Treno in partenza, allontanarsi dalla linea gialla

Ti ho vista la prima volta in disparte seduta ad un tavolo della biblioteca e ho capito che con te non avrei mai avuto una possibilità. Io vestito di errori, tu con quella camicetta di jeans sotto un pullover bianco, i jeans e le converse blu scuro con la caviglia alta, e la non consapevolezza di essere un qualcosa di straordinario. Ti ho cercata con lo sguardo tra gli appunti di letteratura e la pausa caffè.
Tra i tuoi occhiali con la montatura spessa e nera, e il tuo taglio corto e la lunga frangia davanti la fronte e tenuta dietro l’orecchio destro.
Un giorno che pioveva mi sono seduto a due tavoli di distanza da te e ti ho chiesto una penna, la banalità, la disperazione, l’istinto.
- Scusa.
- Si?
- Hai una penna in più?
- Si.
- Grazie.
- Prego.
- Bella penna.
- E’ una bic normale.
- Eh ma fatta bene però oh.
- Mh.
- Già.
- Si.
- Una penna Byron direi eh. 
Ho riconosciuto Lord Byron tra i tuoi fogli di carta, abbiamo fatto un po’ di salti sparsi qua e là nella storia, Joyce, Samuel Beckett e l’attesa infinita di Godot.
Ci siamo immersi di nuovo nelle nostre cose, dopo mezz’ora è arrivato un ragazzo al tuo tavolo, ha posato la borsa sulla sedia davanti la tua e ti ha salutato con un bacio.
Non ho più alzato lo sguardo per tutto il resto della mattinata, me ne sono andato senza guardarti, io e la presunzione di pensare che lui, chiunque fosse, non ti meritasse.
Ti ho rivisto nei giorni a seguire, un saluto, il chiederti come stai, e niente più, non sono bravo a mettermi in mezzo alle storie, io che non sopporto di essere una possibilità, ma un’alternativa migliore.
La vita continuava, nel frattempo, con le sue giornate piovose e i suoi cieli azzurri sporchi di nuvole bianche, con i caffè macchiati e le ore passate a trovare parcheggio, con gli appunti sempre più disordinati e con te sempre più bella. Ci siamo incontrati mio malgrado davanti ad un caffè nel bar di fronte la biblioteca, io che improvvisamente non volevo avere nulla a che fare con te, non ti volevo così, non volevo essere una parentesi tra un esame e l’altro, né una chiacchierata priva di senso durante le pause.
- Ciao.
- Ciao.
- Tempaccio oggi eh.
- Di merda.
- C’è quella pioggerella maledetta e fina.
- Eh sì mi rendo conto sì già beh sei bellissima.
- Eh?
- Dico, sì, è una pioggia finissima. Terribile.
Dal chiacchierare in piedi ci siamo ritrovati seduti al tavolino rotondo e traballante, ho cercato dappertutto un tuo difetto insopportabile, un qualcosa a cui aggrapparmi, ma niente.
Qualche piccola lentiggine qua e là sul tuo naso, gli occhi maledettamente grandi e neri, un brillantino sul dente, avrei voluto che non mi piacessero queste cose, ma non potevo farci niente.
Siamo arrivati a scriverci degli sms anche fuori dalla biblioteca, lui ancora così presente, le nostre conversazioni così semplici, ho cominciato a vedere altre persone, che importanza ha?
Mi svegliavo in un letto non mio, con lei sdraiata di fianco, nuda, il lenzuolo appena sotto al seno, e io continuavo a controllare il telefono sperando che mi avessi scritto tu.
Ho deciso di darmi una possibilità e di lasciarti stare, ho vissuto le mie relazioni in parallelo con le nostre pause caffè, e ogni volta era come se realizzassi che ero insicuro su tante cose, ma non sul volerti.
Ti ho odiata quando lui ti ha lasciato, ti ho odiato perché avevi gli occhi stanchi e i capelli disordinati, perché avrei quasi voluto che tu lo avessi capito prima, ti ho odiato perché eri troppo bella per soffrire così, ed era un po’ anche colpa tua.
Non ti ho più voluta, una reazione d’orgoglio per una cosa mai avvenuta, così stupido, così immaturo, così presuntuoso, era come se tu mi avessi mollato e poi fossi tornata.
