The Rocksuckers

2015 Awards

E’ stata un’annata decisamente prolifica e interessante a livello discografico, come testimonia la playlist dove abbiamo cercato di raccogliere le migliori uscite del 2015: quasi 1500 brani per 107 ore di musica e sicuramente abbiamo tralasciato qualcosa di fondamentale. 
Grande fermento per il sound elettronico, ma anche il rock in qualche modo evolve e si avvale di ritorni importanti; mentre l’Italia come sempre arranca, piazzando comunque alcune chicche e novità interessanti.
Tirando le somme, gli album che davvero meritano di restare scolpiti nella (nostra) storia sono poco meno di venti e li abbiamo riassunti per voi così:

Jamie XX — In colour

Di produzioni che celebrano i club ce ne sono infinite. Ma nessuna è riuscita a cogliere in modo così empatico il lato malinconico della scena. 
Uno sguardo non ricambiato, la tensione erotica, il sudore, un ricordo che riecheggia nella testa il mattino dopo. C’è tutto.
Sicuramente l’album di musica elettronica dell’anno. In un paio di tappe del tour, a Lione e Torino, c’eravamo anche noi.


Sufjan Stevens — Carrie & Lowell

La sua è musica che, nonostante sia carica di melanconia e pensieri dark, fa star bene e smuove un po’ di corde dell’emotività. 
Poi dopo averlo visto live in uno dei concerti più belli visti quest’anno, avrà sempre un posto nel mio cuore.


The Libertines — Anthems for doomed youth

L’avreste detto che sarebbero sopravvissuti così a lungo da potersi riunire e pubblicare un nuovo disco? E questi “inni per la gioventù condannata” sono anche convincenti, con il piglio e la freschezza che ricordano l’ormai lontano “Up the Bracket”! Il sodalizio Doherty-Barat funziona ancora e forse la trasferta in Thailandia per registrare ha giovato. E la DROCA? Beh forse non gli ha fatto abbastanza male.


Kurt Vile — b’lieve I’m going down

Gli anni ’90 non sono mai finiti. Lo sapevamo già, ma Kurt Vile è tornato a ricordarcelo in musica. Adidas da basket, walkman, giubbotto di jeans con la tovaglietta della birra e via.
Alcuni lo paragonano ai Dinosaur Jr, ma a noi ha ricordato cose molto più pop, tipo una scena di Lost Boys.


City and Colour — If I Should Go Before You

Un album che ci accompagna su una montagna russa emotiva, si apre con la struggente Woman, un bel viaggio di 9 minuti in atmosfere bluesy e un po’ nebbiose, forse uno dei pezzi più interessanti dell’album. 
Seguono pezzi un po’ meno oscuri ma sempre intensi, che mantengono il mood blues ma creano un buon bilanciamento emotivo. 
Insomma un ottimo accompagnamento per un pomeriggio invernale che si rispetti.


Modest Mouse — Strangers to ourselves

“Lampshades of fire” mi ha folgorato e le restante quattordici tracce hanno fatto il resto: a febbraio avevo già ipotecato uno spazio qui per “Strangers to ourselves”. Eclettico, divertente, assurdo e decisamente anti-pop: al primo posto tra i miei ascolti su Spotify del 2015, dice la statistica.


Floating Point — Elaenia

La dance può essere elettronica o intelligente. Floating Points mette insieme entrambe le cose in modo egregio. Se il buon Sem Sheperd in versione DJ dà sfogo alla sua passione per il vinile funky soul, nelle sue produzioni mette insieme suoni visionari che sfuggono alle definizioni. Dentro ci sentiamo un po’ di Radiohead.
Probabilmente il disco secchione dell’anno.


Tame Impala — Currents

Meno chitarre e psichedelìa in favore di sintetizzatori vintage e atmosfere soul: gli australiani provano nuove strade e si confermano dei fuoriclasse. Currents entra subito in testa e non molla più la presa, anche se bisogna ammettere che il falsetto di Kevin Parker a volte si avvicina un po’ troppo a quello dei Bee-gees.


The Soft Moon — Deeper

Come ci hanno abituati, i Soft Moon (o il Soft Moon, sono sempre in imbarazzo quando manca la concordanza tra nome e numero dei soggetti) ci portano in “very dark places” e lo fanno con stile e potenza. 
Sempre con quel perfetto equilibrio tra intenzione rock e bpm da dancefloor, il loro è un altro di quei live che stanno nella mia top 10 del 2015, ci metto quindi anche l’album.


Leftfield — Alternative light source

Sono tre i grandi nomi dell’elettronica tornati in gioco quest’anno: Chemical Brothers, Prodigy e Leftfield. Solo questi ultimi però riescono a dimostrarsi all’altezza della propria fama, sfornando a distanza di vent’anni un’altra clamorosa bomba da dancefloor. L’uso magistrale del suono sintetico, la giusta scelta dei featuring vocali e, ad avvolgere il tutto, quelle atmosfere che ricordano i gloriosi 90’s della club culture e di Trainspotting. Epic win.


Unknown mortal orchestra — Multi-Love

Era da un po’ di anni che non arrivava musica buona dalla Nuova Zelanda. Ci hanno pensato gli Unknown Mortal Orchestra, da Auckland ma con frequentazioni in quel di Portland. Insomma una cosa hipsterissima. Un po’ di soul e tanto calore. Ideale il formato in vinile da ascoltare rigorosamente davanti ad un caminetto.


Any Other — Silently. Quietly. Going Away

A rappresentare per l’Italia questa giovine band che ha tirato fuori un album davvero interessante. Un album dalle forti influenze indie-rock anni 90 ma ben reinterpretato nella contemporaneità. 
Un album dove (finalmente) ci sono un bel po’ di chitarre usate bene, canzoni ben scritte e ben prodotte, con delle lyrics mai banali e che si prestano bene ad essere citate in qualche post Facebook.


Maccabees — Marks to prove it

Ballate pregne di malinconia che si alternano a pezzi belli tirati e coinvolgenti: questo ci aspettavamo dai Maccabees e questo ancora una volta ci hanno regalato. Un disco che conferma la classe e la capacità di migliorarsi dei quattro londinesi, rimasti ormai principali alfieri di quell’indie-rock inglese che sembra altrimenti vivere una parabola discendente.
Appuntamento il 3 febbraio a Milano per il live.


Courtney Barnett — Sometimes i sit and think, and sometimes i just sit

Chi avrebbe mai detto che un giorno, parlando di album indie, potesse saltare fuori Sheryl Crow come paragone.
Eccoci qua.
Courtney Barnett fa quella musica là. Poi ci metti che è osannata da tutti i siti più fighi, suona nelle radio a sottoscrizione più fighe e nei festival più fighi. Ma alla fine canta e suona come una cougar anni ’90. Anche se non lo è per niente. E per questo ci piace.


Motorama -Poverty

Se vi state chiedendo com’è la new-wave che viene dalla Russia, be’ i Motorama sono qui per dirci che è piuttosto bella. 
Un nuovo album che si mantiene sullo stesso percorso intrapreso con i precedenti, non prende strade inaspettate, ma con coerenza conferma il valore della band e si distingue per una produzione di livello maggiore. Forse non rivoluzionerà la musica, ma lo si ascolta molto volentieri.


Wolf Alice — My love is cool

Confesso, ho un debole sia fisico che vocale per la frontwoman Ellie Rowsell, ma al di là di questo “My love is cool” è un ottimo debut album. Tra echi grunge anni ’90 e ritornelli catchy indie-pop, i londinesi hanno trovato una formula azzeccata e piacevole. 
Li attendiamo alla prova live, il 22 febbraio a Milano.


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