altra probante avventura, per sua sfortuna finita male, come quella del Giro d’Italia, che lo vede uscire di classifica dopo la piovosa tappa di Pescara vinta dal Forrest Gump del pedale Adam Hansen. Eppure, se solo avesse voluto, avrebbe potuto scegliere di continuare a fare il Tour e continuare a dominarlo e collezionare maglie gialle come sta facendo il suo ex gregario Froome o come faceva Lance Armstrong, che per esempio ha partecipato una sola volta in tutta la sua lunghissima carriera al Giro d’Italia, nel 2009, a trentotto anni, e al suo secondo ritorno nel mondo delle corse professionistiche.
Non credo però che Wiggins sia un sostenitore della filosofia making it the hard way, o almeno che non sia solo per quello che ha deciso di sottoporsi a così tanti cambiamenti tanto da arrivare a torturare il suo corpo per adattarsi a quelle che sono le differenti caratteristiche richieste dalle varie specialità del ciclismo. Credo che ci sia non solo un grandissimo amore per questo sport, ma che ci sia anche un’enorme curiosità dietro le scelte che hanno caratterizzato la carriera di questo campione, un grandissimo interesse ad arricchire la propria esistenza di quante più esperienze possibili, una voglia di scoprire e conoscere quante più sensazioni ed emozioni sia umanamente possibile. Wiggo non ha mai voluto essere una sola cosa nella vita. E proprio perché ritengo che questa filosofia di vita che mi immagino appartenga anche al baronetto di Gand sia molto vicina a quella che è la mia personale visione della nostra esistenza, che Bradley Wiggins è una delle persone che più mi interessano e incuriosiscono nel mondo dello sport.
Nella sua prima vita ciclistica, come detto, il giovane Bradley Wiggins era uno dei più promettenti pistard del sistema inglese, da sempre di altissimo livello sui parquet dei velodromi, tanto che a soli vent’anni arrivò il suo primo alloro internazionale, niente di meno che alle Olimpiadi australiane di Sydney, le prime del nuovo millennio, dove conquista il bronzo nell’inseguimento a squadre, che arriva alla fine di un lunghissimo percorso di crescita iniziato vedendo per la prima volta delle gare di ciclismo su pista alle Olimpiadi di Barcellona nel 1992, fra cui quella in cui Chris Boardman vinse l’oro. Nemmeno un anno e Wiggins decide di affiancare l’attività su strada a quella su pista, firmando per la squadra professionistica inglese della Linda McCartney, società lontana dai massimi circuiti internazionali del ciclismo, e che verrà dismessa alla fine dello stesso anno, non prima delle prime vittorie di un certo livello del futuro baronetto: Due tappe alla Cinturon de Mallorca e una alla Fleche du sud lussemburghese, a cui vanno aggiunte le classifiche generali di entrambe le competizioni. E questo è abbastanza per portargli il primo contratto in una squadra del World Tour, quella Française des Jeux da anni ormai nelle sapienti mani di Marc Madiot.
Ma è sempre su pista che continua l’attività principale del corridore britannico, che nelle successive olimpiadi di Atene e Pechino incomincia a raccogliere il suo bottino di medaglie d’oro e altri metalli pregiati: nella capitale greca, che col tempo avrebbe pagato a prezzo carissimo le spese folli fatte per riportare a casa il sacro fuoco di Olimpia, Wiggo diventa il primo suddito di Sua Maestà in oltre quarant’anni a ritornare a casa con tre medaglia, tra cui l’oro nell’inseguimento individuale, l’argento in quello a squadre e il bronzo nella defunta specialità, anche se solo a livello olimpico, dell’Americana, insieme a Rob Hayles. Quattro anni e un viaggio intercontinentale dopo, a Pechino, Bradley Wiggins si conferma olimpionico nell’inseguimento individuale e completa il triplete di medaglie nella stessa disciplina, ma a squadre, raggiungendo infine l’agognata medaglia del colore più pregiato, dopo il bronzo e l’argento collezionati nelle due precedenti rassegne a cinque cerchi. Una volta tornato a casa, lo aspetterà un’onorificenza che per un britannico è forse di ancora maggiore importanza: la nomina, per mano della regina Elisabetta II, a Member of the British Empire, che gli permettere di aggiungere il titolo di Sir prima del suo nome nel suo biglietto da visita.
Ma proprio con la nomina a baronetto cambiano definitivamente gli obiettivi di Bradley Wiggins. Il fiammingo, anche se solo per nascita, potrebbe tranquillamente restare a dominare nel ciclismo su pista, ma la sua decisione sconvolge il mondo del ciclismo e provoca anche molte ironie da parte di alcuni degli addetti ai lavori, difficili a concedere fiducia ad un campionissimo della pista raramente visto fra i migliori su strada. Sir Wiggo decide infatti di puntare, nel giro di pochi anni, a vincere il Tour de France. Il primo tentativo arriva l’anno dopo con la maglia della Garmin, e si conclude con un fantastico quarto posto, dietro solamente all’allora fenomenale pistolero Alberto Contador e all’eterno secondo Andy Schleck, con Lance Armstrong buttato giù dal terzo gradino del podio per l’estremamente nota e sconvolgente questione doping che ha come cancellato ogni possibile traccia dell’apporto del fondatore della Livestrong al mondo dei pedali.
