Gentrificazione e resistenze a Parigi (III)

La gentrificazione si estende su Parigi a colpi di «riqualificazione» degli spazi pubblici e creazione di spazi culturali che non sono mai spazi e sono sempre avamposti-d’altro. Nel frattempo rimane il dramma delle periferie, dove si vive e si muore — e si resiste.

Negli ultimi mesi gli omicidi di Adama Traoré (a luglio 2016, a Beaumont-sur-Oise) e Liu Shaoyo (a marzo 2017, nel XIX arrondissement) e lo stupro di Théo Luhaka (a febbraio 2017, a Aulnays-sous-Bois) per mano della polizia francese, come già la morte di Zyed e Bouna a Clichy-sous-Bois nel 2005, hanno ricordato al mondo che Parigi non è solo il suo ripulito, iconico, ricchissimo centro. Quando il 19 marzo scorso il corpo immenso della banlieue parigina — quella degli infiniti luoghi ignoti sur-Oise e sous-Bois — si è spostato al centro, per una marcia (controversa) per la giustizia e la dignità in nome delle vittime della violenza poliziesca, il centro ha dovuto prendere atto che esiste Parigi al di là dei bastioni di quel boulevard périphérique, non guadabile dall’esterno e non guadato dall’interno, che agisce quasi ovunque da confine neocoloniale tra bianchi e racisés.

La gestione strategica della disposizione urbanistica di Parigi — ora in gran parte concentrata sul binomio centro-periferia — è una questione amministrativa (e politica) come mai altrove, dove a muovere le pedine sulla scacchiera dei quartieri è piuttosto l’apparente anarchia del mercato. Secondo la geografa Anne Clerval, la gentrificazione, per quanto «dipendente da fattori strutturali, è un processo comunque conflittuale che comporta l’azione volontaria di diversi attori»: a Parigi, l’attore principale è lo Stato, nelle sue varie sotto-declinazioni, che agisce soprattutto attraverso interventi di «rivalorizzazione urbana» o di edilizia popolare, che in Francia ha ancora qualche peso nell’ecosistema urbano, se paragonata a quella della Bay Area o del comune di Bologna.

Già nel secondo Ottocento, è noto, l’embellissement stratégique del barone Haussmann, prefetto della Senna, trasformò la Parigi medievale in una città secondo impero, in un’operazione che coniugava abilmente il piano estetico, quello igienico e quello repressivo. Estetico perché, con Haussmann, lo Stato francese sceglieva di esercitare un controllo cartografico sulla città al punto di arrogarsi la gestione estetica della proprietà privata, in nome di un’armonizzazione delle parti nel tutto: l’embellissement prevedeva che lo Stato decidesse anche l’inclinazione dei tetti delle case private. Igienico perché Hausmann proponeva un «risanamento» dei quartieri insalubri (che ora andrebbe sotto il nome di «riqualificazione», per quanto la strategia ideologica insidiata nel lessico sia la stessa): «risanamento» che confondeva deliberatamente il campo semantico sanitario e quello etico, implicando un’azione di «moralizzazione» e di controllo dei corpi. E repressivo perché l’ampiezza dei viali haussmanniani non permetteva — e non permette — di costruirvi barricate e favorisce, al contrario, l’azione delle forze armate.

Dopo l’hausmannizzazione, che fissa ancora oggi l’aspetto estetico della città storica, un’altra interferenza maggiore dello Stato nell’assetto urbanistico (e nella cartografia sociale) di Parigi è stata l’edilizia popolare, che ha interessato la città a partire da fine ‘800, inizialmente condizionata dal dibattito filantropico ottocentesco sull’alloggio come luogo di ordine e progresso, poi declinatasi nei primi sgravi fiscali per alloggi sociali (prima HBM, habitations à bon marché, poi nel secondo dopoguerra, HLM, habitations à loyer modéré), fino a fare dello Stato il garante (formale) del diritto alla casa. Le banlieues-dormitorio, dove si era concentrata la maggior parte delle case popolari, perdono di senso quando la disoccupazione di massa degli anni Settanta scardina la separazione tra spazio del lavoro e spazio del riposo, che sottostava alla logica degli spazi funzionali: la ex banlieue-dormitorio diventa uno spazio vissuto «di giorno», dove si radunano i migranti della deindustrializzazione e della decolonizzazione.

