Perché lavorare da remoto non è da “sfigati”
Emanuela Zaccone
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Io ho avuto la possibilità di lavorare in remoto subito dopo la gravidanza. L’ho chiesto perché in Azienda c’era già stato un precedente per le stesse motivazioni e perche’ il primo posto libero al nido sarebbe stato solo mesi dopo e avevo voglia e necessità di rientrare subito. Il lavoro dell’epoca poteva benissimo essere fatto da casa perché richiedeva un impegno indipendente. Un giorno alla settimana ero tenuta a recarmi in sede sia per verificare quanto fatto ma anche per partecipare ai weekly meeting. Sicuramente un’altra vita. Quando hai un bambino piccolo stare a casa ha i suoi enormi vantaggi ed è inutile starli ad elencare. A mio avviso ma solo per come sono fatta io, credo che mi avrebbe stancato. Allo stesso tempo sono favorevole ad incentivarlo dove possibile perché, a mio parere, non è un modello applicabile a tutte le realtà. Ora lavoro in una società di ingegneria che progetta impianti. Il mio lavoro è la punta di un iceberg fatto da tante altre figure interdisciplinari che spesso si devono mettere a tavolino per risolvere problemi, per fare quel brainstorming che ci fa più competitivi. Il contatto umano è determinante come anche gli strumenti tecnologici che hanno costi e licenze che non ne facilitano l’uso domestico. Io sarei più d’accordo a consentire alle mamme lavoratrici di gestire il loro tempo tramite l’impiego del lavoro in remoto. Mi spiego: avere la possibilità di uscire prima e di non subire decurtazione dello stipendio e riuscire così a stare vicino ai figli, oppure concedere alla donna di rimanere a casa quando i figli sono ammalati,queste sono le problematiche giornaliere e anche la relativa gestione e risoluzione hanno un impatto non trascurabile sulla produttività complessiva. Meditate