Crowdfunding e Italia: a che punto siamo?

Viaggio nel crowdfunding all’italiana alla fine del 2014. Con qualche proposito per l’anno nuovo.


Si chiude un anno nel quale si è parlato molto, moltissimo, di crowdfunding. E non solo di crowdfunding a livello planetario, con i suoi record invidiabili, ma anche di crowdfunding nel Bel Paese.

In Italia, si sa, creatività e moneta sono molto spesso inversamente proporzionali: la diffusione del crowdfunding alle nostre latitudini servirebbe eccome. E questo è quello su cui concordano tutti gli operatori di questo ancora piccolo, ma già affollatissimo, settore.

La fotografia del crowdfunding italiano a fine 2014 racconta che l’interesse attorno al fenomeno c’è, eccome: si sono scritti articoli di giornale, guide e un discreto numero di trattati più o meno scientifici. E il crowdfunding ha iniziato ad attirare l’attenzione di “giganti” come Fastweb, Poste Italiane e Tim.

Nell’anno che si sta concludendo, tra le pubblicità con Pif e i servizi tv, il crowdfunding è entrato nelle case di milioni di italiani. Al momento pare però difficile dire se questo cambio di marcia in termini di visibilità porterà dei frutti nel breve o nel medio periodo, e in che misura.

Nel 2014 è aumentato, ulteriormente, il numero di piattaforme: se ne trovano per tutti i gusti. E non è detto che questo sia un punto di forza, l’eccessiva frammentazione potrebbe spingere i “progettisti” italiani a rivolgersi alle due big sister Kickstarter e Indiegogo.

Anche il software vuole la sua parte. Fanno la loro comparsa le prime piattaforme “white-label” italiane di crowdfunding: Crowdchicken e Starteed. Le due start-up promettono di superare l’ostacolo tecnologico per chi vuole lanciare una campagna di crowdfunding self (vale a dire ospitata sul proprio sito/blog) o un’intera piattaforma di crowdfunding. Sicuramente uno stimolo in più (e qualche barriera in ingresso in meno) per chi vuole costruirsi il proprio sito. Senza dimenticare che il rovescio della medaglia potrebbe essere un’ulteriore frammentazione.

Sarà interessante vedere che spazio riusciranno a ritagliarsi: esistono già da tempo piattaforme di crowdfuding white-label internazionali, le italiane dovranno necessariamente differenziarsi e rendersi competitive in un mercato già ricco di soluzioni (anche open source).

Una sensazione su tutte: siamo a un passo dal decollo, ma allo stesso tempo bisogna riconoscere, con onestà e realismo, che i piedi sono ancora saldamente ancorati a terra.

E sotto quel cielo, che appare oggi così vicino e allo stesso tempo così lontano, grande è la confusione. Il crowdfunding in Italia resta una scommessa. Una scommessa rivolta al futuro.

Un futuro che però, fisiologicamente, non può essere troppo lontano. Se l’anno buon non è stato il 2014, contrariamente alle (generose) previsioni di qualche osservatore entusiasta, formulate nel dicembre scorso, chi ha scommesso conservi il tagliando: potrebbe valere nel 2015.

Il fascino della scommessa è che il 2015 potrebbe essere l’anno del crowdfunding, oppure l’anno che condanna il crowdfunding italiano a una dimensione di nicchia.

La mia speranza è che nascano piattaforme verticali (destinate a un genere specifico di campagne, come Musicraiser per la musica, il nostro bookabook per i libri o il neonato Universitiamo per la ricerca universitaria) e che si affermino piattaforme territoriali.

E che la grande offerta di piattaforme generaliste, malattia infantile del crowdfunding nostrano dovuta un po’ all’entusiamo e un po’ al mito della frontiera, si riduca a favore di poche piattaforme, ma con una community, un numero di campagne e una capacità di attirare progetti d’interesse più solidi di oggi.

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