Quel chiacchericcio che ammutolisce
Da adolescente, all’epoca dell’undici settembre, odiavo il minuto di silenzio.
In un qualche modo odiavo tutto, come è normale, ma la farsa dell’ammutolimento collettivo mi mandava su tutte le furie.
Ricordo l’undici settembre perchè avevo un grazioso debito di matematica da recuperare ed ero a scuola, nel mio liceo, quando giunse la notizia che avremmo fatto un minuto di silenzio per le vittime degli attentati alle Torri Gemelle.
Odiavo l’idea di essere a decine di migliaia di chilometri di distanza e dovere manifestare qualcosa con il mio silenzio.
La ritualità di quel vuoto silenzioso, che espletava i sensi di colpa, ma che a me non diceva niente.
Quanto lo trovavo inutile e quanto desideravo vomitare parole e immaginare azioni.
Ora è l’opposto.
Dieci, quindici anni dopo, vorrei tornare al silenzio.
Perchè quell’inutile, fastidioso, violento chiacchericcio di massa che scivola lungo la rete, quel barlame da vecchia osteria che una volta rimaneva confinata al bancone di un bar, alle sedie di una bocciofila, quel fiume di parole inutili spese perchè si deve dire qualcosa ora è sotto gli occhi di tutti.
Tutti devono dire qualcosa e gran parte deve dire qualcosa che sarà stupido, violento, ignorante, razzista.
Magari ad ogni legge, attentato, terremoto seguisse un burrone, un nero silenzio capace di far riflettere senza che ognuno si debba sentire in dovere di lasciare dietro di sè una scia di qualcosa.
Una foto.
Una condivisione.
Una citazione.
Una qualche ritorsione alle proprie cause personali (anti politica, anti vaccini, anti immigrati, anti italiani, anti tutto) che può sicuramente spiegare il movimento della terra, la morte di un cantante o la vittoria all’olimpiade.
Perchè tutti hanno un’opinione e tutti la devono dire.
Così anche su un terremoto scorre il copione: il profilo nero a lutto, le immagini strazianti, qualche RIP, un pizzico di accuse, qualche scivolone italiani/stranieri, un mix di governi e ricordi e pensieri e opere.
Ma era lo stesso su un burkini, sui vegani, sugli Europei di Calcio, sul festival di Sanremo, tutti giornalisti, tutti lettori, tutti opinionisti.
Era questa forse la torre di Babele?
L’incessante sequela di parole in mille lingue, di chi parla senza ascoltare? Di chi giudica, senza conoscere? Di chi condivide, senza aver letto?
Era questa forse, l’idea della rete, un formicaio di inutili dita a digitare su gambe immobili giudizi taglienti su realtà sconosciute?
O forse abbiamo dato luce all’aborme verità che una volta si celava nel bar, tra gli anziani, dove si parlava di tutto, per parlare di niente, negli ultimi anni della nostra vita.
La verità che capiamo poco di questo mondo e di quel poco, non impariamo niente.
Era un terremoto, aiutiamoli.
Era un vestito, lasciamo che facciano.
Erano persone, troviamo una soluzione insieme.
Senza voi e noi, loro e noialtri.
Senza chiacchere, a testa bassa.
In silenzio, come facevamo qualche anno fa, quando si veniva a sapere di meno eventi, si era partecipi del mondo intero e ci si sentiva, magari un pò più uniti, per un futuro un pò migliore.
Ma che ci importa: intanto abbiamo condividiso quel post simpatico, quel cane da salvare, quel numero da chiamare.
O forse non abbiamo proprio fatto niente?.
Voglia di silenzio, su questi social network.