L’anno successivo Bradley Wiggins firma per il neonato Team Sky, e lì, nelle mani di Brailsford e compagni, parte definitivamente l’operazione Tour de France, che però necessiterà di due anni di ambientamento prima di giungere al momento della realizzazione del piano malefico di Sir Wiggo: Una maglia rosa al Giro, dopo il vittorioso cronoprologo di Amsterdam e un terzo posto alla Vuelta dietro al carneade Cobo Acebo e al compagno di squadra/gregario/futuro rivale Christopher Froome sono solamente l’antefatto al leggendario anno 2012, la consacrazione nell’Olimpo dei grandi per i basettoni più famosi del Regno Unito. Certo, per portare a casa la maglia gialla c’è bisogno di una squadra preparata a fare un ritmo indiavolato in salita, tanto da non permettere agli altri attacchi che potrebbero mettere in difficoltà quello che in fin dei conti è un cronoman con buone doti in salita, magari un gregario che va più forte di te in salita, e che volendo avrebbe potuto vincerlo quel Tour, ─ e che, stando a quel che dicono i maligni, agì da gregario solamente sapendo che dalla successiva Grand Boucle avrebbe ricevuto lui i gradi di augusto ─ e sicuramente un percorso favorevole, con tre prove a cronometro, delle quali una da quaranta e l’altra da oltre cinquanta chilometri, e salite non troppo complicate, ma per vincere il Tour bisogna partecipare e bisogna correre più forte degli altri, e per questo motivo la maglia gialla di Bradley Wiggins non perde di alcun valore rispetto, magari, a quella di un Nibali o di un Contador. L’anno di grazia 2012 si conclude per Wiggins con un altro clamoroso successo, l’oro nella cronometro su strada alle Olimpiadi casalinghe di Londra.
Sono passati ormai cinque anni da quel Tour de France, e nel frattempo Bradley Wiggins ha già attraversato tante vite sportive differenti, provando a vincere il Giro, costretto poi ad alzare bandiera bianca nella già citata piovosa tappa di Pescara, provando l’assalto alla Parigi-Roubaix, terminata con un molto onorevole nono posto, per uno che non aveva mai gareggiato per vincere sul pavé, ha realizzato il record dell’ora, ultimo di una lunga serie di atleti che hanno tentato e completato l’attacco a questo record nei primi mesi del 2015, anche grazie al cambiamento delle regole, che ha favorito l’attacco a questo particolare primato, con il fantastico risultato di 54,526 chilometri percorsi in sessanta minuti, ed è infine diventato, nel 2016, con l’oro nell’inseguimento a squadre, l’olimpionico britannico più medagliato di sempre battendo il compagno di disciplina Chris Hoy, anch’esso baronetto, con un totale di cinque medaglie d’oro, una d’argento e due di bronzo. E adesso, a trentasette anni, quando in molti pensano solamente a come riempire le proprie giornate non più da professionisti, Sir Bradley da Gand avrebbe un altro, coraggioso, obiettivo: passare al canottaggio e gareggiare alle Olimpiadi di Tokyo, che sarebbero le sue seste, a vent’anni esatti dall’esordio di Sydney. Dovrà ancora una volta massacrare il suo corpo e sottoporlo ad un aumento di peso di ben trentuno chili rispetto a quelli che pesava ai tempi del Tour de France del 2012. Una sfida apparentemente folle, molto più simile a quella di grandi attori americani come Christian Bale, che a quella di uno sportivo di alto livello. Eppure se esiste un atleta in grado di realizzarla, quello è proprio Sir Wiggo, uno che nella vita non ha mai fattola scelta più scontata, anzi molto spesso ha deciso di intestardirsi in progetti apparentemente fuori da ogni logica; a volte ne è uscito vincitore, altre meno, ma la cosa realmente importante è che lui ha sempre dato il massimo per riuscirci e in fin dei conti non ha mai mancato in maniera clamorosa la posta in palio. Anche solo andare vicino alla qualificazione olimpica nel canottaggio sarebbe una grande cosa, sopratutto in una squadra competitiva come quella britannica, la partecipazione a Tokyo sarebbe favolosa, e un’ipotetica medaglia sarebbe letteralmente un’impresa da tramandare ai posteri. Quella di un quasi quarantenne che ha sempre inseguito i suoi sogni, fatto nuove esperienze, e che, alla fine della fiera, è sempre uscito a testa alta da qualunque sfida abbia affrontato.
