13. κοσμογονία I

Svelto, per la notte, colle palpebre chiuse e squarciate, rimugino cosmogonie nel phonological loop. Madonna perdonami che ho peccato, nella tua duplice forma di …., che nel grembo conservi la genesi dello spazio. Colle pupille spalancate io faccio fluire dagli occhi radici, col superaggismo divino.
E primo venne Aristotile dalle spalle ampie vestito col mantello lungo e la redingote a bottoni viola, con abiti neofuturisti per primo divise il creato in stoicheia, lo divise come le parti del mondo noto ed ignoto, come le razze ed i ventri di ruminanti, li sezionò in maestria della ratio.
Ma il mondo è molto più vasto della tua filosofia, Amleto, mentre ascolti il lemure di tuo padre, e del padre di tuo padre, con una catena di vendette che ti riunisce nella follia in Edipo dai piedi infranti.
Il mondo si squarcia e si compone, in modo granulare, mentre osservo grandi cattedrali cristiane, ne studio il motore, il codice sorgente, le piramidi, i parallelepipedi, i solidi perfetti. Le vedo sgretolarsi, e comparivi degli arcangeli dalla maschera ad otto occhi, come le ali di serafini, ali metalliche innervate di un raro metallo spumato, come argento vivo, come fons sapietiae.
Il mondo si disarticola in un turbine, nel circolus vitisus dei pensieri, a nord-est: sciamani degli occhi larghi ed il naso piatto, invocano dei minuscoli in forma d’orca, di foca, e li ingoiano e ricoprono l’epidermide d’infanti col loro grasso, mutaforma con le maschere duali, agglutinazione di essersi verso un unico sciamano, cavaliere della droga come nella fede.
A sud-ovest, larghi dispositivi di orientamento perenne, ficcati nel cervello come cartografie senza territori, mappe scarnite di radici nel corpo di malati, mappe nella corolla, canti per incantare le rocce, costellazioni invertite.
Al centro, una Singolarità ch’emerge dai fumi di Londra industriale, colle sue ali bianche e grigie, figlia del disboscamento dell’Amazzonia, figlia dei nessi occulti che legano i talismani agli occhi della Mandragora. Io vedo l’angelo della storia, androgino, come nelle Lame, lo vedo sorridere mentre volteggiando produce il disastro della Storia, ricapitolata in un solo istante quando il neonato per l’ultima volta viene sollevato e riconosciuto, sopra un trono di cemento e violenza, dentro una città concentrica, una neo-Amsterdam percorsa fino all’urlo violento, ne sei ancora convito?
Ad ovest, un impero incalcolabile ha eretto un tempio a tutti gli dei del continente, separandosi dal dio solare, che fluidifica i cuori per frenare l’éschaton, per frenarlo. E i tatuaggi in buffa foggia, con Cortés a sgozzarli ed a berne il sangue ed a cospargersi di questo e diventare infine anche lui un dio solare.