La verità è che la nostra storia non era mai iniziata, non c’era stato nessun ritorno perché nessuno era mai andato via. E allora?
E allora ho continuato a vederti, ho dato giustificazioni inesistenti a chi mi chiedeva dove fossi finito, a chi mi chiedeva perché non rispondessi ai messaggi, a chi in quel momento, forse, mi amava.
Ci siamo ritrovati una sera sul Lungotevere, e io avevo Roma davanti e non sono riuscito a dirti niente, abbiamo riso insieme e bevuto birra, ci siamo fatti prendere dal panico quando, tornando a casa, abbiamo visto il posto di blocco dei carabinieri che però non ci ha fermato, tu in preda alle convulsioni dalle risate alla vista della mia espressione piena di panico e subito dopo di immensa felicità per lo scampato pericolo.
Sotto casa tua c’è stato un momento in cui ti avrei voluto baciare, come nei film quando loro due si baciano nel punto più bello della canzone che passa alla radio.
Ma non è successo.
Sono passati i giorni, i mesi, ho mollato tutte le altre e sono stato odiato, e mi sono odiato a mia volta per il tempo perso, per aver fatto del male, per essere stato un bugiardo, per aver detto “Ti amo” cercando di convincere più me stesso che loro.
C’eri tu, nient’altro.
Ci siamo baciati il sei Gennaio a piazza Navona, tra gli artisti di strada e i lecca lecca giganti, quasi per sbaglio, quasi perché sembrava che non potesse andare diversamente. 
- Minchia c’ho una voglia di baciarti.
- Quanta?
- Tanta che se ti baciassi e nel frattempo l’America ci dichiarasse guerra e cominciasse a bombardarci non ci farei caso più di tanto.
- Tu dici?
- Ma guarda, potrebbero pure cominciare ad esplodere i pianeti, e la borsa potrebbe crollare a picco, e le istituzioni politiche potrebbero pure essere sovvertite, mica me ne accorgerei.
- Sembra una cosa seria.
- Scherzi? È serissima.
- Seria quanto?
- Seria tipo l’effetto serra.
- ‘Azz, più che seria.
- Seria come quando mi alzo la mattina e in cucina ci sono solo due gocciole, una lacrima di latte e la macchinetta del caffè da pulire.
- Seria come la guerra fredda oh.
- Di più, cioè io c’ho una voglia di baciarti che se non lo faccio entro quindici secondi mi viene un micro infarto e le fitte intercostali.
- Magari potresti farlo, anziché stare qui a pensare alle tragedie che succederebbero se tu non lo facessi.
- Dici che dovrei?
- Boh, siamo a sette secondi, vuoi arrivare preciso a quindici?
- Magari rubo un paio di secondi.
- Magari tre quattro.
- Eh già, metti che poi davvero qua scoppiano i pianeti.
- Metti che le nuove istituzioni poi proibiscono i baci.
- Non sia mai.
Ti ho vista andare sulle giostre e ridere come una bambina, cambiare modello di occhiali, farti crescere i capelli e poi tagliarli di nuovo corti perché non potevi fare a meno della comodità nell’asciugarli.
I pomeriggi a studiare, scambiarsi gli appunti, sentirti suonare il pianoforte.
Le tue sciarpe giganti, i tuoi maglioni con le maniche leggermente lunghe, il tuo viso struccato.
Io e il mio caratteraccio e la continua paura di perderti, io che non sono in grado di discutere, il tuo volto rassegnato al fatto che non sarei mai cambiato ha fatto male ogni volta.
Le cose che piano piano non vanno, io che anziché cercare di rimediare mi chiudo in me stesso, avere paura, andare sotto casa tua, cercare di incollare di nuovo i pezzi.
I perdoni, gli abbracci, le promesse di un futuro alternativo, di cambiamenti radicali che non sono mai avvenuti.
Vederti smettere di sorridere, l’abitudine, la paura di fare del male, rimediare.
Storie in bilico, cuori instabili, soffocarsi con le proprie mani, modi di essere incompatibili.
Mi hai lasciato il tredici ottobre, in macchina, sotto casa tua.
