Fenomeno Corbyn: cosa ha funzionato bene nella rivoluzione “social” del leader labourista

Quando sono quasi riusciti a convincerti che con Twitter e i social network non si vincono le elezioni, pur essendo straordinari strumenti con cui diffondere la propria propaganda che, di certo, nessun giornalista metterà in prospettiva o per chiedere come battezzare il gatto, arriva Jeremy Corbyn e spariglia le carte.

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Foto: telegraph.co.uk

Corbyn, 66 anni, si definisce socialista, è un fiero oppositore delle politiche di austerità e un forte critico delle disuguaglianze sociali che, in Gran Bretagna come ovunque altrove, crescono senza sosta, è sostenitore della nazionalizzazione di servizi essenziali, come trasporti e poste, dell’abolizione delle tasse universitarie.

Un uomo poco carismatico, molto diverso dai leader in grado di infiammare piazze e platee coi propri discorsi vibranti.

Il genere di politico che la vulgata descrive all’opposto della modernità, un dinosauro ancorato in un’epoca passata, irrimediabilmente passata la cui evocazione è prerogativa di nostalgici poco pragmatici, adatti, al massimo, a fare testimonianza delle proprie idee, non certo governare un paese. Ed è proprio per “fare testimonianza” che Jeremy Corbyn ha deciso di correre come candidato alla guida del Partito Laburista inglese. Salvo che poi le elezioni le ha vinte e ora è davvero leader del principale partito di opposizione britannico.

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Credits: Channel 4

Cosa è successo? E in che modo i social media sono stati determinanti? Nei tre mesi di campagna, mentre Corbyn veniva quotidianamente attaccato e subiva la copertura negativa dei media mainstream britannici, sui social media c’è stata un’ondata di supporto per i suo messaggio anti austerità. Anzi, più il candidato subiva attacchi e più i suoi sostenitori erano galvanizzati.
E così un uomo apparentemente lontano anni luce, fisicamente e ideologicamente, è diventato il protagonista indiscusso della campagna elettorale social per la leadership del partito laburista, fino a vincere.

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Credits: Channel 4

La crescita degli account ufficiali e i numeri assoluti, confrontati agli altri candidati, sono sbalorditivi, considerando anche che lo staff addetto alla comunicazione era stato organizzato in quattro e quattr’otto e che per tutta la campagna ha continuato a funzionare a fasi alterne, facendo lamentare molti giornalisti di non essere stati in grado di mettersi in contatto col candidato e il suo staff.

Ma non ci sono solo gli account ufficiali, c’è soprattutto il moto spontaneo della Rete che ha sostenuto Jeremy Corbyn durante la sua impresa, apparentemente impossibile.
Meme e parodie hanno avuto una tale diffusione da far parlare di vera e propria “Corbynmania”… ma non avevamo già visto tutto questo ai tempi delle elezioni politiche inglesi, quando si parlò di Milifandom e un’ondata di tweet e immagini avevano invaso la Rete a sostegno di Ed Miliband per spingerlo verso la vittoria? Vittoria che, però, non è arrivata.

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Credits: Kantar

Negli ultimi tre mesi, il numero di tweet in cui viene citato Corbyn è 10 volte maggiore del numero di tweet in cui viene citato il secondo. Particolarità: il numero di account che hanno citato Corbyn è circa la metà (268mila e 560mila) di quelli che, nello stesso periodo, hanno citato David Cameron.

L’outsider labour ha beneficiato di un’ampia base di sostenitori molto attivi sui social.

E non stupisce se, come emerge da una ricerca di YouGov precedente al voto, gli elettori di Corbyn dichiaravano al 57% di avere i social media come principale fonte di informazione, contro il 40 degli altri candidati e il 32 della media inglese.
Una base di sostenitori in gran parte giovani e avvezzi all’uso della Rete, nativi digitali o, comunque, sufficientemente familiari con le dinamiche digitali da avere interiorizzato il sentimento di immediatezza e intimità insito negli strumenti online: l’accesso on-demand ai contenuti ci ha avvicinati ai prodotti culturali, l’industria del cinema e della musica hanno inventato modi per offrire un’esperienza che ci porta direttamente “dentro” al prodotto (i DVD commentati dal regista, i CD in cui le tracce sono introdotte dal cantante o dalla band) esattamente come Twitter ci porta a un passo da celebrità e politici, dandoci l’impressione di poter comunicare con loro. Film e musica on-demand, però, non hanno distrutto l’altro aspetto dell’industria culturale: magari il nuovo disco del nostro cantante preferito lo ascoltiamo in streaming su Spotify, però poi paghiamo quel che va pagato per vederlo dal vivo, per godere di quel sentimento di esperienza condivisa e collettiva che altrimenti l’on-demand avrebbe distrutto.

Agli eventi di Corbyn si respirava un po’ questa atmosfera, come sottolinea Alan Finlayson su OpenDemocracy: le lunghe code, i discorsi improvvisati alla folla che non era riuscita a entrare, i selfie… tutto creava il senso dell’evento, di qualcosa che succedeva proprio in quel momento, proprio lì. E per chi parla di “cambiamento” non c’è come rendere le persone partecipi di un evento, anziché spettatori, per convincere che quel cambiamento è davvero possibile. Soprattutto nel momento in cui le modifiche al sistema di voto all’interno del partito laburista davano davvero a ciascuno la possibilità di contare, portando anche a un considerevole aumento di iscritti, in particolare giovani.

Quindi, è stata la Rete a far vincere le elezioni a Jeremy Corbyn? Ancora una volta, no.

Per quanto il ruolo dei social media a supporto della campagna sia stato determinante per compattare i sostenitori e convincerli di essere in tanti a pensarla allo stesso modo, gli stessi social hanno anche creato una bolla all’interno della quale quei sostenitori parlavano sempre più tra loro, riuscendo a mala pena a uscire e raggiungere il grande pubblico.
Ancora una volta, a vincere sono state le idee e, soprattutto, la capacità di interpretare, dare corpo e rappresentanza a istanze diffuse nella società: se il messaggio anti austerity di Corbyn è risultato vincente è perché una larghissima fetta di chi ha partecipato a questa votazione ritiene quei temi fondamentali e ha trovato, finalmente, una persona in grado di dare loro voce.

E chissà che la lezione non risuoni anche da queste parti, tra un video dal futuro e uno davanti a una lavagna, facendosi spazio tra gli hashtag e i post che interrogano i propri fan sul sugo con cui condire la pasta. Chissà che disintermediazione smetta di significare “faccio come se fossi in televisione, ma con i miei mezzi e i miei tempi” e non diventi un reale avvicinamento tra alto e basso, sovvertendo anzi l’alto e il basso per creare comunità unite da interessi e bisogni che la politica tornerà a rappresentare.

Originally published at www.chefuturo.it.

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