Nel 1981 la rivista Science pubblicò un breve articolo dal titolo “Selection by consequences” in cui B.F. Skinner riepilogava alcune idee già riportate in “Science and Human Behavior” (1953) sul parallelismo esistente tra selezione naturale e selezione dei comportamenti attraverso il principio operativo della “selezione attraverso le conseguenze”. L’articolo identificava tre livelli di selezione, quella biologica (attraverso il meccanismo della selezione naturale) e quelli comportamentale e culturale che, essenzialmente, sarebbero espressione del condizionamento operante: comportamenti e pratiche culturali che sono seguiti da conseguenze utili (rispettivamente all’individuo e al gruppo) vengono selezionati al pari di ciò che accade dal punto di vista biologico per le caratteristiche anatomiche. Nel 1984 l’articolo venne ripubblicato nella rivista Behavioral Brain Sciences con le repliche di ben 24 autori tra cui spiccano nomi illustri come quelli di Marvin Harris (antropologo che ebbe un ruolo fondamentale nello sviluppo della scuola nota come “materialismo culturale”) e Richard Dawkins (biologo, autore del bestseller “Il gene egoista”, in cui si sostiene una visione del gene come soggetto principale della selezione naturale). L’argomento suscitò molto dibattito e non vennero risparmiate critiche alle quali Skinner (1984) rispose puntualmente, spesso mostrando come il critico di turno avesse frainteso (o ignorasse totalmente) i principi alla base del suo approccio. D’altra parte, esattamente come la selezione naturale, il condizionamento operante è un concetto così semplice che quasi tutti possono fraintenderlo.
Prima di entrare nel dettaglio del parallelismo individuato da Skinner, è opportuno sottolineare come buona parte delle critiche -in questo caso e in molti altri- costituiscano una presa di posizione contro una visione dell’essere umano che necessita la rinuncia all’idea di un agente promotore (initiating agent) dell’azione. …


Nella contingenza a tre termini è opportuno sottolineare come il termine “conseguenza”, impiegato per indicare eventi e azioni che seguono una risposta, sia alquanto fuorviante. Difatti, mentre il termine “antecedente” fa riferimento in maniera neutra a un evento che avviene prima del comportamento oggetto di interesse, il termine “conseguenza” implica una relazione causale (che non è detto esista). Per ovviare a questo problema terminologico, Vargas (1984) ha proposto di impiegare il termine “postcedente” (etimologicamente costruito per essere equivalente ad antecedente) per indicare qualunque evento successivo la risposta, che sia o meno “prodotto” dalla risposta. Questo termine consentirebbe il posizionamento temporale degli eventi all’interno della contingenza a tre termini nello stesso modo neutro di “antecedente”. Tuttavia, postcedente è un neologismo cacofonico che riteniamo possa utilmente essere sostituito dal termine “conseguente”. Quest’ultimo, nonostante sia spesso impiegato come sinonimo di conseguenza, può essere utilizzato nell’accezione “che segue a qualcosa”. Sottolineare la differenza tra “conseguente” (che segue il comportamento) e “conseguenza” (che è prodotto dal comportamento) consente inoltre di distinguere e identificare importanti discrepanze che possono meglio descrivere la successione degli eventi. Difatti, la conseguenza di una risposta può essere totalmente sganciata da ciò che l’individuo sperimentata come conseguente. …


I was asleep and didn’t hear the cell phone ringing. I noticed the call only the morning after, and a text message from the same (unknown) number: “I hate when you do like that!”. …

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Francesco Di Nocera

Professor (associate) at @SapienzaRoma w/ interests in human factors and behavior analysis | compulsive reader | culinary hobbyist | technology enthusiast