The Rocksuckers

2016 Awards

Nel segno del “Do ut des”, questo 2016 tanto ha dato in termini di qualità e quantità discografica, quanto si è preso in vite umane preziose per la storia della musica. Ma lasciamoci alle spalle considerazioni e sentimentalismi per concentrarci su ciò che più abbiamo amato ed ascoltato durante gli ultimi dodici mesi. Qui la playlist con tutti i degni di merito, mentre proseguite nella lettura per scoprire i nostri awards.


Agnes Obel

Citizen of Glass
La musicista danese disegna paesaggi musicali degni dei fratelli Grimm o di Robert Walser. Evoca città svizzere nelle notti dell’ottocento. Con le casupole in legno, i lumi ad olio e l’aria fumosa che sa di larice. Le sue canzoni hanno il suono dei passi nella neve fresca. Una delle cose più profonde ascoltate nel 2016. Da ascoltare davanti al camino in buona compagnia o in auto da soli.

Kevin Morby

Singing Saw
Nell’anno del Nobel a Dylan avviene un quasi simbolico passaggio di testimone con l’uscita di questo disco, che attesta la maturità artistica di Morby e lo pone di diritto tra i migliori cantautori folk a stelle e strisce in attività.
Il solco del genere è già profondamente tracciato, ma con la rinnovata freschezza ed ispirazione che troviamo in “Singing Saw”, può ancora regalare grandi emozioni.

Michael Kiwanuka

Love&hate
Uno a cui non si può non voler bene. Forse nei suoi album non c’è la musica visionaria del futuro, i suoni cool e artefatti, ma c’è tanto soul, nel senso che è come tornare in una casa calda e accogliente dopo aver girovagato per ore in una giornata di inverno.

Nicolas Jaar

Sirens
Siamo sinceri. Con tutta l’hype che ha preceduto l’uscita le aspettative erano altissime. In parte mantenute, in parte disattese, il disco di Jaar è quanto di più progressivo e jazzy si possa trovare nell’elettronica del 2016. Certo non un capolavoro come certi media hanno scritto, ma di sicuro un bel “viaggione”. Visto dal vivo a Milano in autunno ci ha fatto venir voglia della stagione dei festival musicali estivi.

Iggy Pop

Post Pop Depression
Mentre altri suoi coetanei erano impegnati a trapassare o nella migliore ipotesi a godersi la pensione, l’Iguana si rimetteva in gioco collaborando con Josh Homme e Matt Helders degli Arctic Monkeys per guadagnarsi un finale di carriera col botto: Post Pop Depression forse non passerà alla storia come un primo album degli Stooges, ma è a mio avviso il meglio che il rock abbia potuto esprimere nel 2016.

Ex-Otago

Marassi
Dopo Microchip Emozionale dei Subsonica, l’album italiano che ha vissuto il maggior numero di settimane di permanenza nella mia auto. Finalmente un disco indipendente prodotto bene e con testi maturi in cui anche un 35enne ci si può ritrovare. Tutto bello, dalla prima all’ultima traccia. Una rarità insomma, in un panorama di album che non si riescono a reggere per più di un paio di canzoni.

Moderat

III
La cassa che scuote le membra, i visuals ipnotici a stregare gli occhi e tutt’intorno la cornice della Reggia di Venaria in una sera d’estate: quello dei Moderat per ciò mi riguarda è stato il live più memorabile degli ultimi 365 giorni e le tracce di questo terzo album hanno decisamente fatto la loro parte. Come un blend di vitigni che produce una perfetta armonia gusto-olfattiva, il progetto di Apparat e Modeselektor è ormai un’etichetta più pregiata dei singoli elementi. E’ un calice che non mi stanco mai di bere.