Io che non provo a fermarti, io che non ti trattengo, forse speravi che lo facessi, forse ho reso solo tutto più facile. Ho pensato più al mio sentirmi abbandonato che al tuo andartene via.
Ti ho persa per paura di perderti.
Ho trascorso ventitré giorni senza una collocazione precisa nel mondo, sono tornato sul Lungotevere ma Roma mi ha ignorato, c’era solo un forte scricchiolio di foglie secche sui marciapiedi e qualche macchina che passava veloce. Ho deciso di riprenderti una mattina di fine novembre, mentre usciva il caffè, ho deciso che la vita è già abbastanza difficile così, e che tu meriti molto di più.
Ti ho citofonato e ti ho chiesto di scendere, mi hai detto di no, ti ho pregato, e mi hai chiesto di tornare a casa. Mi hai detto che è solo un momento e poi mi passerà.
Perdere la dignità, perdere tutto, essere fragile, piangere.
Tu che scendi, in tuta, con il Colmar blu elettrico a coprirti.
Scoprirti più bella di come ti ho vista l’ultima volta.
Spiegarmi, umiliarmi, sentirmi dire che c’è un altro.
E poi di nuovo Roma, la pioggia pesante, le pozzanghere e il mio senso di vuoto.
Impazzire, guidare come un folle, non credere in niente, odiarsi.
Ti ho scritto decine di lettere che non ti ho mai mandato, ho cancellato e riscritto migliaia di sms senza mai inviarli, sono tornato nei nostri luoghi e li ho trovati cambiati.
Hanno rimosso la nostra panchina e hanno chiuso le giostre, e a piazza Navona non ci sono più le bancarelle con le caramelle gommose e le mandorle.
Ho chiesto di te alle tue amiche, e mi hanno detto che stai bene.
Ho risposto che sto bene anche io.
Sto benissimo.
Ti sei trasferita a Milano per la magistrale e io l’ho saputo un’ora prima che partissi, ti ho chiamato di corsa.
- Ciao mi manchi.
- Ti manco?
- Eh, mi manchi.
- Come l’aria?
- Peggio.
- Tipo?
- Mi manchi come l’ultima figurina dei calciatori per completare l’album.
- Vaffanculo.
- Okay si, forse come l’aria.
- Okay.
- Mi manchi più di quanto mi manco io.
- Ti manchi tu?
- Si quando ero con te.
- E com’eri?
- Ah, bellissimo.
- Si?
- Non sai quanto.
- Capisco.
- Ero tipo che mi stavano bene pure le camicie bianche.
- Tu odi le camicie bianche.
- Pensa te.
- Assurdo.
- Mi manchi come David Bowie.
- Hai altre similitudini brillanti?
- Migliaia.
- Sentiamo.
- Mi manchi come alla Russia manca la democrazia 
- Poi?
- Mi manchi come la Roma della stagione 2000–2001.
- Poi?
- Come il festivalbar.
- Poi?
- Come le canzoni degli 883.
- Poi?
- Mi manchi come gli anni ‘80.
- Ma tu non li hai mai vissuti gli anni ‘80.
- Esatto.
- E quindi?
- Era per dire che mi mancheresti anche se non ti avessi mai conosciuta.
- Devo andare.
- Dove?
- Lontano.
- Ma torni?
- No.
- Posso venire?
- No.
- Ah okay. 
- Ciao.
- Ciao.
Mi sono messo al volante e ho cominciato a guidare verso la stazione, a centoventi chilometri all’ora, senza un’idea precisa, senza intenzioni definite.
Un cazzo di posto di blocco mi ha agitato la paletta davanti la faccia, mi hanno fatto una multa gigantesca e fatto perdere un sacco di tempo, e Dio solo sa quanto ho pensato a quella sera con te passata a ridere per lo scampato pericolo di ritiro della patente.
Il destino, a volte.
Arrivare e vedere che il treno è già partito da sei minuti e trentotto secondi.
Passare una vita a cercare di averti, riuscirci e non essere in grado di tenerti. 
Una penna nera, Lord Byron, i tuoi occhiali, una parentesi.
Una storia, un solo punto debole: io. 
Un treno che fischia e un silenzioso addio.

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