A fronte di una periferia di disoccupazione e case popolari, il centro città dell’età postindustriale si riempie di «bobos» (crasi di «bourgeois-bohème») e di vecchi e nuovi ricchi, che fagocitano elegantemente i quartieri popolari del centro alla tavola della nouvelle cuisine. Le carte di Anne Clerval (Les dynamiques spatiales de la gentrification à Paris, 2010) mostrano come, a Parigi, esiste una «struttura generale che oppone il centro alla periferia e una progressione delle classi medie e alte come processo di diffusione a partire dai Beaux quartiers dell’Ovest parigino e un respingimento conseguente delle classi popolari lungo la stessa direzione». Se l’alta borghesia resta nei quartieri dell’Ovest e si espande in quella periferia ricca, verso la Défense (polo finanziario e commerciale costruito negli anni Ottanta), le classi medie (originarie sia del centro sia della provincia) si spingono a est e a nord di Parigi, secondo le linee di sviluppo della metropolitana. Già negli anni Sessanta e Settanta, mentre le periferie tracollano dal boom industriale alla deindustrializzazione, i Beaux quartiers si espandono sulla rive gauche della Senna, in un momento euforia edilizia pubblica e privata tutto-ristrutturante. Negli anni Ottanta, la gentrificazione si estende su tutta la rive gauche, dopo operazioni di riqualificazione nel XIII arrondissement (con il mastodontico e interrotto progetto di Italie 13 che riempie di grattacieli il quartiere des Olympiades) e nel XIV, e sulla riva opposta, con il rinnovamento del mercato ortofrutticolo di Les Halles che diventa il centro commerciale omonimo e la riqualificazione del Marais. Il Marais — ex ghetto ebraico sopravvissuto all’haussmannizzazione — è il primo quartiere di Parigi a essere davvero gentrificato, mentre l’espansione borghese prende la Bastiglia, al carrefour tra IV, XI e XII arrondissement. Nel frattempo, stando a Rester bourgeois della sociologa Anaïs Collet, durante la deindustrializzazione degli anni Ottanta dell’era Mitterand, il vuoto lasciato da imprese e fabbriche dentro e fuori il périphérique viene riempito da abitanti della classe media, mentre i prezzi fuori controllo del mercato immobiliare spingono molte famiglie da Parigi verso la petite couronne, cioè i tre dipartimenti limitrofi a quello di Parigi (Hauts-de-Seine, Seine-Saint-Denis e Val-de-Marne).

Negli anni Novanta, le nuove linee della metropolitana veicolano nuovi borghesi gentrificatori, mentre il maire Jean Tiberi trasforma il XIII in un «quartier tranquille», completando la gentrificazione della rive gauche. La gentrificazione prosegue verso nordest, con degli avamposti attorno al parco di Buttes Chaumont nel XIX, mentre si costruisce intorno al Bois de Vincennes (protuberanza orientale del XII): la presenza dei parchi o dei canali è un incentivo alla gentrificazione, che procede sia per sfratti diretti (il proprietario pensa che sia un momento buono per vendere, o affittare a qualcuno di più ricco) sia per via indiretta (la vita nel quartiere, affitto e negozi, diventa economicamente insostenibile). Al contrario, la presenza di popolazione non europea (magrebina a la Goutte d’Or, africana a Château Rouge, turca e pachistana nel faubourg Saint-Denis, cinese a Belleville), che si appropria visibilmente degli spazi acquisendo esercizi commerciali, agisce spesso da freno: di nuovo, i meccanismi che agiscono sulle menti gentrificatrici sono moltissimi.

Ma il processo ha comunque l’inesorabilità dell’ingiusto. Sulla rue Oberkampf, di tradizione artigiana e popolare, negli anni Novanta aprono i primi caffè branchés per studenti universitari e artisti: vent’anni dopo se ne contano a decine, su rue Oberkampf e sulle laterali, mentre alla gentrificazione artistica e commerciale segue una (pur minore) gentrificazione residenziale. A Ménilmontant-Belleville, invece, il tentativo di appropriazione materiale e simbolica (il tentativo di gentrificazione!) del quartiere trova qualche opposizione nei comitati di quartiere e nelle loro rivendicazioni.

Nel frattempo, a osservarla da una piccolissima casa per studenti nel Marais «bobo», la gentrificazione si estende su Parigi come le armate di Sauron bolognesi: prosegue con la bussola a N e NE, a colpi di pressione sui prezzi degli immobili privati, «riqualificazione» degli spazi pubblici (quando ormai sappiamo che ogni embellissement è stratégique) e creazione di spazi culturali che non sono mai spazi e sono sempre avamposti-d’altro. Nel frattempo, a osservare sempre dalla stessa piccolissima casa per studenti nel Marais «bobo», come Georges Perec quando stava seduto a place Saint-Sulpice nel «tentativo di esaurire un luogo parigino», rimane il dramma delle periferie, dove si vive e si muore — e si resiste più che mai altrove in questa raccontatissima parzialissima città. Le periferie sono così lontane da Parigi che non hanno trovato posto nemmeno in questo articolo.

Leggi le altre due puntate della “trilogia della gentrificazione” a cura di Michela Pusterla:


Originally published at frontierenews.it on May 14, 2017. Foto di Michela Pusterla.

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