James Blake

The Colour in Anything
Personalmente è al primo posto di ogni classifica da qui al 2050, ma anche cercando di essere obiettiva “The Colour in Anything” non può mancare tra i migliori album dei 2016.
Un po’ perché lo abbiamo aspettato per 3 anni tra rumors, anticipazione e smentite, per poi essere annunciato ufficialmente così, con sobrietà british, 4 ore prima del lancio effettivo. Un po’ perché basterebbero brani come “Modern Soul” e “Timeless” con la loro composizione perfetta, la cupezza avvolgente che è ormai cifra stilistica e le lyrics ermetiche.
Poi ci mettiamo pure il duetto con il buon Justin Vernon e non credo serva dire altro.

Bon Iver

22 a million
E il Justine lo ritroviamo anche qui, con l’album più simbolista dell’anno
Le interpretazioni sul suo significato reale si sprecano, così come le critiche di chi trova questo lavoro troppo pop o di chi odia il vocoder. Per me Justine resta un gigante dei nostri tempi, capace di trasformare in stile tutto quello che tocca e che gioca con i generi consapevole di potersi togliere degli sfizi come pochi altri.
Mi diverte anche pensare che in realtà i simboli dell’album non significhino assolutamente nulla e che lui si stia divertendo tantissimo a trollarci.

Blood Orange

Freetown sound
Un album che contiene tutti gli elementi stilistici che ho sempre odiato. Perciò l’ho amato. Con un misto di nostalgia per l’iconografia anni 80 e uno sguardo ai trend di oggi, questo è un bel disco tappezzeria. Un bel sottofondo che vi fa sentire terribilmente di moda, come se tutti i vostri amici fossero di Shoreditch o di Williamsburg e non vi sentiste in imbarazzo ad indossare pantaloni a vita alta.

Dj Shadow

The Mountain Will Fall 
Si parte con “Nobody Speak”, pezzo inaspettato e dal tiro incredibile: ma è solo un outsider. Subito dopo si scende nelle profondità dell’universo scuro ed urbano di Joshua Paul Davis, che evoca clubbing londinesi e gelide notti nebbiose col bavero del cappotto alzato. Esattamente il tipo di viaggio sonoro che volevamo da lui. “Ashes to Ocean” è il perfetto De Profundis per chiudere quest’annata così ferale nei confronti dei grandi della musica.

Glass Animals

How to be a human being
Cristallo, più che vetro. Come i bicchieri che servono per bere certi vini dai tannini fini. Morbidi come la musica dei Glass Animals, al secondo capitolo della loro vita da studio. Ancor più sinuoso del precedente, questo album ha accompagnato le giornate di caldo languido di fine estate. Le loro canzoni fanno al timpano lo stesso effetto che fa all’occhio una distesa di asfalto al sole. Fluttuanti.

Katranada

99,9%
La figura del dj/producer è sempre più centrale e vincente. Questo ventitreenne di origini haitiane Re Mida del groove ne incarna più che mai le peculiarità, riuscendo a fondere funk, hip-hop, house, smooth jazz e suoni tribali, con stile ed eleganza stupefacenti. Metteteci poi i featuring di artisti come Anderson .Paak, Little Dragon e BADBADNOTGOOD ed eccovi servito l’esordio dell’anno. Garantito al 99,9%.

65daysofstatic

No Man’s Sky: Music for an Infinite Universe
Colonna sonora perfetta per uno dei giochi più belli e innovativi dell’anno questo lavoro, in pieno stile 65, è anche soundtrack perfetta per un viaggio mentale in un universo lontano.
Come la band ci ha abituato l’album è un insieme di pezzi coerenti che fanno convivere in un equilibrio perfetto chitarre lunari, piano e tastiere ispirate e una sezione ritmica indiavolata.
I pezzi si muovo in uno spazio fatto di quasi silenzi leggeri e rarefatti a muri di suono travolgenti. Insomma sono difficili da descrivere, vanno ascoltati.

Radiohead

A Moon Shaped Pool
E’ un disco dei Radiohead. ‘Nuff said. Nonostante siamo ad anni luce dai loro tempi migliori (Thom, il falsetto ha un po’ rotto il cazzo), resta comunque un gradino sopra a quasi tutto ciò che è uscito quest’anno.

Gli autori

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