Oriana Fallaci e la Fortezza di Firenze

Buongiorno Sindaco,

rare son state le volte che ho scritto direttamente agli amministratori. Una la ricordo molto bene. Mandai un sentito ringraziamento a Claudio Martini che al tempo della sua presidenza della Regione Toscana permise e sponsorizzò lo svolgimento del social forum a Firenze. L’evento fu un successo per la città e per tutti noi. Dopo i fatti deplorevoli accaduti al G8 di Genova, restituì un po’ di fiducia alle persone che, come me, rimasero particolarmente scioccate.

E’ passato molto tempo, ma credo che il contatto, anche solo via mail, possa avvicinare, se pur poco, i cittadini ai loro amministratori. Martini o il suo staff furono molto gentili nella loro risposta e ne conserverò il buon ricordo.

Questa volta mi rivolgo a lei. Mi rammarico del fatto che non potranno essere parole di ringraziamento, ma credo che comunque possano essere critiche utili al ragionamento e alla comprensione.

Ho appreso di recente che esiste la fondata intenzione di intitolare i giardini della Fortezza a Oriana Fallaci. Anche in questo caso mi sovviene un ricordo: Carlo Monni. La sua morte ha rimosso un pezzetto insostituibile dall’anima di Firenze. La città ha risposto unita con la forte volontà di ricordarlo alle Cascine, dove negli ultimi tempi, come ben sappiamo, soleva passeggiare. La volontà è stata così forte e condivisa, che gli amministratori dell’epoca accettarono di buon grado di intitolare una fermata della tramvia al nostro poeta. Un altro momento, se pur più modesto, che possiamo aggiungere ai luoghi felici della memoria fiorentina.

Analizzando i due eventi, se pur molto diversi, riesco a scorgere unione d’intenti, passione, voglia di riscatto ma soprattutto il semplice e puro bisogno di un mondo più bello. Da una parte la critica costruttiva, la partecipazione collettiva, il senso di comunione, la cultura del social forum. Dall’altra la poesia, la comicità, il sorriso, la pacca sulle spalle, l’umiltà e l’intelligenza di Carlo Monni.

Il mondo che ci stiamo costruendo con le nostre mani sporche di rabbia e rancori, non è un luogo felice. La grande differenza la fanno in pochi. Penso a Josè Mujica, a Gino Strada, a Margherita Hack, a Tiziano Terzani. Ma, fortunatamente, la costruzione del “mondo bello” di cui parlavo prima è anche grazie alle piccole azioni. Quelle azioni che, pur essendo piccole, definiscono una direzione, un intento. Piccole cose come i nomi dei luoghi che nel momento raccontano contestualizzando e nel tempo caratterizzano.

Conosciamo Oriana Fallaci attraverso i suoi articoli e i suoi libri. Difficili. Conosciamo anche il momento storico. Anch’esso difficile. Pieni di contraddizioni estreme e incomprensioni pericolose, stiamo navigando a vista, attendendo impotenti le vigliacche violenze del prossimo folle ignorante ma ben istruito. Ora più che mai, quindi, abbiamo bisogno di messaggi positivi, non ti rivendicazioni. Dobbiamo comprendere i motivi, le radici, le fondamenta edificate con i nostri sbagli, non gridare al nemico, giudicando con pressapochismo. La giornalista Oriana Fallaci ci ha lasciato un testamento di rabbia, rancore e violenza di cui noi non abbiamo e non dobbiamo aver bisogno. Il nemico di cui parlava esiste, ma non è quello che lei ha puntato con tanto fervore. Il nemico siamo tutti noi, piccoli uomini che non sappiamo vivere. Solo comprendendo possiamo migliorarci. E questo la Fallaci non lo scrisse, anzi.

In risposta ricordo Tiziano Terzani, che con poche parole esprime la forza della comprensione:

“Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali.”

Ragioni che abbiamo creato noi tutti, con i nostri prepotenti ed arroganti sforzi di essere migliori ad ogni costo. Migliori di chi e di cosa, poi? Questo nostro effimero benessere è veramente quello di cui abbiamo bisogno? Siamo veramente felici, immersi nei nostri agi? Noi occidentali, consumatori patologici di xanax e affini.

Cerchiamo quindi di capire.

Capire che Oriana Fallaci, anche riconoscendone il valore culturale, non può rappresentare quel senso di comunione, di apertura, di uguaglianza di cui Firenze, la Toscana, l’Italia, l’Europa, il Mondo, l’Uomo hanno bisogno. Un bisogno condiviso da molti, ma non da tutti. Eppure lo intravediamo ogni volta che guardiamo negli occhi di un bambino di qualsiasi etnia, colore, appartenenza culturale e religiosa.

Capire che, anche contestualmente al periodo storico, sarebbero più opportuni luoghi di memoria condivisa, dove chiunque può sentirsi a proprio agio, a casa. Il testamento della Fallaci è un luogo di esclusione in un mondo che ha bisogno invece di includere. La Fallaci e la sua tenace crociata anti-umana (perché non c’è Islam, non c’è Cristianesimo, non c’è Ebraismo, c’è l’Uomo) non debbono essere ricordati ogni volta che passeggeremo in quel giardino. Almeno non adesso.

Ci sarà forse il tempo del perdono delle parole, ma credo che non sia ora e che non potremmo, del resto, essere noi gli assolutori.

Chiedo quindi, Sindaco, di riconsiderare la decisione presa e pensare ad altri, portatori di valori meno ambigui e più positivi (qualche esempio lo può trovare anche in questa mia).